CHIESA: CASA DI MISERICORDIA O TRIBUNALE?
di
Jung Mo Sung
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Nell’Incontro
nazionale dei presbiteri, svoltosi dal 13 al 19 febbraio ad Itaicí, il card.
Claudio Hummes ha riaffermato la dottrina della Chiesa cattolica in base a cui
i divorziati risposati possono frequentare la comunità cattolica, ma non
possono confessarsi né ricevere la comunione. In altre parole, le comunità
devono accogliere bene queste persone, però non possono loro permettere una
partecipazione piena, poiché si troverebbero fuori dalle leggi della Chiesa
cattolica. Non voglio discutere qui la dottrina della Chiesa su tale argomento,
ma piuttosto il modo in cui questa posizione può essere percepita o intesa
dalla società. Cioè, qual è l’im-magine e il messaggio che la Chiesa cattolica
sta passando o può passare alla società, anche involontariamente. Le persone si
rivolgono alla Chiesa (cattolica o meno) perché desiderano, tra altre cose,
riconciliarsi con Dio, con se stesse e con altre persone o con la comunità.
Il
senso di colpa, spesso diffuso e inconsapevole, è qualcosa che fa parte della
nostra vita. È una sensazione che ci tormenta. Per questo, molte volte creiamo
una corazza in noi stessi e diventiamo più insensibili verso di noi e anche
verso altre persone. Queste sensazioni o sensi di colpa non significano che
siamo necessariamente colpevoli di qualcosa, ma stanno lì e ci paralizzano
oppure ci rendono aggressivi.
Quando
ci rendiamo più sensibili a noi stessi, siamo in grado di cercare la riconciliazione
con noi e con ciò che causa questa sensazione. Generalmente, questo inizia con
un perdono: perdonando noi stessi e/o chiedendo perdono. Quando la
riconciliazione e il perdono hanno luogo, le persone fanno esperienza di libertà
e di comunione. Ci sentiamo liberi e siamo più capaci di percepire la nostra
appartenenza a qualcosa di più grande che ci unisce. Nella Chiesa cattolica
consideriamo questo processo talmente importante che vi sono sacramenti proprio
per celebrare la riconciliazione (sacramento noto anche come “confessione”) e
la comunione con Dio e con la comunità (eucarestia). Con ciò, la Chiesa
cattolica mostra che la ricostruzio-ne/riconciliazione delle relazioni umane
spezzate è qualcosa di più che semplicemente umano, è qualcosa anche di divino.
Offrendo il sacramento della riconciliazione a tutti coloro che vogliono
confessare i propri peccati e confessare (professare) la propria fede nel
perdono divino, la Chiesa confessa e annuncia la propria fede in Dio che è Amore
e misericordia. Ma se la Chiesa dice che non tutti/e coloro che fanno parte
della comunità possono avere accesso ai sacramenti della confessione e della
comunione, crea confusione tra le persone. Nel senso che invia un messaggio che
può essere interpretato in diversi modi. Un’interpretazione potrebbe essere:
Dio è misericordia infinita perché il suo Amore per noi è immutabile (non
diminuisce a causa dei nostri peccati) e ci perdona, mentre la Chiesa permette
l’accesso alla confessione solo a persone che si trovano all’interno delle
leggi della Chiesa. Così, il perdono di Dio si rivela molto più grande di
quello della Chiesa cattolica e dei suoi sacramenti. Una seconda interpretazione
potrebbe essere: la Chiesa cattolica possiede il “monopolio” del perdono divino
e le persone che non hanno accesso alla confessione non ricevono il perdono di
Dio, cosicché la misericordia divina non è tanto grande poiché è limitata dalle
leggi della Chiesa cattolica.
Malgrado
la profonda differenza teologica tra queste due interpretazioni, c’è un punto
in comune: la Chiesa si presenta o è percepita come un luogo in cui la legge
parla più forte della misericordia.
Anche
se assumiamo la prima interpretazione e diciamo che la misericordia di Dio
oltrepassa i limiti della Chiesa (che è logico, dal momento che Dio non può
essere meno di una Chiesa o religione), la Chiesa cattolica è presentata o
vista come una casa in cui la legge impera, in cui l’obbedienza alla legge è la
cosa più importante. Le persone che hanno violato questa legge e si sono
sposate per la seconda volta possono essere accolte dalla comunità, ma non
ricevere i sacramenti della confessione e della comunione. La casa in cui la
legge parla più forte - e così deve essere - è il tribunale di giustizia, dove
il giudice dichiara innocenti o colpevoli le persone in base al loro rispetto o
meno delle leggi. Qui la colpa implica un castigo. Per quanto il giudice sia
benevolo e liberi il colpevole dalla pena, la legge prevale, poiché questa
liberazione può realizzarsi solo all’interno della legge. La Chiesa deve funzionare
come un tribunale di giustizia? In fondo, la questione dei divorziati risposati
va oltre un problema pastorale o di diritto canonico. È una questione
teologica: in quale Dio crediamo? Nel Dio sottomesso alla Legge, che non può
amare e perdonare al di là dei limiti della Legge, o nel Dio che è Amore e
Misericordia, che ci ama infinitamente e che per questo non è sottomesso alla
Legge e ci perdona al di là dei limiti delle leggi?
Vivere
la fede nel Dio-Amore significa assumere il cammino della Chiesa come un luogo
di misericordia, di una vita comunitaria basata sull’amore e il perdono (i due
pilastri della riconciliazione e della comunione). Questo non comporta la fine
della legge o delle regole, ma esige una nuova relazione con esse. Esige un modo
creativo di vivere l’insegnamento di Gesù: “Il sabato è stato fatto per l'uomo
e non l'uomo per il sabato!” (Mc 2, 27).
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da
Adista n.20 (Documenti) del 2008 –
http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=39693