CELIBATO, DIVORZIO, EUCARISTIA: LA CHIESA DEVE ASCOLTARE
PROPOSTE DI RIFORMA DI UN VESCOVO AUSTRIACO
DOC-1967.
VIENNA-ADISTA. La Chiesa non è al capolinea: di fronte alla molteplicità di
temi e problemi che oggi si trova di fronte, e che a volte sembrano
insormontabili, ha la possibilità di continuare ad essere una realtà credibile
e ricca di significato per gli uomini e le donne di oggi. Ad una condizione,
però: quella, cioè, di avere il coraggio di compiere scelte radicali che le
consentano di rispondere più efficacemente alle esigenze dei credenti e di una
società che è cambiata. È questo, in sintesi, il contenuto dell’ultimo libro
del vescovo ausiliare di Vienna mons. Helmut Krätzl, intitolato proprio Eine
Kirche, die Zukunft hat. 12 Essays zu scheinbar unlösbaren Kirchenproblemen (“Una
Chiesa che ha futuro. 12 saggi su problemi ecclesiali apparentemente irrisolvibili”),
pubblicato recentemente in Austria dalla casa editrice Styria, che Krätzl ha
scritto in occasione del trentennale della sua consacrazione episcopale.
Vescovo da tre decenni, dunque, ma sempre “soltanto” come ausiliare: nel 1985,
alle dimissioni dell’arcivescovo di Vienna, card. Franz König, erano in molti
ad attendersi che proprio lui fosse scelto come successore, ma ciò non accadde,
né in quell’occasione né in seguito. D’altronde Krätzl non ha mai nascosto le
sue posizioni di grande apertura, per le quali forse ha pagato il prezzo di una
carriera bloccata: già nel 1992, ad esempio, ebbe ad affermare che il celibato
sacerdotale è “una forma di vita ricca di significato”, ma che occorreva allo
stesso tempo domandarsi se fosse responsabile accettare che molte comunità non
potessero celebrare l'eucaristia per “colpa” del diritto canonico. “Che una
comunità celebri l'eucaristia appartiene a ciò che è costitutivo”, aveva
affermato allora, aggiungendo che “rispettare questo valore è più importante di
una legge di diritto ecclesiastico” (v. Adista n. 58/92). E rispetto alla
questione dei divorziati risposati, nel 1994 suscitò scalpore un suo articolo
sul settimanale Die Furche in cui ricordava che nel 1972 il card. Joseph
Ratzinger, allora docente di dogmatica a Regensburg, scrisse che, in alcune
circostanze, ai divorziati risposati deve essere concesso di ricevere la Comunione.
Perché, si chiedeva mons. Krätzl, ciò che sembrava teologicamente fondato
vent'anni fa non dovrebbe essere applicato oggi?
Leggere
i segni dei tempi La sempre più sbiadita influenza della Chiesa in una società
pluralistica, l’emorragia di credenti che si allontanano, la sempre più grave
carenza di preti nelle parrocchie, lo stallo in cui sembra trovarsi
l’ecumenismo, il confronto-scontro con il mondo politico, la questione dei
divorziati risposati, le risposte ormai insufficienti della Chiesa alle
questioni di morale sessuale, il centralismo romano come ostacolo al dialogo:
la Chiesa, afferma Krätzl, ha la possibilità di trovare soluzioni percorribili
a questi problemi se presterà attenzione ai segni dei tempi che offrono chiare
indicazioni sul cammino da intraprendere. Solo così, in un dialogo fecondo e
creativo con la società, riuscirà a non ridursi ad un gruppo elitario e sempre
meno significativo per il mondo. “La Chiesa ha il dovere di venire a capo dei
propri problemi non solo nei confronti dei credenti – è la conclusione del
vescovo austriaco – ma anche nei confronti di una società che ha bisogno di una
Chiesa rinnovata”. Di seguito pubblichiamo, in una nostra traduzione dal
tedesco, ampi stralci di due dei dodici capitoli in cui è suddiviso il libro:
il primo, relativo al problema della carenza dei preti nelle parrocchie, il
secondo sulla pastorale dei divorziati risposati. (ludovica eugenio) -------------------
UNA CHIESA CHE HA FUTURO di Helmut Krätzl
Cap.
2 - Dio chiama sempre meno preti? Una delle maggiori preoccupazioni dei vescovi
di oggi è la carenza di preti. Attualmente molte comunità non hanno un ministro
disponibile. L’Eucaristia domenicale non può più essere celebrata regolarmente
ovunque. Il servizio presbiterale si limita all’amministrazione dei sacramenti,
trascurando altre importanti attività pastorali. Il crescente sovraccarico di
lavoro per i preti limita lo spazio della spiritualità e scoraggia i giovani a
seguire la vocazione sacerdotale.
