LE COMUNITÀ DI BASE DEVONO "STRUTTURARSI"?

 

Con questo titolo è uscito sul numero di marzo di Confronti un servizio sul seminario di Tirrenia delle CdB

 

"Fare comunità. Ministeri/servizi: quali? Come esercitarli?" . Comprende: Una introduzione di Stefano Toppi Una intervista a Carla Galetto e Maria Del Vento, a cura di Stefano Toppi

 

Un breve intervento di Franco Barbero Un commento di Enzo Mazzi

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Le Comunità di base devono "strutturarsi"? Confronti, N° 3 - Marzo 2008

 

“Fare comunità. Ministeri/servizi: quali? Come esercitarli?”. Questi gli interrogativi proposti alle settanta persone venute a Tirrenia (Pisa) nei giorni 8 e 9 dicembre del 2007 in rappresentanza delle comunità di base italiane (cdb) riunite in un seminario di studio. Il tema era stato lanciato tempo fa in una intervista a Franco Barbero, storico esponente della comunità di Pinerolo, apparsa sulla rivista “Viottoli” espressione della stessa comunità. In questa intervista Barbero manifestava in modo articolato la necessità che le cdb italiane si dessero una struttura organizzativa al loro interno di tipo “ministeriale”, anche per affrontare un futuro, possibilmente lontano, in cui non ci fossero più le persone di riferimento, quasi sempre preti, attorno alle quali le comunità sono nate. Un intervento introduttivo di Barbero ed uno di Gabriella Natta, in rappresentanza del gruppo donne della comunità di San Paolo, hanno aperto il seminario; dopo la presentazione dei dati sintetici di un questionario conoscitivo della situazione delle cdb, sei piccoli gruppi di lavoro hanno approfondito il tema. Qui ciascuno ha portato le proprie esperienze, diverse anche in rapporto alla natura della comunità di appartenenza. La maggior parte delle cdb ha una dimensione domestica, si riunisce cioè nelle case dove periodicamente legge le Scritture e spezza il pane. Le più numerose hanno un luogo pubblico dove riunirsi, le loro eucaristie hanno una frequenza settimanale e in esse più facilmente si affacciano persone nuove. In relazione a queste diverse caratteristiche strutturali ed anche al fatto di aver avuto più o meno a lungo a disposizione un prete “regolare”, cambia anche il rapporto tra comunità e presbitero e quindi tra comunità e ministeri. Le esperienze in genere convergono in un allargamento dei servizi ad una pluralità di persone: la direzione organizzativa è collegiale, il servizio della parola e la presidenza dell’eucarestia non è più patrimonio esclusivo del presbitero. Questo e molto altro non sintetizzabile è emerso nei gruppi. Alcuni punti di vista sono espressi nell’intervista a Carla Galetto e Maria Del Vento della CdB di Pinerolo, che ha voluto questo incontro, e dagli interventi, significativamente diversi, di Franco Barbero ed Enzo Mazzi che trovate in queste pagine. Un’agape fraterna e la festa per i trent’anni dell cdb di Coteto di Livorno, che ha organizzato l’incontro, hanno concluso la prima giornata. La mattina di domenica l’esperienza della scrittura collettiva, un simpatico ed efficace metodo in uso presso i gruppi di lettura popolare della bibbia, ha permesso di scambiare i pensieri emersi nei diversi gruppi di lavoro ed ha prodotto una breve sintesi scritta delle cose dette. Il prossimo appuntamento per le CdB sarà a Castel San Pietro Terme (Bologna) dal 25 al 27 aprile prossimi per il XXXI Incontro nazionale sul tema “Società sobria, equa e solidale. Culture e pratiche dal basso”. Si svolgerà presso l’Albergo delle Terme, in Viale delle terme 1113 (per informazioni: segrcdb@alice.it  o consultare www.cdbitalia.it ) ----------------- Le Comunità di base devono "strutturarsi"? Confronti, N° 3 - Marzo 2008

Tutti in cerchio, nessuno al centro 1 – Quale percorso vi ha portato a proporre alle comunità di base italiane una riflessione su quali servizi o “ministeri”, per usare una parola antica, possano essere utili o indispensabili per “fare comunità”?

