GRUPPO
“RICERCA E CONFRONTI”
Nella nostra ricerca avvertiamo il bisogno di ritornare al
Vangelo. E per fare questo sentiamo che dobbiamo fare come il restauratore che
pazientemente toglie gli strati di vernice messi nel corso del tempo per arrivare al manufatto così come è
uscito dalla mano dell’artigiano.
E’ in questo contesto che abbiamo
pensato i primi tre incontro di ottobre – novembre - dicembre 2007. In questi incontri analizzeremo le incrostazioni
che la religione, la filosofia, l’ideologia hanno depositato nella nostra
esperienza di fede e che spesso hanno disattivato la memoria purificatrice e
creatrice del Vangelo.
Pensiamo sia utile non tanto
proporre lezioni frontali ma stimoli che possono aiutare la ricerca e il
confronto. Per questo verranno proposti testi, opere d’arte, film...Lo scopo è
quello di aiutare ciascuno di noi a confrontarsi con il proprio vissuto.
Temi dei primi tre
incontri:
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Sabato pomeriggio13 ottobre e Domenica14 ottobre: dall’ovvio
all’inavvertito
·
Domenica 18 novembre: inchiodare, schiodare
·
Domenica 9 dicembre: visitazioni.
PRIMO INCONTRO
SABATO 13 E DOMENICA 14
OTTOBRE 2007
TEMA
DALL’OVVIO ALL’INAVVERTITO
13 ottobre:
ore 17: visione del film
“Le onde del destino”. La visione del film ha lo scopo di ampliare le tematiche
relative al tema scelto per questo primo incontro.
·
ore 20: Cena
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ore 20, 45: ricerca e confronto condotta da Padre Ivan Nicoletto, monaco di Camaldoli.
Padre
Ivan si è laureato all’Università di Padova e si è licenziato in teologia alla
Pontificia università gregoriana di Roma. Accanto ai servizi che svolge nella
propria comunità, si interessa dell’intreccio tra fede, pensiero ed espressione
artistica.
14 ottobre:
ore 10, 30: preparazione
della liturgia
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ore 11, 15: liturgia (letture: 2 Re 5,14-17; 2 Tim. 2,8-13; Luca, 17,
11-19)
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ore 13: pranzo
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ore 14, 15: Incontro sul tema: “Dall’ovvio
all’inavvertito” condotto da Padre Ivan
Nicoletto, monaco di Camaldoli
Testo per la riflessione -
Gv.
8,1 - 11
Gesù si avviò allora verso il monte
degli Ulivi.2Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il
popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i
farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli
dicono: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio.
Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne
dici?". Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che
accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome
insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è
senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". E chinatosi di
nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno,
cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in
mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha
condannata?". Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le
disse: "Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più".
Era ovvio che le prostitute, persone al di fuori della morale, fossero
condannate. Faceva parte dell’immaginario, lo chiedevano le leggi, lo voleva la
religione. Poi succede l’inavvertito: “Io
non ti condanno”. Coma avviene in noi quando ci capita di incontrare uno che “alle
cose rompe la crosta”?
TESTI PER L’APPROFONDIMENTO DEL TEMA
DALL’OVVIO
ALL’INAVVERTITO
sereno
Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo
Mi riconosco
immagine
passeggera
Presa in un
giro
Immortale
Giuseppe
Ungaretti
Finché una luce senza margini d'ombra illumina l'oscurità del tempo
risale ad uno ad uno i suoi tornanti
e m'accorgo di te entrata nella mia vita
neppure mi chiedo da che parte e
e se lo sei o se invece non sei
su dalla sua profondità di notte in notte
affiorando
- Che farà qui - mi dico mentre splendi
e sorridi un sorriso anche mio - forse
veglia su di me. Forse affina da sempre
il mio pensiero
occupato da troppe cose e monco –
e ti guardo come sei, già nota sebbene
mai prima d'ora veduta
e stupisco che l'amore abbia questo volto
interno.
mario luzi
* *
*
Getta via le formule e le lampade,
E di ciò che tu scorgi nelle tenebre
Dì che è questo o che è quello,
Senza usare i vocaboli corrotti.
Come potrai avanzare in quello spazio, Se
dello spazio ignori la follia,
Se ne ignori le allegre procreazioni?
Getta via le tue lampade. E che nulla
Sia tra te e le parvenze che tu assumi
Quando alle cose si rompe la crosta.
Tu così come sei? Tu sei te stesso. Ma ti
sorprende la chitarra azzurra.
wallace stevens
Quando le luci si spengono –
poco per volta ci si abitua al buio
come quando il vicino, sollevando alto
il lume, sigilla il suo addio –
Dapprima - i passi si muovono incerti
nel buio improvviso –
poi - lo sguardo si abitua alla notte –
e senza incertezza affrontiamo la strada
–
Ed è così nelle oscurità più fonde -
in quelle notti lunghe della mente
quando non c'è luna che disveli un suo
segno -
quando non c'è stella che - dentro - si
accenda –
E i più coraggiosi - per un poco brancolano
–
e battono - a volte - dritti in fronte –
contro il tronco di un albero –
ma poi imparano a vedere -
E allora è la notte che si trasforma
-oppure un qualcosa nella vista che alla Mezzanotte si conforma -
E la vita riprende quasi senza incertezza.
