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sintesi della relazione di Serena
Noceti
Verbania Pallanza, 15 dicembre 2007
Ho predisposto per la mia relazione
uno schema abbastanza lineare. Inizierò con il tratteggiare a grandi linee il
percorso che la chiesa cattolica ha fatto, soprattutto nel corso del XX secolo,
per recuperare il testo biblico nella prospettiva della consapevolezza
ecclesiale. Incentrerò poi la riflessione su tre snodi qualificanti per
cogliere quella che è stata definita, in forma forte, come una rivoluzione
copernicana, e cioè principio, identità e storia, con una riflessione
conclusiva sulla chiesa come comunità ermeneutica.
Anch'io vorrei partire, come ha fatto il vescovo Bettazzi,
dal dibattito che in questo momento sta segnando sia la compagine ecclesiale
che lo stesso mondo teologico sul modo di interpretare il concilio Vaticano II,
sulla sua importanza sullo sfondo della storia secolare della chiesa. C'è chi
propende per una "ermeneutica della discontinuità", che evidenzia la
novità radicale che il Concilio è stato per la chiesa cattolica romana, e c'è
chi demonizza tale interpretazione e propende per una sottolineatura della
continuità con la fase post-tridentina e il dopo Vaticano I.
In realtà per tutti coloro che si occupano di ecclesiologia con spirito libero
e non ideologico, per chiunque viva l'esperienza di chiesa, la risposta non può
che andare nella prima direzione e cogliere quella novità che Pottmeyer, uno
dei grandi studiosi dell'evento conciliare, chiama "rivoluzione
copernicana". È una rivoluzione particolarmente evidente in ecclesiologia,
anche se è vero, come ricorda anche il cardinale Kasper, che il concilio è
stato, in parte, un concilio di compromesso. Il fatto che esistano più
ecclesiologie, giustapposte l'una all'altra, anche all'interno di Lumen
Gentium, è un dato che va tenuto presente, per una lettura non ingenua
degli elementi fondativi della autocoscienza ecclesiale. Nonostante questo
credo ci sia stata davvero una rivoluzione copernicana.
La novità sulla visione complessiva di chiesa è assolutamente evidente per
chiunque, e riguarda le categorie definitorie, le relazioni tra soggetti
ecclesiali, i riconoscimenti dei ruoli, le forme e gli spazi del darsi storico
del popolo di Dio all'interno del vasto mondo e della società complessivamente
considerata. Quando parlo con gli studenti, all'inizio di un percorso di
riflessione ecclesiologica, dico sempre che se non ci fosse stato il concilio
Vaticano II quarant'anni fa io non sarei qui a poter riflettere, parlare,
discutere di chiesa, con una competenza teologica che per le donne è stata resa
possibile proprio dalle acquisizioni conciliari. Se non altro quindi una
discontinuità radicale si dà per lo meno in relazione ai soggetti. E le donne,
e più ampiamente i laici, sono le prime a godere di questa novità. Può essere
una annotazione banale, ma può aiutarci a comprendere il nostro percorso di
autocoscienza ecclesiale alla luce del Vaticano II.
Peraltro chiunque si accosti ad un manuale di teologia scritto prima del
concilio ed in uso spesso fino alla fine degli anni sessanta, e lo metta a
confronto con qualsiasi saggio di ecclesiologia postconciliare, avverte
immediatamente la discontinuità.
Il processo di trasformazione ha avuto due momenti. Il primo, sostanziale,
è lo stesso evento conciliare, con i documenti che ha elaborato, con il
dibattito che si è sviluppato tra i Padri, con l'accoglienza immediata da parte
dell'opinione pubblica ecclesiale. Ma questo momento sostanziale deve essere
compreso anche alla luce della fase successiva di recezione,
intesa non tanto come semplice applicazione del dettato conciliare. Grandi
teologi come Gilles Routhier, Congar e Tillard, che hanno studiato i processi
di recezione dei concili, ci indicano che la recezione è sempre un processo
autocostitutivo, attivo di chiesa, che, a partire dall'evento conciliare
vissuto, davanti ai documenti elaborati e promulgati recepisce e accoglie
quegli elementi e quelle prospettive, che ritiene come un bene per la vita di
chiesa, e si trasforma in quella direzione.
