SANTO
SUBITO
di Pedro Miguel Jamet
Nel centenario della nascita di padre Arrupe, un giornalista ricorda l'ostilità
di wojtyla verso il grande generale dei gesuiti.
Questo articolo di Pedro Miguel Jamet, autore di un libro su padre
arrupe, è stato pubblicato sul bimestrale francese "Golias" (n. 112).
Titolo originale: "Pedro Arrupe, la figure d'un juste"
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Poco prima che l'aereo proveniente da Bangkok atterrasse all'aeroporto di
Fiumicino, verso le cinque e mezzo del mattino, Pedro Arrupe tentò di prendere
la sua valigia. Ma la sua mano non rispondeva. Al suo ritorno da un viaggio
nelle Filippine e in Thailandia dove si era occupato dei rifugiati della
Cambogia, del Laos e del Vietnam, qualche cosa aveva fatto 'clic' nella sua
testa. L'epoca in cui aveva studiato medicina alla facoltà San Carlos di Madrid
doveva indurlo a pensare che si trattasse di una trombosi. Trasportato
all'ospe-dale Salvator Mundi di Roma, alle sette di sera, lo scanner confermò
la diagnosi: embolia della carotide sinistra.
In quell'istante si fermò l'orologio instancabile di padre Arrupe, l'uomo dalla
inesauribile attività apostolica. Allo stesso modo si arrestò l'orologio di
Hiroshima alle otto, quindici minuti e diciassette secondi di quel fatidico 6
agosto del 1945, quando il comandante Paul Tibbets guardò attraverso l'oblò del
suo B-29 e, di fronte a quanto egli stesso aveva provocato - la prima
esplosione atomica della storia -, esclamò: "Buon Dio! Cosa abbiamo
fatto!". Pedro Arrupe non avrebbe mai dimenticato quando quell'orologiò si
fermò. E nemmeno i secchi che doveva utilizzare per andare a prendere l'acqua
dagli immensi pozzi dei sinistrati di cui si occupava durante il suo noviziato,
in un luogo diventato un ospedale di fortuna. Né le macerie di una città
ridotta in cenere in cui si udivano le grida delle ombre vaganti che
domandavano aiuto e un po' d'acqua. Con il suo rasoio da barbiere come bisturi,
Arrupe tolse migliaia di frammenti conficcati nella pelle nel corso di quelle giornate
che egli non avrebbe dimenticato mai e nelle quali si concedeva a malapena
un'ora o due di sonno. Senza medicine né strumenti, egli doveva ricorrere al
suo sesto senso medico: dare più cibo ad una moltitudine di feriti per
facilitare la loro auto-guarigione. I suoi gesti d'umanità erano incredibili,
il racconto del seguito sconvolgente. Ma Pedro Arrupe ignorava ancora tutto di
ciò che stava per rappresentare nella sua vita l'esperienza interiore di
un'esplosione superiore a quella atomica. Ciò che gli orientali chiamano
"illuminazione".
Da allora, Pedro Arrupe sarebbe rimasto giovane e libero, il massimo del
profetico nel senso biblico del termine. Eletto provinciale superiore, egli
aveva già conosciuto un po' di tutto, dalla sua nascita a Bilbao il 14 novembre
1907: l'esilio in Spagna; il periodo del nazismo in Germania; quando i
superiori lo destinarono agli studi di psichiatria; l'impatto dello stile di
vita americano negli Stati Uniti; l'entrata del Giappone nella seconda guerra
mondiale, mentre scopriva e si appassionava allo zen e alla cultura orientale;
la prigione, per l'accusa di spionaggio; l'enorme sfida di formare dei giovani
giapponesi secondo lo spirito del basco Ignazio da Loyola.