emilydickinson
* * *
Ernesto
Balducci
"In principio era il logos, la parola", sta
scritto. Ma si potrebbe dire altrettanto bene che in principio era il sighé, il
silenzio, che è l'altro nome di Dio. Ma anche parlando dell'uomo si può dire
che in lui il principio è, insieme, la parola e il silenzio. "Noi siamo
doppi a noi stessi", scriveva Montaigne, nel senso che noi portiamo in noi
stessi una doppia identità; siamo, come io amo dire, editi ed inediti. L'uomo
inedito è l'uomo come insieme di possibilità in attesa di adempimento, di
trasformarsi cioè in realtà, diventando così dicibili a tutti. Perché come Dio
è un Deus abscunditus, così anche
l'uomo è a se stesso abscunditus. Nascosto, ma non del tutto, perché, come dice
etimologicamente la parola coscienza (con-scientia), c'è una presenza dell'io a
se stesso che ha l'unico limite di non potersi esprimere con parole, ma appunto
perché le parole sono gli strumenti forgiati dall'uomo edito. L'uomo edito è
quello che si ritaglia nella cultura in cui si è svolta la sua formazione, che
è sempre una cultura governata dalle esigenze del gruppo di appartenenza.
L'uomo inedito predilige il silenzio e, anche quando parla, le sue parole si
caricano dell'ispirazione alla totalità, come dire a un mondo che non è quello
della cultura espressa dai vocabolari, è la vera patria dell'essere. Diceva
ancora Montaigne che per quanto l'uomo perlustri il suo perimetro "non si
dà comunicazione all'essere". Se mi chiedi chi è Dio, diceva Agostino, non
lo so, ma se non me lo chiedi, lo so. Restare fedeli a questo versante inedito
della nostra realtà umana vuol dire, poi, saper entrare nella conversazione
degli uomini senza alterigia, con umiltà, accettandone le regole, ma restando
in qualche modo estranei, capaci, proprio per questo, di svegliare negli altri
le segrete affinità elettive e cioè la dimensione inedita che resta repressa e
soffocata nella chiassosa convivenza della piazza.
La parola veramente comunicativa fiorisce ai confini
dell'uomo nascosto. Solo chi ha orecchi da intendere intende e ha orecchi da
intendere chi a sua volta abita nel silenzio. Nel silenzio fioriscono le
immagini in cui si riflettono le nostre possibilità che non hanno né possono
avere cittadinanza nella città comune, la cui legge più severa è la discriminazione
tra il possibile e l'impossibile. I sogni ad occhi aperti, quelli che nascono
dal silenzio in cui lo spirito si concentra al massimo in se stesso, sono le
traduzioni immaginative delle possibilità che fervono in noi in attesa del loro
tempo.
Ma anche Dio è, a sua volta, edito ed inedito,
conosciuto e sconosciuto. Nessun nome è più funesto di quello di Dio quando
diventa dio edito, il dio del gruppo, della città, emblema e garanzia di ogni
potere. L'uomo inedito lo sa e non ama nominarlo. Il vero Dio è un Deus
abscunditus, l'estremo corrispettivo dell'homo abscunditus. La preghiera è,
nella sua intima essenza, una silenziosa corrispondenza tra l'uomo sconosciuto
e il Dio sconosciuto. Non si parla di Dio, dunque, si parla a Dio, e parlando
di lui le parole sono di inciampo. Nominare significa possedere, e un Dio
posseduto è un idolo fatto a immagine e somiglianza dell'uomo. Il limite
dell'ateo è di essere a suo modo del tutto conforme alle misure dell'uomo
edito, il corrispettivo dialettico del bigotto o del clericale che fanno di Dio
un punto di sostegno delle loro sicurezze pubbliche e delle loro aspettative
maturate sulle pulsioni della società in cui si sono integrati. La religione è
loquace e scrive il nome di Dio sui muri, la fede silenziosa lo cancella: la
verità di Dio è nel momento in cui il suo nome si cancella. La preghiera è il
respiro dell'uomo nascosto che si protende verso Colui che è nascosto:
l'incontro, se c'è, non è dicibile. Dio non si dimostra, Dio si mostra e si
mostra a chi, rinunciando a quella sottile forma di potere che è la parola, si
mostra a sua volta».
Da : “La lettera scarlatta” di Nathaniel
Hawthorne
Lettura consigliata è quella del capitolo secondo “La
porta della prigione”.
Considerazioni di Jean-Louis Ska tratte da “I volti insoliti di Dio” EDB 2006.
“La folla che aspetta
Hester alla sua uscita dalla prigione è da equiparare al gruppo degli
scribi e farisei che interrogano Gesù sulla decisione da prendere. La gente, ne
La lettera scarlatta, invoca addirittura il vangelo per chiedere una pena più
severa… La folla, per Hawthorne, è più rigorosa degli stessi magistrati nel suo
giudizio ed esige la pena capitale… Il vangelo è tradito, secondo l’autore, e
usato come clava per colpire la donna che nel racconto si dovrebbe paragonare
alla Vergine Maria… La folla è pronta, per riprendere il linguaggio del
vangelo, a buttare subito la prima pietra senza nemmeno chiedersi della propria
colpevolezza.
Il vangelo, invece, mette in scena Gesù Cristo che salva la
donna adultera dai suoi giudici e le riapre la via della vita: “Neppure io ti
condanno. Và e d’ora in poi non peccare più”.
Tom ( Tommaso
C. presidente ARCI di Arezzo, deceduto nel 2003)
Questo è il
suo augurio del Natale 2002.
In questa notte scura,
qualcuno, nel suo piccolo,
è come quei “LAMPADIERI” che,
camminando innanzi,
tengono la pertica rivolta all’indietro,
appoggiata sulla spalla,
con in cima il lume.
Così, il “lampadiere” vede poco davanti a sé,
ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri.
Qualcuno ci prova.
Non per eroismo o narcisismo,
ma per sentirsi dalla parte buona della vita.
Per quello che si è,
credi.
Tom