Dietro l'espressione "consapevolezza ecclesiale" stanno da un lato i
documenti del concilio e tutto ciò che i Padri conciliari ci hanno consegnato
come eredità e ricchezza, ma sta anche quel vasto processo di recezione del
concilio che sopravanza anche la lettera dei testi, come nel caso della
condizione della donna. Mentre i documenti conciliari (Gaudium et Spes n. 29)
hanno solo pochi cenni sulla condizione delle donne, o, come nel messaggio
finale, ne parlano in termini di subordinazione rispetto alla condizione
maschile, le donne intuiscono, stimolate anche da fattori non ecclesiali,
extrateologici, quali il femminismo e i movimenti di emancipazione, che ci sono
prospettive da esplicitare maggiormente in una nuova direzione. Simili
osservazioni possono essere fatte per la teologia del laicato o per altre
questioni intuite dal concilio, ma maggiormente sviluppate nella fase
postconciliare.
Il tema che andiamo affrontando trova la sua propria collocazione in questo
orizzonte, da un lato perché la riscoperta delle fonti bibliche costituisce uno
degli elementi generatori e portanti dell'evento conciliare, e dall'altra
perché la nuova autocoscienza di chiesa è maturata a partire da un nuovo
rapporto fra Parola di Dio e vita dei credenti, Bibbia e vita di chiesa,
personale e comunitaria. È quanto segnalava Luciano Manicardi nel precedente
incontro. Io da qui vorrei ripartire per la mia riflessione.
Seppure rapidamente vorrei delineare come l'ecclesiologia
contemporanea si è rapportata agli studi biblici, dai quali il Concilio
(1962-1965) si è alimentato.
L'evoluzione dell'ecclesiologia e dell'esperienza di chiesa
nel Novecento fa percepire immediatamente il convergere di alcuni
percorsi di ricerca e di esperienza ecclesiale che progressivamente
(anche se con resistenze) porteranno a quella maturazione di una nuova visione
di chiesa che nel Concilio verrà alla luce in pienezza. Sono il movimento
liturgico, il rinnovamento teologico alla luce della riscoperta dei Padri e
della storia della chiesa, il movimento ecumenico, ma insieme a questo, in un posto
centrale, stanno gli studi biblici. I nuovi metodi di approccio alla Scrittura
costituiscono un processo di rinnovamento fondamentale per la comprensione e
maturazione di una nuova visione di chiesa.
Questo è vero soprattutto nella fase preconciliare. Esegeti e teologi conducono
una serie di studi settoriali intorno ad alcune definizioni di chiesa, tratte
dai testi neotestamentari, che poi consegneranno ai Padri conciliari e
diventeranno portanti nella Lumen Gentium.
Se la definizione di chiesa allora più diffusa nei manuali era sicuramente
quella di societas, società perfetta, nel senso di totalmente
autosufficiente quanto al rapporto tra mezzi e fini, dei mezzi per il
raggiungimento del fine, tra gli anni '30-'40 ci sono esegeti che cominciano a
segnalare l'importanza del recupero della categoria di corpo di Cristo nel
senso paolino e poi di popolo di Dio. Sono Vonier, Koster, Dahl, Cerfaux, ed
anche Von Rad, un esegeta teologo protestante che nel 1929 pubblica uno studio
proprio sul popolo di Dio.
Durante i primi cinquant'anni del secolo scorso si acquisiscono
progressivamente nuovi strumenti e ci si accosta al testo biblico soprattutto
col metodo storico-critico, inizialmente particolarmente diffuso in ambito
protestante e successivamente anche in ambito cattolico. Questa acquisizione si
ripercuote sull'ecclesiologia e giungerà a maturazione nel concilio.
I documenti conciliari, in particolare le costituzioni Lumen Gentium, Dei
Verbum, Gaudium et Spes, sarebbero impensabili se non ci fosse stata un'acquisizione
dei metodi storico-critici nell'approccio alle fonti scritturistiche, col
superamento di una lettura sincronica, talora di esegesi più o meno spirituale
o allegorica.