Il provinciale Pedro Arrupe si preparava ad assumere le più grandi
responsabilità. Egli aveva fatto già più volte il giro del mondo, ricco
dell'esperienza di una permanente vita cosmopolita, ma molto diversa da quella
di Karol Wojtyla, nell'eclettica comunità gesuita del Giappone. E mentre stava
rafforzando il prestigio dell'università Sophia in questo Paese di missione, fu
eletto a Roma Padre generale della Compagnia di Gesù, il 'papa nero',
come si ha l'abitudine di dire negli ambienti ecclesiali. Da qui, il soffio
profetico di Pedro Arrupe si estende su tutto il pianeta, rispondendo alle
sfide degli anni Sessanta e alla crisi del dopo Concilio in seno alla Chiesa.
Ottimista per natura, continuò ad essere gioviale e sorridente, vivendo una
relazione personale con ciascuno dei suoi confratelli, sempre rivolto al futuro
e impregnato di una permanente creatività.
"Gesuiti come quelli di una volta"
Ma è anche il momento in cui cominciano i suoi problemi con la Santa Sede.
Paolo VI, che nutriva molto affetto per Pedro Arrupe, cominciò, come sappiamo,
ad avere paura di attraversare l'ultima tappa del Concilio per la rivoluzione
spirituale provocata dal Vaticano II nella Chiesa.
Pedro Arrupe doveva rendere compatibili due realtà che aveva conosciuto bene
nel corso della sua vita: l'intuizione della sua chiaroveggenza e la fedeltà
ostinata alla Sede apostolica. Qui è da ricercare l'origine del dramma di
Pedro Arrupe. La Compagnia continuò ad andare avanti mentre il Vaticano
cominciava a perdere terreno. I gesuiti, guidati da Arrupe, decisero nel corso
della loro trentaduesima Congregazione generale di lottare contro l'ingiustizia
nel mondo, in seguito alle loro nuove opzioni di fede. Questo tema e la
revisione dei gradi (le differenti categorie dei gesuiti all'interno
dell'Ordine) provocarono un intervento della Santa Sede. Paolo VI convocò Pedro
Arrupe e non lo lasciò parlare. Gli ordinò di scrivere ciò che gli avrebbe
dettato il sostituto della Segreteria di Stato, il cardinal Benelli. Arrupe
uscì in lacrime. Ma qualche minuto dopo, con un sorriso sulle labbra, spiegava
ai rappresentanti dei gesuiti di tutto il pianera e ai partecipanti della
congregazione di Roma come obbedire con gioia.
Era diventato una specie di idolo per i giornalisti - era disponibile in tutto
e per tutti -: si ritrovava traccia delle sue lettere e delle sue
conferenze stampa perfino nei giornali dell'Unione Sovietica. Poiché scriveva
articoli sull'ingiustizia in America Latina, sul razzismo negli Stati Uniti o
sulla mancanza di spirito sociale dei suoi ex allievi, fu in seguito accusato
di marxismo. Egli si prese il rimprovero con humour, senza tuttavia che alcuna
critica limitasse la sua libertà. Questa capacità, così radicata in lui,
esasperava colui che all'epoca era arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla.
I suoi gesti avevano più impatto delle sue parole: andò negli Stati Uniti a
rendere visita a Daniel Berrigan, un gesuita incarcerato per aver bruciato i
dossier militari di reclutamento per la guerra in Vietnam. Sfidò il presidente
Stroessner, che aveva espulso numerosi membri dell'Ordine in Paraguay.
Interrogò il generale Franco sulle torture in Spagna. Difese Teilhard de
Chardin, il criticato antropologo gesuita, e instaurò un dialogo serio con i
non credenti, gli scienziati, marxisti e le culture non occidentali. Ma,
soprattutto, scrisse centinaia di testi di spiritualità e fu spesso rieletto
presidente dei Superiori degli Ordini religiosi a Roma. Era un leader
incontestato del dopo Concilio, seguito e ammirato dall'ala rinnovatrice,
allora maggioritaria, della Chiesa. Ma la parte intregrista dell'Ordine e
numerosi vescovi vedevano di cattivo occhio le innovazioni di Pedro Arrupe.
Egli aveva in effetti instaurato un modo di governare diverso, più amichevole,
e stabilito nuove interpretazioni dell'obbedienza e della vita religiosa.