Le
conseguenze della carenza di preti Il numero di ordinazioni presbiterali in
Austria dai primi anni ’60 è in costante diminuzione. Nel 1962 sono stati
ordinati 172 preti tra diocesani e religiosi, nel 2003 sono stati 37, nel 2005
solo 32. L’emergenza aumenta, mentre l’età media dei preti non fa che crescere.
L’incremento numerico dei decessi nel clero è inesorabile e non può in alcun
modo essere compensato dal numero delle nuove ordinazioni. Solamente
nell’arcidiocesi di Vienna vi sono 250 parrocchie senza prete. Il fenomeno è in
costante ascesa, tanto che uno stesso prete spesso deve seguire più realtà
parrocchiali. La situazione non cambia negli altri Paesi europei. A livello
mondiale, la carenza di preti è ancora più grave (…). Il card. Oscar Rodríguez
Maradiaga dell’Honduras, salesiano, tra i papabili all’ultimo Conclave, ha
affermato, durante una conferenza all’ambasciata argentina presso la Santa Sede
nel gennaio 2007, che nella sua diocesi un parroco può a volte seguire più di
100.000 fedeli. Le attività delle sètte in luoghi del genere aumentano a
dismisura, tanto più che queste si prendono cura dei malati. “Un parroco che
segue 100.000 fedeli non potrebbe mai essere presente al capezzale di un
malato”. Ma ciò che pesa ancor di più è che, in alcune comunità africane ed
asiatiche, i fedeli hanno la possibilità di prendere parte all’Eucaristia
solamente due o tre volte l’anno. La Chiesa cattolica si è a lungo vantata, a
ragione, di essere la Chiesa dei sacramenti, in contrapposizione alla Chiesa
evangelica che è quella “della Parola”. Oggi nelle nostre parrocchie, a causa
della mancanza di preti, la domenica sempre più spesso viene svolto il solo
Servizio della Parola, mentre, nelle parrocchie luterane di Vienna, ogni
domenica si svolge la Commemorazione della Cena, o “Eucaristia”, come anche
loro oggi la definiscono. Questo stato di necessità ci obbliga a cercare nuove
soluzioni. Quali possono essere?
La
soluzione “pragmatica” Dato che la situazione numerica non sembra poter variare
nel breve periodo e che ad oggi non ci si possono attendere contributi
significativi da parte della Chiesa istituzionale, ogni diocesi cerca la sua
soluzione di ripiego. Le diocesi adattano le proprie strutture al numero di
preti disponibili. In Germania, Francia e Austria si progettano degli ampi
spazi parrocchiali, nei quali si pensa di unire più parrocchie. Uno o più
preti, coadiuvati da un team di laici adeguatamente preparati, guidano la
pastorale dell’area da una parrocchia centrale. Si può argomentare che tutto
ciò determini anche l’inesorabile decremento del numero di fedeli cattolici.
D’altro canto, i mezzi di trasporto in Europa consentono di percorrere anche
grandi distanze per andare a Messa. I teologi pastorali possono obiettare che
così verrebbe tolta l’indipendenza alle comunità più piccole che fino ad oggi
ne avevano goduto. E che questo minerebbe sia il gusto per la vita delle
persone che la vitalità delle celebrazioni liturgiche in loco. La gente oggi
cerca sempre più una “abitazione” nella comunità in cui vive, poiché è sempre
più isolata e priva di punti di riferimento. In molte comunità la chiesa è
l’ultima forma di socializzazione, in quanto unisce le persone nella gioia e
nelle sofferenze. La liturgia rinnovata del post-Concilio spinge verso una
partecipazione attiva nella celebrazione comunitaria. Ciò però presuppone una
comunità in cui ci si conosca e luoghi di condivisione facilmente identificabili
(…). Nell’arcidiocesi di Vienna si è dato vita ad una iniziativa di parroci che
ha esposto questo problema con chiarezza. Si tratta di parroci in esercizio e
ben conosciuti che intendono spronare i vescovi a trovare nuove soluzioni nell’ambito
della Chiesa ufficiale. Questo non sarà possibile senza estendere il servizio
presbiterale a nuovi soggetti.
Altre
soluzioni possibili Negli ultimi anni ho avuto modo di osservare diversi
sviluppi nella Chiesa, che mi hanno portato a intravedere la direzione giusta.