In ogni caso l'approccio alla Scrittura che noi troviamo nei documenti conciliari
non è più in chiave giustificativa. Non c'è più, come avveniva nella
manualistica, l'affermazione di principio su che cosa è chiesa, come vive,
quali sono i soggetti, per poi ricercare a posteriori le giustificazioni tratte
dai testi biblici.
I documenti conciliari mostrano che anche su questo aspetto è avvenuta una
rivoluzione a livello di prospettive: si parte dai testi, dalla loro
interpretazione per procedere poi ad una riflessione a livello teologico e alla
elaborazione di documenti. I primi paragrafi del primo capitolo di Lumen
Gentium (n. 2 dedicato all'azione del Padre, n. 3 dedicato al Cristo e n.
4 dedicato allo Spirito) sono veramente intessuti di testi biblici, di
riferimenti biblici. Quindi il primo passaggio è consistito nella riflessione
sulle definizioni di chiesa e nell'acquisizione progressiva di metodi
storico-critici per l'approccio alla Scrittura.
Nel dopo concilio ci sono state ulteriori fasi di sviluppo
della nuova prospettiva, accolta dalla Dei Verbum, come Manicardi vi ha
segnalato. Il rapporto fra bibbia e nuova consapevolezza ecclesiale ha vissuto
ulteriori approfondimenti, ha conosciuto nuove tappe nel periodo successivo al
concilio.
Per l'immediato post-concilio e gli anni '70 vorrei
soprattutto segnalare il fatto che si ricorre ormai normalmente ai metodi
storico-critici di lettura del Nuovo Testamento per fare ecclesiologia, con la
valorizzazione degli apporti che venivano da esegeti protestanti. In questa
prospettiva l'apporto e il confronto a livello ecumenico vedono una stagione
assolutamente inedita per la storia della chiesa e per l'autocoscienza
ecclesiale.
In particolare viene dato rilievo alla visone carismatica di chiesa (1Cor alla
base de La chiesa di H. Küng), viene dato rilievo al dato battesimale
e ministeriale (si pensi a Congar), ma soprattutto diventa importante,
qualificante il tema del Regno di Dio e il tema dello Spirito. Il riferimento è
a J. Moltmann: il suo testo ecclesiologico La chiesa e la forza dello
Spirito ha alimentato la coscienza di studiosi e di credenti anche
cattolici per molto tempo. Così pure si intuisce la forza radicalmente
innovativa di D. Bonhoeffer in Sanctorum communio, opera che questo
giovanissimo teologo aveva scritto nel 1927 a 21 anni.
Per gli anni '80 vorrei segnalare due diversi approcci che
hanno arricchito in maniera significativa il rapporto tra bibbia e coscienza
ecclesiale.
Mi riferisco prima di tutto alla Teologia della Liberazione
latinoamericana, dove l'approccio alla Scrittura è condotto da nuovi soggetti
(lettura popolare della Scrittura prima che lettura esegetica o di soli
teologi), con l'intuizione di un nuovo rapporto tra testo, contesto e prassi.
Soprattutto viene colto che la coscienza di chiesa in rapporto alla Scrittura
può essere detta solo a partire da una sequela, coinvolgente e responsabile, di
coloro che leggono il testo biblico stesso. Quasi a dire che il testo si
dischiude, anche per quanto riguarda le questioni ecclesiologiche ministeriali,
nell'esperienza vitale della sequela Christi, nel coinvolgimento della
causa di Gesù e della causa del Regno. In questo senso mi sembra di particolare
rilievo la riscoperta di una categoria dimenticata, quella di liberazione, una
categoria marginalizzata o ridotta solo al concetto di giustificazione e
redenzione del peccato. Come pure è importante lo sviluppo
"resistente", nel senso di resistenza, della categoria conciliare di
popolo di Dio, che, come vedremo, veniva completamente dimenticata o
marginalizzata in particolare dal magistero.