"Il percorso che ha fatto maturare la riflessione sui ministeri in comunità non è nato all’interno del gruppo donne, ma da alcune donne e alcuni uomini che frequentano i gruppi della cdb. Le motivazioni, a nostro parere, sono soprattutto riferite alla condivisione di responsabilità, di scelte e di impegno, che veda coinvolto il maggior numero possibile di uomini e donne che si sentono parte della comunità stessa. Consapevolezza che è cresciuta negli anni, fino a farsi parola. Pensiamo che al centro dell’esperienza comunitaria ci sia la ricerca di stare alla sequela di Gesù (lettura della Parola, celebrazione dell’Eucarestia e impegno coerente nelle nostre vite quotidiane) e che nessuno di noi vada posto al centro, ma ciascuno/a stia in cerchio con gli altri e le altre. Nella comunità, ad esempio, ci sono sensibilità diverse su come viene vissuto il ruolo di Franco Barbero: c’è chi lo vive come presbitero della comunità, un ruolo non sostituibile se non in momenti di breve assenza; c’è invece chi lo vede come un fratello che ha una grande ricchezza personale, ma che, come ogni fratello o sorella della comunità, dà il suo contributo perché la comunità viva, ciascuno come può e come sa. Ecco perchè, dopo alcuni scambi di idee e riflessioni, si è pensato di ampliare l’approfondimento per far circolare le idee ed arricchire il confronto all’interno della Cdb e poi, in seguito alla ricerca fatta nei gruppi ed avendo letto alcuni documenti di convegni e seminari nazionali di anni fa, in cui più volte è stato affrontato lo stesso tema, ci è sembrato importante allargare il confronto con altre Cdb."

2 – Le cdb, figlie del ’68, si sono sempre caratterizzate per un aperto spontaneismo ed una mancanza di strutture “forti” al loro interno; non pensate che parlare adesso di “ministeri”, funzioni, servizi, ruoli e di come esercitarli nelle comunità sia andare contro corrente rispetto a questa prassi consolidata? "Quando parliamo di ministeri, servizi ecc. non pensiamo ad una struttura rigida e con ruoli ben definiti, bensì alla necessità, secondo noi, di avere uomini e donne come punti di riferimento, che condividono in modo collettivo la costruzione di una esperienza comunitaria, che affrontano eventuali situazioni problematiche, che tengono i contatti verso l’esterno, cioè verso altre realtà di base, vicine o lontane... Il fatto di volerne parlare non implica quindi che si senta il bisogno di strutturarsi con regole che tolgano lo spazio alla spontaneità, ma in questo modo si esprime il desiderio che ogni servizio, ogni impegno, ogni compito... non venga situato in una struttura gerarchica, determinando funzioni più importanti e altre meno, ma soprattutto che la comunità nel suo insieme di donne e uomini li riconosca come funzionali alla sua vita comune. È proprio dal confronto su come è organizzata la comunità o da come la si vorrebbe, che le persone che la frequentano e la compongono possono crescere e sentirsi più partecipi, invece che solo fruitrici di un servizio."

3 - Rispetto ai compiti che vengono svolti nella vostra comunità, quale ruolo hanno le donne? Sono ancora presenti discriminazioni di funzioni rispetto agli uomini? "Da tempo nella nostra comunità c’è un riconoscimento per tutto quanto viene svolto dalle donne, senza che ci siano discriminazioni. Non vediamo niente che ci faccia percepire alcuna discriminazione da parte degli uomini, ma non si può limitare la questione ad atteggiamenti o situazioni che discriminano. A volte avvertiamo la resistenza ad affrontare alcuni argomenti più legati al percorso delle donne, e questo non solo da parte degli uomini, ma da parte delle stesse donne. Sappiamo anche che ogni esperienza è abitata da differenze e che i percorsi hanno dei tempi e dei modi individuali. Rispetto ai ruoli, bisogna precisare che, se pur con ruoli diversi, sono molte le donne coinvolte in prima persona nella vita della cdb: sono animatrici di gruppi biblici, fanno parte del servizio di direzione, della redazione di Viottoli, ecc…"