Nella facoltà di Teologia cattolica dell’Università di Vienna, ad oggi vi sono
1.200 studenti di teologia. All’epoca in cui io ero studente più di 50 anni fa,
eravamo circa 200, di cui circa 180 furono ordinati presbiteri. Oggi, dei
1.200, al massimo 30 o 40 arriveranno all’ordinazione. Tutti gli anni,
all’inizio del semestre, accoglievo i nuovi iscritti: incontravo i giovani e
chiedevo loro perché avessero scelto teologia. Molti l’avevano fatto per
diventare insegnanti di religione nelle scuole superiori, alcuni per coadiuvare
i ministri nei servizi pastorali, molti, però, senza fini professionali,
semplicemente perché erano interessati alla teologia. Solo pochi parlavano di
sacerdozio. Nell’autunno 2005 svolsi tra gli studenti un’inchiesta sul tema:
“Perché così tanti studiano teologia e così pochi diventano preti?”. Tra il 17
gennaio e il 13 febbraio 2006, questa inchiesta venne condotta dal teologo
pastorale Paul M. Zulehner. Durante un convegno sulla questione dei preti,
tenutosi il 10 e 11 novembre 2006 presso l’Accademia Cattolica di Baviera,
Zulehner, tra le altre cose, parlò di questa inchiesta. Nonostante questa non
fosse esaustiva, furono comunque resi noti i risultati delle interviste agli
studenti. Tra gli intervistati, solamente il 9% si era dichiarato
effettivamente interessato al presbiterato definendosi “candidato al
sacerdozio”. Il 29% si sentiva chiamato al presbiterato, ma forniva al contempo
alcune ragioni per le quali avrebbe rinunciato all’ordinazione. In sintesi, si
evidenziavano due ragioni fondamentali: l’attuale situazione della Chiesa e il
celibato. Gli intervistati valutavano con preoccupazione lo sviluppo della
Chiesa e parlavano di alcuni precetti morali difficili da vivere che, in nome
della Chiesa, loro, in quanto preti, avrebbero dovuto rappresentare. Riguardo
al celibato, non si trattava solamente di una scelta di vita personale: gli
studenti mettevano in evidenza piuttosto una minore accettazione culturale del
celibato, addirittura un deciso rifiuto all’interno della comunità ecclesiale.
E questo rende la scelta del celibato ancora più gravosa. Un’altra ragione per
rinunciare all’ordinazione, secondo altri intervistati, era che non si
sentivano maturi per svolgere il ministero presbiterale, preferendo le attività
da teologi laici (…). Altri si preoccupavano del fatto che, considerando il
loro scarso numero, i preti sono oggi sempre meno pastori d’anime. E un altro
motivo addotto per la rinuncia all’ordinazione era la non accettazione della
scelta da parte di familiari e amici. Nell’elevato numero degli studenti di
teologia, però, io vedo un potenziale utile alla Chiesa e alla sua pastorale,
relativamente a nuovi soggetti a servizio della Chiesa sulla base della
molteplicità di carismi presenti nella Chiesa primitiva. Secondo me, l’alto
numero di studenti di teologia è senza dubbio un segno dei tempi. Cosa ci vuole
dire Dio attraverso questo fenomeno? A cosa ha chiamato tutti questi giovani? Un
altro punto mi ha fatto riflettere seriamente. Molti optano per il diaconato permanente,
solo pochi per il ministero presbiterale. (…) Crediamo forse che la chiamata al
diaconato sia sostanzialmente diversa da quella al presbiterato? Alcuni dei
diaconi permanenti si sentivano pronti alla chiamata presbiterale ed erano
stati in seminario per molto tempo. Poi hanno fatto un’altra scelta di vita,
orientandosi verso altre opportunità lavorative. Forse l’unico ostacolo
all’ordinazione presbiterale dei diaconi permanenti è che sono sposati? Sembra
proprio di sì. (…) Le comunità accettano sempre più volentieri uomini sposati.
L’ho sperimentato in più occasioni. Il parroco della parrocchia centrale greco-ortodossa
di Vienna è, contemporaneamente, parroco in una “parrocchia di rito latino”
nella bassa Austria. È sposato, come prevede il Diritto canonico di rito
orientale, di millenaria tradizione. Sono stato più volte in questa parrocchia
di campagna ed ho sperimentato come la comunità lo abbia accettato tranquillamente
(insieme a sua moglie). Il pastore cattolico di rito rumeno-uniate di Vienna è,
allo stesso tempo, parroco di rito latino. Anche lui è sposato e viene
considerato un valido aiuto nella parrocchia di Vienna in cui opera. Nella
facoltà teologica dell’Università di Vienna c’è un docente esperto di riti del
cattolicesimo orientale. Per questo motivo, sempre più preti della Chiesa uniate
vengono qui per proseguire gli studi. Sono di grande aiuto nelle nostre parrocchie.