Il secondo apporto che gli anni '80 ci offrono è quello della esegesi delle
donne e in particolare l'esegesi femminista, che apre ad una
inedita prospettiva di riscoperta delle figure femminili del Nuovo Testamento,
di dibattito nuovo sulle questioni del ministero e dischiude una diversa
considerazione della fase iniziale della comunità. L'esegesi femminista punta
lo sguardo in maniera decisa sul fatto che la chiesa nasce come comunità
domestica, come chiesa in una casa, e quindi conduce ad una riscoperta giustificativa
in senso forte del valore delle relazioni umane e della ferialità legata al
luogo della casa. Molti degli studi delle esegete femministe vanno in questa
direzione. Certo, se i contributi della teologia della liberazione sono stati
temuti e in parte contestati dal magistero pontificio, anche se hanno sostenuto
e sostengono la vita, l'esperienza e la coscienza di chiesa di milioni di
persone in America latina (dai gruppi di lettura popolare della Bibbia, dalla
lettura della Scrittura di Carlos Mester non si torna indietro), i contributi
dell'esegesi femminista sono sostanzialmente sconosciuti alla maggior parte dei
teologi, come alla maggior parte dei cristiani, anche se gli apporti sono
sicuramente innovativi.
Negli anni '90 un apporto ulteriore è dato dagli studi
di sociologia del cristianesimo primitivo. Si utilizzano lo
strumentario, le categorie, le prospettive della sociologia per comprendere le
dinamiche di carattere propriamente sociologico delle prime comunità cristiane.
Già G. Theissen, nei primi anni '70, aveva indagato secondo questa prospettiva.
In Italia si è contraddistinto Giuseppe Barbaglio, che ha condotto importanti
studi con contributi significativi insieme a Romano Penna. Cercare di
individuare, nella lettura dei testi biblici, quali sono le dinamiche
costitutive del soggetto ecclesiale diventa essenziale per poter comprendere
che cosa è transeunte e che cosa è essenziale nella vicenda storica delle prime
comunità cristiane. Soprattutto questo tipo di approccio permette di collegare
l'esperienza, l'autocoscienza di chiesa neotestamentaria all'alveo del
giudaismo dal quale l'esperienza cristiana nasce e al più vasto contesto
dell'ellenismo del tempo.
Riassumendo questa pur rapida carrellata e motivandola
ulteriormente, se i primi studi nella prima metà del Novecento puntavano
soprattutto alla ricerca di nuove categorie per potersi dire come chiesa (dal
momento che venivano percepite come insufficienti biblicamente le categorie
utilizzate, in particolare quella di società), gli studi successivi si sono
concentrati soprattutto sui modelli, i principi, i soggetti nuovi del dirsi
ecclesiale.
Mi sembra importante l'acquisizione che non si può vivere un'esperienza
cristiana, non si possono trovare le parole per dire la propria coscienza di
chiesa se non si parte dal recupero più diretto e non ingenuo dei testi
biblici, in particolare dei testi fondativi della comunità cristiana stessa.
La lettura dei testi biblici ci mostra che ciò che noi chiamiamo coscienza,
autocoscienza di chiesa neotestamentaria in realtà deve essere declinato al
plurale. Noi non abbiamo una ecclesiologia neotestamentaria, ma più
ecclesiologie, come è evidente per chi legga in successione il quarto evangelo,
le lettere autentiche di Paolo e le deuteropaoline o altri testi. Il confronto
pertanto sarà da fare non con "la" ecclesiologia neotestamentaria, ma
con più ecclesiologie.
Quello che mi sembra importante e che motiva la lunga introduzione è che
dobbiamo fare riferimento non solo alle categorie o alle definizioni di chiesa,
al modo in cui sono cambiate con il concilio, alle definizioni che preferiamo
nel dirci come soggetti ecclesiali. Molto più profondamente dobbiamo
comprendere i processi, le dinamiche, i modelli costitutivi di chiesa, ponendo
in rapporto la pluralità di modelli di autocoscienza ecclesiale di oggi con la
pluralità di forme che il Nuovo Testamento ci consegna con estrema libertà.