4 - Nel suo intervento introduttivo al seminario, Franco Barbero non ha riproposto il tema della struttura all’interno delle cdb ma ha invitato le comunità alla “provvisorietà” e ad aprirsi verso la intera “chiesa di base”. Cosa pensate di questo apparente “andar fuori tema” di Franco? "Condividiamo la proposta di Franco Barbero per quanto riguarda l’apertura verso la chiesa di base, ma non vorremmo che, concentrandoci verso gli altri, lasciassimo passare come meno importante la cura della comunità stessa. Cerchiamo di spiegarci meglio. Avere l’attenzione a non chiudersi, a rapportarsi con altre realtà o gruppi o singole persone che cercano di vivere la loro fede con forte impegno, a costruire un mondo migliore, non solo è giusto, ma necessario e crediamo che questo già avvenga. Crediamo che una cosa non escluda l’altra. Come è importante aprirsi verso l’esterno, altrettanto lo è verso il nostro interno. È importante riconoscere la specificità di ciascuna sorella e ciascun fratello, le diverse capacità che ciascuno/a ha. Proprio per questo è importante non dimenticare che non tutte/i vorranno o potranno fare le stesse cose, per diversi motivi, e quindi l’attenzione alla cura si rende necessaria per la crescita di ogni fratello e sorella perché si senta protagonista delle scelte che si fanno, perché la partecipazione attiva, lo studio e la ricerca comunitaria possono far acquisire maggiori strumenti, diversamente si potrebbe correre il rischio di creare delle dipendenze da certi ruoli… Pensiamo la cdb come luogo di autoformazione e di formazione, attraverso l’autocoscienza e la ricerca collettiva, la pratica delle relazioni e del partire da sé, il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze... Tutto della comunità dev’essere inclusivo, non solo il linguaggio che usiamo."

5 - Pensate che il seminario abbia contribuito a dare delle risposte agli interrogativi della vostra comunità e del vostro gruppo donne in particolare? "Non pensavamo che il seminario potesse dare delle risposte o fornire dei modelli, ma piuttosto che potesse portare altri contributi alla riflessione in corso, o che suggerisse altri stimoli ed altri punti di vista. Crediamo che ripensare ai ruoli fissi che diventano facilmente personalismi, piuttosto che ad una circolarità ed interscambiabilità di certi servizi, possa aiutare tutti e non solo la nostra Cdb, ad acquisire una maggiore responsabilità, una corresponsabilità più adulta…"

Maria Del Vento Carla Galetto

(Intervista a cura di Stefano Toppi) ------------------ Le Comunità di base devono "strutturarsi"? Confronti, N° 3 - Marzo 2008

INTERVENTO: Franco Barbero, fondatore della Comunità di Pinerolo Ognuno di noi legge un incontro, un convegno, un seminario attraverso il suo telescopio. Da esso non si prescinde mai. Ho trovato nei circa settanta partecipanti un arcobaleno davvero interessante. Molti vivono intensamente la memoria di una comunità che hanno alle spalle più che non un’esperienza comunitaria in atto. Per altri/e la comunità ha scelto una dimensione familiare. La quasi totalità delle poche comunità presenti non ha una attività che duri tutto l’anno, ma interrompe nel periodo estivo. Buona parte dei partecipanti vive l’esperienza, con ritmi e modalità diverse, di un gruppo di lettura biblica. Numerosa la presenza di preti (celibi, sposati, laicizzati, riciclati…). L’eucarestia è celebrata in poche comunità; altri fanno riferimento a qualche parrocchia o comunità conciliare, altri non la celebrano affatto. Ho notato nei “racconti” di tutte le persone una grinta estremamente costruttiva ed una prassi di liberazione dentro il sentiero quotidiano davvero consolidata. Il vangelo, a mio avviso, ha segnato in profondità e fecondità l’esistenza quotidiana laica. Mi sembra un dato preziosissimo. Su alcuni punti e nodi “facili” (il superamento dell’ottica confessionale, una attenta pratica di laicità, la presidenza dell’eucarestia anche senza prete, …) il seminario ha approfondito costruttivamente le posizioni acquisite da circa trent’anni. Come il percorso comunitario e ministeriale delle cdb riesca a dialogare, a creare ponti, con altre realtà ecclesiali e con tanti cristiani/e sciolti, è un argomento che non ho avvertito presente. Credo che questa sia oggi una faccia della realtà delle nostre comunità cristiane di base che, a mio avviso, in genere intercettano scarsamente le persone in ricerca di fede o gli emarginati/e dell’istituzione ecclesiastica. Ma questo è un discorso troppo lungo e troppo scomodo anche per noi e forse ci siamo un po’ congelati entro i nostri schemi per poter prendere nuovi appuntamenti con la vita. Il clima accogliente e festoso dei 30 della comunità del Coteto ha favorito un dialogo fiducioso e sereno tra sorelle fratelli.