Recentemente ha suscitato grande scalpore la notizia che, in un parrocchia
viennese, un giovane cappellano austriaco aveva dovuto sospendere il suo
ministero perché voleva sposarsi. La domenica successiva, al suo posto, era arrivato
uno studente sposato della chiesa rumena-uniate per celebrare la Messa. La
gente non ha compreso perché un uomo sposato dovesse sostituire il cappellano,
il quale, proprio per la sua volontà di sposarsi, era stato costretto a sospendere
il suo ministero. Non è stato facile spiegare che l’ammissione al presbiterato
di uomini sposati è possibile secondo il Diritto canonico della Chiesa uniate,
ma non secondo il Diritto Canonico di Rito Latino, dal momento in cui le leggi
canoniche degli uni e degli altri sono promulgate dallo stesso soggetto
legislatore, ovvero il papa di Roma. Del resto, già al tempo di Pio XII, alcuni
pastori che passavano dalla Chiesa Riformata alla Chiesa Cattolica,
continuavano a vivere nel matrimonio dopo la loro ordinazione con Rito Latino. Poco
tempo dopo si verificò un altro caso analogo nell’arcidiocesi di Vienna, con un
pastore evangelico, che, ordinato presbitero cattolico, svolgeva il suo ministero
in una parrocchia viennese: il suo matrimonio rimase valido a tutti gli
effetti. Il 25 giugno del 1992, scrissi una nota sul settimanale Die Furche (…)
dal titolo “Le comunità cercano preti”. Scrivevo in quell’articolo: “Se l’Eucarestia
contiene in tutta la sua pienezza l’azione salvifica della Chiesa, ed è
sorgente e vertice dell’evangelizzazione e dell’intera vita cristiana, ed esprime
la vera essenza della Chiesa, come dice letteralmente il Concilio, non si può
privarne l’intera comunità”. E mi chiedevo se, per questi gravi motivi, non
fosse opportuno modificare i presupposti per il ministero presbiterale. I media
ricondussero questa mia affermazione ad un mero dibattito sul celibato. Poco
tempo dopo, l’allora nunzio apostolico del papa, Donato Squicciarini, mi invitò
ad un incontro sul tema. Ero andato spesso da lui e c’era un clima rilassato.
Difese il celibato senza toccare l’argomento della indisponibilità dell’Eucarestia.
Prima di venire a Vienna era stato per 10 anni nunzio apostolico in Camerun.
Gli chiesi quindi come, in quei vasti territori, considerando l’ancora più
evidente mancanza di preti sul territorio, venisse gestita la distribuzione
dell’Eucaristia. Secondo lui era tutto a posto. “Avevamo 100.000 catechisti
che, in caso di necessità, la domenica celebravano il Servizio della Parola, e,
ove possibile, distribuivano la Comunione precedentemente consacrata”. Mi
chiesi, sorpreso, di che tipo di tradizione ecclesiale si trattasse dal momento
che il giorno del Signore prevede la celebrazione dell’Eucaristia. Di nuovo mi
tornò alla mente: perché di questi 100.000 catechisti almeno alcuni non possono
essere ordinati preti? Manca loro la preparazione necessaria, o il motivo
fondamentale è sempre che in maggioranza sono sposati?
Preti
del popolo in comunità vive Ho di fronte a me un libro di Paul M. Zulehner, del
vescovo sud-africano Fritz Lobbinger e del teologo dogmatico Peter Neuner, che
propone una soluzione. Il libro si intitola “Preti del popolo in comunità
vive”. Si tratta di un’arringa a favore dell’idea del prete di comunità.