Noi leggiamo la Scrittura per trovare la dinamica della traditio ecclesiae
liberata però da appesantimenti storici, talora indebiti, spesso non più
adeguati all'oggi e come tali neganti la logica ecclesiale sorgiva, che rende
ragione dell'esistenza stessa della chiesa.
Il confronto con l'ecclesiologia neotestamentaria (nel più
vasto orizzonte unitario dei due Testamenti) ci permette di ripensare, in mondo
corretto, il principio primo interpretativo di chiesa, di individuarne la sua
origine storica, di rideterminare i criteri di appartenenza individuale e i
processi di integrazione a livello collettivo, di qualificare le forme di
attività tipiche di chiesa, di comprendere più profondamente lo scopo
costitutivo, ultimo di chiesa, e le strutture che garantiscono identità e
operatività al soggetto ecclesiale.
Noi ci avviciniamo ai testi non semplicemente per cogliere una descrizione, ma
per comprendere una dinamica portante che è sottesa al nostro vivere
ecclesiale.
Il confronto con l'autocoscienza delle prime comunità cristiane, apostoliche e
subapostoliche, sulla cui esperienza di fede noi esistiamo e viviamo, ci
permette di pensare la nostra identità di soggetti ecclesiali che costituiscono
con loro la chiesa.
Mossa da questa consapevolezza svilupperò la mia riflessione in tre passaggi,
che ci aiutino a dare un nome, alla luce del testo biblico, alle trasformazioni
che intuiamo avvenute con il Vaticano II, a trovare delle parole e delle
formule per poter comprendere questa dinamica. Non toccherò quindi solo le
definizioni di chiesa ma soprattutto i processi, i modelli e percorsi interpretativi.
Il primo passaggio è relativo alla questione di principio, al
principio che fa esistere la chiesa, al perché la chiesa esiste e perché esiste
così. È la domanda radicale che il Nuovo Testamento ci consegna, a cui ciascuno
di noi deve trovare una risposta. Il secondo passaggio riguarda la questione
dell'identità collettiva e dei singoli credenti. L'ultimo passaggio è
relativo a questioni di storia.
Tutte le volte ho usato il termine questione perché la prospettiva sia nella
fase neotestamentaria sia per noi oggi è assolutamente aperta.
Concluderò poi con una riflessione che vuole rimandare al futuro: l'identità
più profonda della chiesa risiede nella consapevolezza di essere una comunità
ermeneutica. Questa coscienza apre al futuro. Dovremo interrogarci sui
modelli di relazione tra Scrittura e Traditio e vedere quali nuovi
soggetti ecclesiali possono aprire delle prospettive ulteriori alla nostra
lettura biblica.
L'ecclesiologia prima del Concilio, in particolare quella
espressa dalla manualistica cattolica, ma anche dalla catechesi, dal catechismo
di Pio X, su cui molti sono stati "educati" nella vita della comunità
cristiana, oppure dai testi classici di spiritualità, si concentrava su una
visione di chiesa colta come uno sviluppo a partire da una scelta precisa da
parte di Gesù, fatta durante la sua vita terrena. È un'ecclesiologia
del Gesù fondatore.
La scelta e l'invio del Dodici, il mandato a Pietro nel famoso testo di Mt
16,16-18 ("Tu sei Pietro e su questa pietra..."), testo considerato
cardine di qualsiasi ecclesiologia, o ancora le parole dell'ultima cena
("Fate questo in memoria di me"), sono ritenute all'origine della
nuova istituzione della chiesa. Dai Dodici, attraverso un processo di invio e
di delega di poteri, si passa ai successori (i vescovi) giungendo così sino a
noi. È qui racchiusa l'idea che Gesù abbia voluto fondare in maniera precisa e
puntuale un nuovo soggetto comunitario, la chiesa.