Franco Barbero -------------- Le Comunità di base devono "strutturarsi"? Confronti, N° 3 - Marzo 2008

La desacralizzazione liberante La desacralizzazione delle culture, dei poteri, dei riti e della esistenza individuale e sociale non è un’invenzione della società secolare. E’ un bisogno radicato nel profondo e un’esperienza che forse attraversa tutti secoli. Il mito biblico di Eva e il mito greco di Pandora alludono ambedue a una visione dell’esistenza umana come cammino di desacralizzazione, tragico e insieme però liberante. Eva che mangia il frutto della consapevolezza e Pandora che apre lo scrigno del senso dell’esistenza lo fanno desacralizzando l’onnipotenza divina e sfidando i suoi sacri divieti. Da lì prende senso l’evoluzione culturale umana. I miti antichi sono utopie in senso proprio, senza luogo e senza tempo. Somigliano in qualche modo alle cellule staminali: generati ai primordi dell’umanità, restano sempre giovani e sempre generativi. Sono l’espressione di un essere umano allo stato germinale prima che la civilizzazione lo avesse modellato e forse almeno in parte alienato. Debitamente interpretati, sono quindi importanti per una ricerca sui fondamenti della nostra esistenza e sul cammino della liberazione dalle alienazioni. Quel bisogno e quell’esperienza di desacralizzazione liberante caratterizzano molti movimenti di trasformazione profonda che si sono succeduti nella storia fino ad oggi. Caratterizzano certamente il movimento di Gesù e, con un salto temporale ma non morale, le stesse comunità di base. Ogni giorno che passa scopro sempre nuovi segni di una profonda affinità fra quello che viene individuato come “movimento di Gesù” e l’esperienza delle comunità di base. La vita delle comunità di base si è sviluppata prendendo ispirazione da letture bibliche in cui il senso della desacralizzazione è molto chiaro. Come ad esempio il seguente passo di Matteo: “Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa. Perché il figlio dell’umanità è signore del sabato”. Attraverso la forma di racconti e detti relativi ai profeti o a Gesù, chi ha scritto i passi biblici della desacralizzazione parla in realtà di sé e dell’area di comunità di cui egli era parte. Di fronte alla sacralità alienante di regole e riti sia ebraici sia pagani essi si sentono liberi dalla cultura sacrificale e “signori del sabato”. Non sono contro le regole e contro i riti, ma contro la loro sacralità, il loro assolutismo, la loro lontananza dalla realtà della vita. L’esperienza di vita delle comunità di base così radicata nel profetismo biblico non è affatto isolata. Ad esempio, nello scorso mese di settembre i Padri Domenicani della Provincia olandese dell’Ordine, dopo mesi di studio, preghiera e meditazione, resero pubblico, inviandolo a tutte le parrocchie d’Olanda, un documento dal titolo Kerk en Ambt (Chiesa e Mistero) che rivendicava per ogni comunità cristiana il diritto di scegliere una o più persone tra i suoi membri, “non fa differenza se sono uomini o donne, omosessuali o eterosessuali, sposati o single” per svolgere un ministero ma non in forma esclusiva. L’eucarestia “non è una prerogativa o un potere esclusivo del prete, ma la consapevole espressione della fede da parte dell’intera comunità”. La notizia provocò scandalo in Vaticano soprattutto per il fatto che l’iniziativa della elaborazione del documento e della sua diffusione avveniva con l’approvazione del Padre Provinciale dell’Ordine in Olanda P.Ben Vocking. Per questo il Vaticano chiese alla Conferenza Episcopale Olandese e ottenne la pubblica sconfessione del documento “in contrasto con la fede cattolica”. Lo stato di necessità