Potrebbe essere la nuova strada per vivere il ministero presbiterale. Gli
autori prevedono nel futuro due modi di esercitare il ministero. Da un lato, un
ministero tradizionale per i “preti diocesani”: coloro che hanno sentito la
chiamata al ministero presbiterale, sono stati accettati e ordinati dalla
diocesi, svolgono il loro compito impegnandosi per tutta la vita, con l’obbligo
al celibato, mettendosi a disposizione delle necessità pastorali della propria
diocesi. Dall’altro, gli autori propongono una nuova forma di ministero
presbiterale detta dei “preti del popolo” o “preti della comunità”. Si tratta
di persone appartenenti alla comunità (viri probati), scelti ed eletti dalla
comunità stessa. La loro proposta è la seguente: “Vengono ordinati dal vescovo
e destinati al presbiterato comunitario. Presiedono la Celebrazione Eucaristica
e coordinano dall’interno tutta la comunità mantenendola il più possibile sulla
linea della sequela del Vangelo”. I preti del popolo conservano la loro
professione e svolgono il servizio presbiterale allo stesso modo dei diaconi
permanenti. Gli autori sono consapevoli che una tale soluzione non possa essere
perseguita solo da pochi vescovi o da singole Conferenze Episcopali. Diversi
vescovi sono stati pregati di portare a Roma questa proposta. Leggendo il
libro, mi sono venuti in mente i casi concreti sperimentati durante una visita
in un Decanato di campagna nella bassa-Austria. In quella zona quasi tutti i
preti si occupano di due o tre parrocchie. In una delle parrocchie “senza
prete” vive da anni un docente di religione insieme alla sua famiglia nella
canonica altrimenti vuota. Ha studiato teologia e guida già da tempo un centro
giovanile. Adesso è docente di religione in una scuola superiore di una cittadina
limitrofa. Dà grande impulso spirituale alla vita comunitaria della sua
parrocchia. È incaricato della cura del Servizio della Parola e della distribuzione
della Comunione. Insieme alla comunità organizza in maniera creativa le feste
religiose, in particolare durante il periodo di Avvento e di Quaresima. Mi
sembra il modello perfetto di “prete di comunità”. Potrebbe continuare a
svolgere il lavoro come docente di religione e svolgere il Servizio Eucaristico
la domenica e i giorni di festa. (…)
I
sacramenti sono per la gente La responsabilità di accrescere il numero di preti
è molto seria, in quanto, a causa della sempre più grave mancanza di preti, la
celebrazione dei sacramenti diventerà sempre più rara. Giovanni Paolo II nella
sua Enciclica Ecclesia de Eucaristia ha spiegato l’importanza di questo
sacramento anche nel suo più specifico valore per la Chiesa tutta. Ha ricordato
ai fedeli lo stretto obbligo di partecipare alla messa domenicale e ammonito i
vescovi a tale riguardo. (…) Mi stupisco che questo dovere venga considerato
così poco seriamente dalla Chiesa. Spero che molti vescovi a Roma reclamino e
facciano presente di non essere più in grado di garantire a tutti la
possibilità di partecipare alla Messa domenicale. Che io sappia, durante
l’ultimo Sinodo dei vescovi, svoltosi a Roma nel 2005 sul tema dell’Eucaristia,
anche i vescovi di Paesi in cui la mancanza di preti è più grave hanno fatto
appello a nuove soluzioni in modo a malapena udibile. Ma sarebbe stata
l’occasione per una giusta trattazione di un tema così rilevante. Negli ultimi
anni l’assistenza ai malati in Austria è sorprendentemente aumentata. Alcuni
preti e assistenti pastorali costituiscono, insieme ad un numero rilevante di
diaconi permanenti, un folto gruppo impegnato con i degenti e i malati. Il
colloquio con i malati è di grande conforto, e la vicinanza della Chiesa,
soprattutto in caso di malati terminali, reca un particolare sollievo. Ma la
mancanza di preti si avverte particolarmente nel momento in cui non possono
essere amministrati in numero sufficiente i sacramenti come la Riconciliazione
e l’Unzione degli Infermi. Viene detto ai laici che potrebbero offrire ai
malati il perdono dei peccati, ma ciò equivale al Sacramento della Riconciliazione?
(…) Possiamo quindi privare i malati dei segni sacramentali? Si pensa spesso
che la discussione riguardante nuovi soggetti che possano accedere al
presbiterato tratti esclusivamente l’abolizione del celibato. Questo oggi è
ancora un argomento “tabù”. In realtà si tratta dei sacramenti a cui hanno
diritto tutti i fedeli. La Chiesa deve valutare quello che le consentono i suoi
mezzi e la sua tradizione. Ad oggi non si riescono a prevedere soluzioni pragmatiche
per risolvere il problema della mancanza di preti e per soddisfare le esigenze
primarie delle comunità in tempi brevi. La Chiesa universale, o quelle a
livello continentale, dovrebbero cercare nuove strade. La sola preghiera per le
vocazioni, per quanto importante, non è abbastanza. Dovremmo invece pregare
affinché si riesca a capire e ad imparare come Dio, forse oggi diversamente dal
passato, chiami gli uomini a svolgere un servizio spirituale. Io credo che ci
stia già dando dei segni in molti modi. Deve forse tale necessità aggravarsi
ancora perché noi finalmente ce ne occupiamo?
Cap.
4 - Realtà di vita ormai superate?
Ho
sentito rivolgere molte critiche alla Chiesa. A volte le trovo giuste e le condivido.
Spesso invece sono ingiuste e frutto di pregiudizi, incomprensioni e generalizzazioni.