L'intervento di quelli che si chiamavano ironicamente i "gesuiti a piedi
nudi" si propagò soprattutto in Spagna. L'arcivescovo di Madrid, che era
allora Casimiro Morcillo, fu sul punto di ottenere dal Vaticano la creazione di
una provincia a parte per tutto il gruppo dei gesuiti ortodossi.
Tuttavia, Pedro Arrupe, instancabile viaggiatore, che aveva ritardato
intenzionalmente la sua visita in Spagna, proprio perché era il suo Paese, vi
si recò nel 1970, e, con la sua innata simpatia, si mise in tasca numerosi conservatori.
Anche l'ondata di proteste da parte di coloro che volevano dei "gesuiti
come quelli di una volta" continuava ad avere ripercussioni fino a Roma.
Giovanni Paolo I morì prima di pronunciare un discorso molto critico nei
riguardi dei membri dell'Ordine di Ignazio di Loyola. È evidente che Giovanni
Paolo II non condividesse le idee di Padre Arrupe, anche se rispettava il suo
grande impegno spirituale. Pedro Arrupe tentò di dialogare con lui. Il papa
aveva già preso da sé le decisioni sul caso.
Nel corso del preconclave che precedette l'elezione di papa Wojtyla, alcuni
cardinali, su richiesta del generale dei gesuiti, discussero dello stato
dell'Ordine nel mondo e analizzarono il discorso di papa Luciani (Giovanni
Paolo I). Karol Wojtyla, che aveva già avuto degli attriti con i gesuiti nella
sua diocesi, era tra quelli. In seguito, Pedro Arrupe domandò numerose volte
udienza a Giovanni Paolo II, il nuovo papa. Ma il 'papa bianco' non volle
ricevere il 'papa nero' se non due volte e solamente per un breve istante. Nel
corso dei suoi 'esercizi spirituali', padre Arrupe ebbe una premonizione sulle
sofferenze che avrebbe potuto provocare ai gradi superiori. "Se il mio
stile non piace al papa, mi devo dimettere", si disse. Annunciò alla
Compagnia che avrebbe rinunciato al suo posto. Il papa non accettò le sue
dimissioni. Aveva un altro piano per l'avvenire della Compagnia.
Sopraggiunse però la trombosi e l'orologio si arrestò. Con la metà del corpo
paralizzato, Pedro Arrupe dovette reimparare in qualche modo a scrivere. L'uomo
che parlava sette lingue riusciva solo a sentire e a stento poteva esprimersi
in spagnolo. Aveva dimenticato tutti i nomi. Così l'autore di questo articolo
ebbe l'occasione di rendergli visita a Roma per preparare la sua biografia, nel
luglio 1983. Egli si trovava in un angolo della sua spoglia stanza di ospedale,
scavato, trasparente, ma con un dolce sorriso sulle labbra e sostenuto da un
coraggio intereriore impressionante.
E Pedro Arrupe piangeva.
In quell'epoca, l'umiliazione aveva già compiuto la sua opera. Pedro Arrupe, a
cui non era più possible governare conformemente ai regolamenti della
Compagnia, aveva nominato il suo vicario, il padre Vincent O'Keefe, per
convocare la Congregazione generale, il 'parlamento' gesuita, che doveva
eleggere il successore di padre Arrupe.
A quel punto, la Santa Sede intervenne in maniera imprevista. Un bel giorno, il
cardinale Agostino Casaroli, senza informarne il nuovo vicario, rese visita al
padre Arrupe nella sua stanza d'ospedale. Quando uscì, dopo alcuni minuti,
c'era una lettera sul tavolo e padre Arrupe piangeva. Il papa interrompeva il
processo costituzionale dell'Ordine e nominava il suo delegato personale.