per la carenza di sacerdoti è stato quasi sempre l’argomento base sul quale teologi e pastoralisti hanno appoggiato le loro argomentazione biblico-teologiche e storiche. Ma è stato il grande teologo, ora scomparso, Bernard Häring a spostare l’ottica limitata dell’emergenza e a mettere in discussione il modello di sacerdozio prosperato nella Chiesa cattolica lungo i secoli. “La Chiesa dei primi tre secoli -ha detto Häring- non conosceva né il termine clero, né la struttura ad esso corrispondente.” Fu la Chiesa costantiniana che costituì la gerarchia e l’autorità santa, con la conseguente divisione dei credenti in due stati, clero e laicato, ordinati e popolo. La gerarchia pretese per sé la guida delle comunità e soprattutto l’ambito liturgico. Ai laici furono affidati ruoli di servizio e fu imposta l’obbedienza e la sottomissione della coscienza attraverso la confessione del peccati. Tutto ciò in palese contrasto con quanto avveniva nei primi duecento anni di cristianesimo. Né, prima del quinto secolo esisteva alcun sacramento dell’ordinazione sacerdotale, che di fatto non ha alcun fondamento biblico o dogmatico (cfr. Giovanni Avena di ADISTA sul sito www.cdbitalia.it ). La prassi di laicità e di desacralizzazione delle comunità di base non è univoca né definita una volta pertutte. E’ plurale, crea sempre dei problemi e comunque ha bisogno di essere continuamente rinnovata e adeguata ai bisogni emergenti. Per questo nei giorni 8 e 9 dicembre del 2007 si è svolto, a Tirrenia, il collegamento nazionale delle Cdb in forma seminariale sul tema "Fare comunità. Ministeri/servizi: quali? come esercitarli?”. Sul bisogno di “fare comunità” mi sembra che i partecipanti al seminario abbiano espresso un comune sentire. L’individualismo esasperato che ci domina alimenta per contraddizione un grande bisogno di comunitarietà oltre i confini. Purtroppo però scarseggiano luoghi dove l’individuo possa uscire dal proprio isolamento e crescere e arricchirsi e liberarsi insieme agli altri/e in tutte le dimensioni della esistenza e in una rete di rapporti tendenzialmente alla pari. Abbondano è vero i luoghi dell’affollamento dove si possono soddisfare i bisogni propri dell’individuo nella società di massa: protezione, rassicurazione, stordimento, consumo compreso il consumo del sacro, delega, affidamento infantile all’abbraccio materno/paterno del guru, del maestro di spiritualità, del medico dell’anima e di quello del corpo. Per mia esperienza anche molta di quella realtà che nel seminario stesso è stata chiamata “chiesa di base” appartiene a una tale configurazione. Nessuno scandalo, per carità. Se si tratta di una dimensione di passaggio verso un “oltre” la sequela del guru può essere e forse deve essere valorizzata. Devo dire però che la “comunità di base” si caratterizza proprio per una sua particolare proiezione verso un tale “oltre”. E qui si è innestato il tema dei ministeri/servizi. Le comunità di base sono forse orientate a stabilizzarsi dandosi una struttura capace di attrarre, di offrire segni di appartenenza, addirittura dotandosi di “nuovi ministeri ordinati e consacrati democraticamente”? A me è sembrato che pochi si siano dimostrati attratti da una simile prospettiva. C’è stato dibattito. Molti però alla dimensione della stabilità preferiscono la dimensione della precarietà, dell’aderenza ai bisogni profondi dell’oggi, del fermento che si nasconde e si mescola nella massa della farina e la fa lievitare tutta, del chicco di grano caduto in terra che deve morire per portare frutto. Enzo Mazzi ------------------- dal sito nazionale delle CdB. italiane - http://www.cdbitalia.it/ Stefano Toppi