Sono molto turbato quando la gente si scontra con le regole della Chiesa,
poiché sente che esse interferiscono con le sue situazioni di vita. Questo può
essere spesso vero per quanto riguarda la questione morale coniugale (…). Come
può la Chiesa riacquistare credibilità su questo terreno? A quasi 40 dalla Enciclica
Humanae Vitae questo problema avrebbe già dovuto essere risolto in ambito
ecclesiale. La teologia morale nel frattempo ha presentato a livello mondiale
nuove argomentazioni ai fini di un giudizio differenziato. I teologi morali,
così numerosi, avrebbero dovuto essere ascoltati e non affrettatamente censurati.
Le nuove frontiere della scienza umana (la cui enorme importanza era stata
riconosciuta già in sede di Concilio) ci permettono oggi di vedere ancora più
chiaramente cosa significhi realmente, rispetto alla contraccezione, il termine
“naturale” nel rapporto sessuale tra i coniugi. La Chiesa avrebbe dovuto ascoltare
con il massimo rispetto la voce degli stessi fedeli, le loro esperienze di
amore coniugale nella vita reale. Avrebbe dovuto prima di tutto rifarsi al
principio di “maternità e paternità responsabile”, ovvero lasciare che i
genitori si assumessero liberamente questa responsabilità, dopo un attento e
coscienzioso esame della propria situazione, delle proprie motivazioni, se necessario
con l’ausilio di un medico, davanti a Dio, quindi anche sfruttando momenti di
preghiera comune (…).
Cosa
è lecito ai divorziati risposati? Nell’ultimo decennio il numero dei divorzi è
aumentato esponenzialmente. La maggioranza dei divorziati trova in seguito un
nuovo partner. Questa seconda unione non è accettata dalla Chiesa, a meno che
non ci sia stato un previo annullamento del precedente matrimonio. Per questo
motivo, per i cattolici praticanti sorgono grandi difficoltà. Poiché essi
vivono in uno stato di vita considerato peccaminoso dalla Chiesa, non possono
avvicinarsi ai sacramenti. Non potrebbero fare da padrini/madrine di battesimo
o di cresima, e neanche far parte del consiglio pastorale parrocchiale. Il loro
rapporto con l’istituzione ecclesiastica è messo a rischio dalle regole. Il
problema mina profondamente l’intera vita del credente, in campo religioso,
familiare e perfino lavorativo. Il rapporto con i divorziati risposati è
diventato uno dei problemi pastorali più tragici dell’ultimo decennio. Nel 1978
ero da un anno arcivescovo di Vienna e mi fu chiesto dal Consiglio Diocesano di
riferire a che punto si trovasse la discussione sulla pastorale per i
divorziati risposati. Le mie considerazioni furono in seguito pubblicate e, successivamente,
raccolte in un libro che, per la sua copertina, venne chiamato “Il libretto
rosso”. Circolò insistentemente la voce che questo libretto fosse il motivo
della mia mancata successione, nel 1985, all’allora card. König, come molti
invece auspicavano. Questo sicuramente non corrispondeva a verità. Mentre
preparavo il libretto, stavo scrivendo un libro dal titolo “Matrimonio e separazione:
discussione fra cristiani”. Erano i documenti di un congresso all’Accademia
Cattolica di Baviera tenutosi nel 1971. Tra i vari relatori c’erano anche i
teologi dogmatici Joseph Ratzinger e Karl Lehmann. Nella mia relazione mi ero
riferito spesso alle dichiarazioni di entrambi. Mi furono straordinariamente
utili i criteri che Ratzinger aveva formulato con tutta la dovuta prudenza
riguardo ai casi in cui alle persone in questione potesse essere concesso
l’accesso alla comunione sulla base delle testimonianze del parroco e dei
membri della comunità. Non si tratterebbe di una soluzione giuridica, ma di una
scelta di coscienza. Oltre a tali considerazioni, va dato anche un ampio
sguardo alla prassi della Chiesa ortodossa. Questa era anche l’opinione dei
teologi, cautamente formulata, ma fondata in coscienza. Anche Walter Kasper già
tentava di fare appello ad un consenso sulle dichiarazioni ufficiali di
Ratzinger e Lehmann. Mancava comunque ancora una ratifica unanime del corpo
ecclesiale. Il Sinodo dei vescovi che si è tenuto a Roma nel 1980 su Matrimonio
e Famiglia poteva essere la circostanza adatta allo scopo. E a questo si
aspirava. Joseph Ratzinger, divenuto intanto arcivescovo di Monaco-Freising, al
rientro dal Sinodo, l’8 dicembre 1980, scrisse una lettera ai preti, ai diaconi
e agli operatori pastorali. Nel testo egli faceva riferimento al Sinodo: “Per
la cura pastorale di questi nostri fedeli tormentati, è desiderio del Sinodo
che venga avviata una nuova e più approfondita analisi – in base alle
considerazioni della prassi ortodossa – con l’obiettivo di rendere la carità
pastorale ancora più visibile” (…). Nella Familiaris Consortio, Giovanni Paolo
II ha affrontato, fra gli altri, anche il tema dei divorziati risposati,
analizzando il problema in modo sorprendentemente realistico (…). Il ricorso al
sacramento della penitenza, che riapre la strada all’Eucaristia, può essere
valido per loro solo se “si impegnano a vivere una vita completamente casta,
che significa astenersi dall’atto sessuale, riservato ai soli coniugi”. In molte conferenze nell’ambito
dell’educazione degli adulti ho tentato di spiegare il magistero della Chiesa.