L'approccio critico e esegeticamente corretto ai testi neotestamentari, già
prima del Concilio, aveva messo in crisi questa visione del Gesù fondatore, sia
da parte protestante che da parte di alcuni gruppi di cattolici, che poi hanno
pagato per questo tipo di affermazioni. Il capitolo del modernismo è sempre
aperto. Oggi possiamo dire con chiarezza che Gesù non ha fondato nessuna
chiesa, e che non aveva nessuna intenzione di fondare una nuova istituzione
religiosa accanto o oltre Israele.
Lo dico in maniera forte, ma lo dice anche la Lumen Gentium al n. 5: Gesù
è il fondamento della chiesa ma non è il fondatore.
La missione di Gesù si concentra, come gli esegeti e i teologi protestanti
avevano già detto alla fine dell'Ottocento, attorno alla causa del Regno di
Dio.
Gesù annuncia il Regno di Dio, lo anticipa e lo mostra presente nei miracoli
(segni messianici), lo attualizza a partire dalla convocazione e raccolta
escatologica del popolo di Dio, attraverso il segno dei Dodici. La chiamata dei
Dodici, infatti, non è finalizzata ad una trasmissione o delega di poteri, ma è
azione simbolica per eccellenza della raccolta delle dodici tribù di Israele,
inizio della signoria di Dio nella sua fase definitiva.
Sembra evidente, ma per secoli, questa affermazione è stata di fatto negata.
Eppure, se uno considera i testi biblici si accorge immediatamente che il
termine ekklesia ricorre solo due volte in Matteo 16 e 18 in testi
sicuramente postpasquali. Lo stesso Luca, che pur conosce e cita continuamente
il termine chiesa negli Atti degli apostoli, non lo utilizza mai, neanche una
volta, quando racconta la vita di Gesù nel testo evangelico.
La domanda ultima che deve stare alla base della consapevolezza di ogni
cristiano, di ogni soggetto ecclesiale è: "Perché nasce la chiesa?".
Il Nuovo Testamento mostra con chiarezza che la chiesa nasce dopo la
resurrezione di Gesù, sulla base dell'annuncio gesuano del Regno, ma sul
fondamento dell'annuncio pasquale della risurrezione del crocifisso, per
opera dello Spirito.
Saranno gli studi biblici sull'opera lucana, in particolare il racconto di
Pentecoste (Atti 2), e quelli sull'ecclesiologia giovannea (Gv 20), con
l'apparizione del risorto che dona lo Spirito la mattina della risurrezione,
che permetteranno di fondare una prospettiva radicalmente nuova, che
riassumerei anzitutto nel ruolo dello Spirito, cioè nella fondazione
pneumatologica della chiesa e non solo cristologica, e, secondo elemento, nella
consapevolezza che la chiesa nasce già come soggetto collettivo, nasce come noi
ecclesiale, non semplicemente come una somma di soggetti. È il messaggio della
mattina di Pentecoste. È lo Spirito che genera la chiesa come un noi
comunitario, la mattina di Pentecoste, ed è lo Spirito che sostiene e alimenta
la dinamica relazionale che fa essere chiesa, in una perenne novità.
Se l'apporto del dialogo ecumenico con gli ortodossi ha richiamato la chiesa
cattolica alla riscoperta del principio pneumatologico in ecclesiologia, va
anche ricordato che questo principio era già stato studiato, relativamente ai
Padri della chiesa, all'inizio del 1800 da J.A.Molher, e che gli studi
esegetici avevano permesso di radicare e fondare questa nuova acquisizione
conciliare. Lumen Gentium 4 è tutto dedicato all'azione dello Spirito
nella chiesa, mentre Lumen Gentium 12 sottolinea il fatto che ogni
cristiano è portatore di un carisma. Il carisma non è una realtà straordinaria
di alcuni, ma tutta la chiesa ha una struttura carismatica complessiva.
Il primo elemento rilevante è che Gesù non ha fondato la chiesa. Al centro
della nostra consapevolezza ecclesiale non può stare un elemento che non ha
nessun retroterra biblico. Al centro c'è il Cristo, fondamento della chiesa, il
suo annuncio del Regno, la sua raccolta escatologica del popolo (Gesù voleva
fare questo all'interno di Israele) e l'opera dello Spirito nella novità della
risurrezione e della convocazione di chiesa.