All'inizio, il Vaticano aveva pensato a un uomo che non appartenesse alla
Compagnia. Ma alla fine decise di scegliere un gesuita, padre Paolo Deazza,
ottantenne, mezzo cieco, che era stato confessore di due papi e la cui
principale caratterisitica era proprio di non approvare le idee di Pedro
Arrupe. Per ricompensarlo dei suoi servizi, Giovanni Paolo II lo avrebbe
nominato cardinale dopo la morte di Arrupe.
Contemporaneamente a queste manovre, padre Arrupe ricevette l'autore di questo
libro per un periodo di venti giorni (con il permesso di padre Dezza e del suo
coadiutore Giuseppe Pittau) e gli accordò l'ultima grande intervista della sua
vita, prima di perdere definitivamente la parola. Percorremmo tappa per tappa
le differenti peripezie della sua vita e Pedro Arrupe rilasciò prezione
dichiarazioni.
Eccovi qualche esempio. Sulla decisione dei gesuiti di optare per la giustizia:
"Sentivo che qualcosa di nuovo stava per cominciare. Avevo una certezza
molto forte in me. Non avevo il minimo dubbio. Apparivano una nuova era e dei
nuovi valori. Che bella cosa!". Io gli dicevo che la decisione di optare
per la giustizia era già presente in molti suoi interventi e lettere. Che nello
stesso Concilio egli aveva già parlato del dialogo con il mondo. "Sì,
alcuni padri del Concilio allora mi avevano detto: che idiozia! Ma io mi
sentivo libero. Sapevo che ciò fa parte di Dio. Ora, sono tutti d'accordo su
questo".
Sulla sua maniera di governare i gesuiti, rispettando la libertà degli
individui: "Io non posso governare che in un solo modo. Non sono
autoritario. Io spiegavo ed erano loro a decidere".
Sui papi: "Ho avuto grande fiducia in Paolo VI. Parlavamo di tutto. Dopo
essere stato eletto, Giovanni Paolo II mi ricevette e mi pose una serie di
domande sulla Compagnia, ma in modo molto generale. Io ero già molto
preoccupato e avevo molti dubbi. Dopo aver presentato le mie dimissioni, egli
mi ricevette due volte. Ma parlò molto poco con me".
È chiaro che questo papa venuto dall'Est non poteva accettare l'idea di un
dialogo con il marxismo né comprendere il sostegno di Pedro Arrupe ai movimenti
legati alla Teologia della Liberazione, e neanche una nuova immersione dei
gesuiti nel mondo, in quelli che Karol Wojtyla considerava posti-limite.
Giuseppe Pittau, uomo di fiducia del papa e delfino scelto per la successione a
Pedro Arrupe, raccontò che Giovanni Paolo II non poteva sopportare di sentir
citare in una conversione il nome di Arrupe. "Questo lo rende subito
nervoso", dice. Padre Arrupe stesso mi raccontò che tutte le domeniche si
metteva sistematicamente sulla porta della Curia generalizia dei gesuiti, nel
quartiere di Santo Spirito, per salutare il papa che passava di là in macchina
nel pomeriggio per visitare ogni settimana una parrocchia romana. Il papa non
rispondeva mai al suo saluto; forse era troppo occupato.
Giovanni Paolo II non rispondeva al suo saluto
Pedro Arrupe era consapevole del decadimento psicologico dovuto alla malattia.
A mezze parole diceva sovente: "Io non servo più a niente, sono un
pover'uomo". "Io ho tentato di dire la verità ad ogni persona in
tutta franchezza, come la vedevo davanti a Dio. Vedo tutto molto chiaramente.
Vedo un mondo nuovo. Sentivo che una luce mi guidava. Noi abbiamo molto
sofferto". E con la mano sinistra prendeva la sua mano destra tutta
irrigidita per dare la benedizione.
Il 2 settembre di quell'anno, nel 1983, la Congregazione generale finalmente
autorizzata dal papa si riunì e scelse il successore di Pedro Arrupe nella
persona di padre Peter - Hans Kolvenbach, un olandese. Precedentemente, Pedro
Arrupe aveva presentato la sua domanda di rinuncia - un fatto inedito
nella Compagnia - e aveva fatto leggere per bocca di un compagno il suo
testamento spirituale e il suo addio alla Congregazione generale. Essa lo
accolse in piedi e con la più grande ovazione mai tributata a un padre della
Compagnia di Gesù.