Riguardo alla limitazione relativa ad “una vita completamente casta”, sono
stato colpito dalla reazione, di incomprensione o di protesta, di molti
cattolici impegnati (…). Tuttavia le comunità ecclesiali si sono sempre
richiamate a questa disposizione magisteriale e per questo hanno sempre di
fatto impedito alla maggior parte dei separati la partecipazione ai sacramenti.
Correnti di opinione diversa sono state sempre respinte da Roma. Nel luglio
1993 i vescovi tedeschi Oskar Saier, Karl Lehmann e Walter Kasper suscitarono
grande scalpore con la loro lettera pastorale. Essi distinguevano tra le
disposizioni dottrinali in vigore e “l’evidente complessità di ogni singolo
caso”. In alcuni casi “il dialogo può aiutare due separati a trovare un accordo
per una decisione responsabile, che deve essere rispettata dalla Chiesa e dalla
comunità”. Nelle loro argomentazioni giungevano a conclusioni simili a quelle
dei teologi dell’Accademia di Baviera nel 1971. Alla fine del 1993 venne inviata
ai tre vescovi austriaci una lettera dalla Congregazione per la Dottrina della
Fede nella quale si diceva che il loro documento non era pienamente conforme al
magistero cattolico. Contemporaneamente la Congregazione per la Dottrina della
Fede aveva inviato una lettera ai vescovi del mondo, nella quale la dottrina in
vigore veniva ulteriormente irrigidita. I vescovi dell’Alto Reno però scrissero
alle loro diocesi una seconda lettera, illustrando i propri contrasti con Roma.
Lungi dal ritrattare, essi chiarivano che nel loro documento alcune espressioni
della Chiesa universale non potevano essere accettate e pertanto non potevano
diventare norme vincolanti e della prassi pastorale. Ma promettevano, per il
futuro, che si sarebbero sforzati di trovare una soluzione consensuale dal
punto di vista teologico e pastorale. Questa discussione ha ulteriormente
evidenziato come sia pressante la necessità di riproporre tali questioni
pastorali, e come questa porzione di Chiesa (le tre diocesi di Freiburg, Mainz
e Rottenburg) fosse intenzionata ad assumersi seriamente questa responsabilità
nei confronti della Chiesa universale. Nel frattempo due dei tre vescovi
diventarono cardinali, Walter Kasper e Karl Lehmann. Un segnale rassicurante,
che mostrò come, sebbene “la dottrina del tempo non sostenesse le loro tesi”,
il loro avanzamento di carriera non fosse stato arrestato. Resta quindi la
speranza che entrambi non dimentichino di trasmettere ai propri preti diocesani
la consapevolezza della possibilità di una “soluzione consensuale”.
Quali
altre soluzioni dovremo aspettarci per il futuro? Nel campo della legislazione
ufficiale, resta l’esempio della Chiesa Orientale. Anch’essa sostiene
l’indissolubilità del matrimonio, ma in determinate circostanze, “per motivi
pastorali e in considerazione dell’umana debolezza”, un secondo matrimonio è
possibile. Questo secondo (o a volte terzo) matrimonio prevede una penitenza.
Nel 1971 Joseph Ratzinger aveva accennato all’esempio della Chiesa orientale
nel suo discorso di ringraziamento all’Accademia Cattolica di Bayern. Il Sinodo
dei Vescovi di Roma del 1980 volle approfondire gli studi sul tema per la
Chiesa di rito latino. Oggi l’ecumene sembra essere sulla linea della Chiesa
Orientale. (…) Questa prassi della Chiesa Orientale era conosciuta anche al
tempo del Concilio di Trento. E stranamente non subì alcuna condanna. Un’altra
possibile soluzione è agire secondo coscienza. Nell’assemblea austriaca “Dialogo
per l’Austria” che si è tenuta dal 23 al 26 ottobre 1998 a Salisburgo, furono
formulate alcune proposte, accolte poi con 233 voti su 269: “Le persone che, in
base a una decisione di coscienza responsabile, e dopo attento esame - magari
dopo un colloquio con un prete – volessero accostarsi alla comunione, meritano
pieno rispetto. Per poter fornire adeguata guida e consiglio, i ministri
incaricati devono essere adeguatamente preparati”. Al contempo i vescovi
austriaci furono pregati di sostenere e tenere in considerazione il voto espresso
nel Sinodo del 1980 sulla prassi della Chiesa Orientale. Nell’elaborazione
della proposta del “Dialogo per l’Austria”, la Conferenza Episcopale Austriaca
si era impegnata perché tale proposta venisse accettata a Roma, ma poi aveva
riportato semplicemente le prescrizioni magisteriali romane. Nello stesso anno,
invece, nella Diocesi di Bolzano e Bressanone fu pubblicata una dispensa a
supporto dei preti che dovevano predicare alle coppie divorziate e risposate,
redatta da un gruppo di esperti e dai vescovi della diocesi, dove si auspicava
“che la decisione ultima in merito alla partecipazione all’Eucarestia venisse
presa sempre secondo coscienza personale, previa conoscenza degli aspetti
generali del problema, in maniera scrupolosa e informata”. Dove è chiaramente
comprensibile la distanza tra le norme oggettive e la coscienza soggettiva. (…)
Purtroppo non si può trarre alcuna soluzione a livello di Chiesa universale da
questa esperienza diocesana, ma questa presenta il problema in tutta la sua ampiezza
e rivela il coraggio di sollecitare e persino di rendere concreta, attraverso
tentativi condotti dalla Chiesa locale, una soluzione a livello di Chiesa
universale. In alcune parrocchie non si tratta solo di gestire l’acces-so ai
sacramenti, ma ci si interroga anche in che modo il secondo matrimonio,
convalido dal punto di vista canonico, possa ricevere la benedizione. Nel 2006,
l’allora ministro delle Finanze austriaco, dopo essersi sposato con rito civile
in un vigneto della Bassa Austria (il matrimonio religioso non era possibile),
chiese ed ottenne una benedizione dal parroco, previa informazione al vescovo
competente. Nelle comunità parrocchiali incontro spesso membri impegnati che
sono divorziati e risposati. Una donna mi ha detto che intendeva impegnarsi
nella preparazione al matrimonio in parrocchia, poiché, dopo la fine del suo
primo matrimonio, e grazie alla nuova consapevolezza generata da una seconda
relazione, era in grado di valutare meglio di altri le gioie e le sofferenze di
un matrimonio. In alcune parrocchie non si fa più neanche lo sforzo di chiedere
lo stato di famiglia ai padrini/madrine di battesimo (…).
L’Aids
incide sulla vita matrimoniale? L’Aids è un terribile flagello per l’umanità.
La regione più colpita è l’Africa. La Conferenza Ecumenica Africana del giugno
2004, a cui hanno preso parte 200 membri di 39 Stati africani – presente anche
la Chiesa cattolica – ha rivolto un appello allarmante: “l’Aids è un silenzioso
genocidio”. (…) Non si tratta di un castigo di Dio, ma rappresenta certamente
un’occasione per riconsiderare abitudini sessuali troppo disinvolte. Al
contempo però è nostro preciso dovere proteggere il genere umano dal contagio.
La preoccupazione della Chiesa si è concentrata fino ad ora soprattutto sulle
coppie di coniugi, in cui uno dei due è sieropositivo. I vescovi africani hanno
ripetutamente affermato la propria convinzione che in questi casi debba essere
consentito l’uso del profilattico. Da Roma ci sono stati solo rifiuti (…). Per
prima cosa Roma dovrebbe riflettere, se, in casi del genere, l’uso del
profilattico non sia “il male minore”. Ad ogni modo bisogna fermare il
contagio, assumendosi la responsabilità di seguire il quinto comandamento, più
che il sesto. In questo modo la Chiesa mostrerebbe comprensione per persone in
condizioni di vita estremamente gravose. Essere contagiati dall’Hiv significa
anche caricarsi di un peso psicologicamente insostenibile. Anche in questo caso
i credenti necessitano di tutto l’aiuto possibile. E nel matrimonio non è certo
bene che uno si senta tagliato fuori come un lebbroso, ma piuttosto è
importante che questo aiuto passi anche attraverso l’amore e la passione
coniugale. Quale enorme peccato sarebbe negare questo! Speriamo che la Chiesa
smetta di precludersi minacciosamente queste realtà di vita. “L’uomo è la via
della Chiesa”: questa frase di Giovanni Paolo II viene spesso citata, a
ragione. Essa vincola tutti noi ad aiutare gli uomini a realizzarsi, in una
Chiesa che sappia comprendere e curare, e lasciar vivere.
da
Adista documenti n.18 del 2008 –
http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=39616