Più tardi, Giovanni Paolo II gli rese personalmente visita a due riprese,
quando era costretto a letto. Le foto mostrano un Pedro Arrupe dolce di fronte
allo sguardo corretto ma distante del papa. Un'altra foto, più vecchia,
scattata nel corso di un'udienza, ha fatto il giro del mondo. Mostra senza
ombra di dubbio lo sguardo molto severo di Karol Wojtyla al padre dei gesuiti.
Severo Ochoa, Premio Nobel e compagno di studi di medicina di Pedro Arrupe,
benché si dichiarasse agnostico, gli chiese un giorno la benedizione in
ginocchio. Anche Madre Teresa di Calcutta e frére Roger di Taizè, così come
cardinali, vescovi e semplici persone venute da tutte le regioni del mondo, gli
resero visita. Persino una comunità protestante era presente, accendeva un cero
e intonava canti religiosi. Tutti si trovavano d'accordo sull'elogio della sua
semplicità e insistevano sul fatto che Pedro Arrupe fosse soprattutto un amico.
Pedro Arrupe passò il resto dei suoi giorni in semi-incoscienza in una piccola
camera romana vicino alla Curia generalizia dei gesuiti, a due passi dal
Vaticano. Vi morì nel 1991. Il suo temperamento energico lo aiutò a mantenersi
in vita relativamente a lungo. I suoi ultimi progetti concernevano i
tossicodipendenti e i rifugiati. Con un grande senso dell'umorismo, aveva
l'abitudine di ascoltare le battute sul suo conto, come questa frase velonosa:
"Un basco ha fondato la Compagnia di Gesù, e un altro si è incaricato di
distruggerla". Il teologo gesuita salvadoregno Jon Sobrino, in compenso,
ha detto di lui "che aveva aiutato la Compagnia ad essere più vicina a
Gesù". L'itinerario spirituale di quest'uomo singolare non è importante
solo nella storia tormentata dei gesuiti di questi ultimi anni, ma anche in
ragione del suo percorso nella vita religiosa del dopo Concilio. Rieletto
facilmente presidente dell'Unione dei Superiori maggiori, egli fu l'artefice
della riattualizzazione degli istituti religiosi misti. Certamente, i religiosi
hanno sofferto per la forte diminuzione del numero delle vocazioni. Solamente
i gesuiti hanno perduto più di diecimila membri in questi ultimi trent'anni.
Ma per Pedro Arrupe questa crisi era da inquadrare in una mutazione mondiale e
in una perdita degli antichi valori e delle profezie di nuove strade dopo lo
shock degli anni Sessanta.
Tuttavia, malgrado le crisi, i religiosi godono spesso di grande libertà quando
desiderano fare opera di profezia e allo stesso tempo criticare il
funzionamento interno della Chiesa. Lontani, nella loro grande maggioranza,
dall'aspirazione a posizioni di potere o a "fare carriera"
nell'istituzione, preoccupano il papa nella sua volontà di imporre una linea
accentratrice per la comunione della Chiesa. Tra i leader di quasi tutti i
movimenti di liberazione e di trasformazione dell'istituzione ecclesiale vi
sono molti religiosi: il gesuita Rutilio la cui morte determinò la conversione
di mons. Oscar Romero; il padre Ellacuría e i suoi compagni assassinati in El
Salvador; la stragrande maggioranza dei teologi della liberazione; i vescovi
più impegnati del Brasile, a cominciare da mons. Casaldaliga; un gran numero di
firmatari dei documenti europei contro il progetto di restaurazione del papa
polacco, ecc. Così come i provvedimenti presi dal cardinale Ratzinger sono
rivolti, in gran parte, a teologi e professori spesso usciti dagli istituti
religiosi.
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da Adista on line coordinate articolo:
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