Connesso a questo cambiamento sta un secondo passaggio che
interessa la chiesa del Vaticano II e riguarda la categoria, la definizione di
chiesa.
Prima del concilio la figura assolutamente più diffusa era quella della chiesa
come societas, come società perfetta (perfetta non nel senso morale,
ma nel senso di dotata dei mezzi necessari per il raggiungimento del fine), una
società quale "unione stabile di molti che tendono a un fine comune con i
loro atti". La chiesa è vista come un gruppo sociale che ha un fine
comune, quello della salvezza (individuale) delle anime. Ciascuno tende al
raggiungimento di questo obiettivo (salvezza dell'anima) e per raggiungere
questo fine è necessaria la mediazione della chiesa in quanto soggetto detentore
dei mezzi necessari (non tanto la Scrittura, quanto i sacramenti).
Questa chiesa-società, come unione morale di più soggetti che tendono a un fine
comune, per sopravvivere ha bisogno dell'autorità come principio di unione. Si
tratta di quell'autorità che a partire da Gesù era stata trasmessa ai Dodici e,
poi, attraverso un processo di delega, al papa, al vescovo e al presbitero.
Questo principio unico di sussistenza della chiesa, questa autorità, è ritenuto
così forte che Pio X, all'inizio del secolo scorso, nel 1906, scrive nella Vehementer
nos: "Nella sola gerarchia risiedono il diritto e l'autorità
necessaria per promuovere e dirigere tutti i membri verso il fine della società
(la salvezza delle anime), quanto alla moltitudine non ha altro diritto che
quello di lasciarsi condurre e docilmente seguire i suoi pastori".
Questo pensarsi attorno ad un principio di autorità è l'esito di
un'ecclesiologia che ha tradito le sue radici bibliche, che ha negato
l'elemento pneumatologico, accentuando la dinamica di un Gesù fondatore, che
trasmette attraverso la delega dei poteri la possibilità al corpo sociale di
raggiungere il suo fine. Senza l'autorità la chiesa non può esercitare la sua
missione in ordine al fine da raggiungere. Congar parlava di ecclesiologia
gerarcologica, oppure di un trattato di diritto. A questo, in effetti, era
ridotta l'ecclesiologia.
La visione ecclesiale che noi oggi abbiamo ha abbandonato completamente questi
scenari e si nutre, invece, di un più corretto approccio a quelle narrazioni
che il Nuovo Testamento ci consegna riguardo alla nascita della chiesa di
Gerusalemme e alla fondazione di altre chiese locali.
E se per secoli è stato normale soffermarsi sui sommari degli Atti degli
Apostoli, per presentare in modo un po' statico e descrittivo le diverse
componenti del volto di chiesa (ascolto della parola, frazione del
pane, comunione fraterna, condivisione dei beni), lo sguardo si sposta ora a
considerare quei testi biblici nei quali viene presentata l'origine
dell'aggregazione religiosa dei credenti in Gesù il Cristo.
Sono testi, soprattutto di carattere narrativo, ma non solo, che ci permettono
di rispondere alla domanda sul perché la chiesa esiste, e perché la chiesa
esiste così.
Gli Atti degli Apostoli in fondo vogliono rendere ragione in chiave narrativa
del perché la chiesa esiste. Per questo ci raccontano cosa avviene la mattina
di Pentecoste (Atti 2), per questo ci raccontano la fondazione delle diverse
chiese locali, da Antiochia in poi.
Ci sono poi testi più tardivi, come la lettera agli Efesini e la prima lettera
di Giovanni, che appartengono alla seconda o forse alla terza generazione di
cristiani e che nascono quindi da un'esperienza già riflessa del dato e della
soggettività ecclesiale. Sono testi, la prima lettera di Giovanni in
particolare e la lettera agli Efesini, che vogliono spiegarci perché la chiesa
ha iniziato ad esistere, perché la chiesa continua ad esistere e soprattutto
perché la chiesa esiste così, secondo una serie di determinanti specifiche.
Soprattutto 1Gv 1,1-4 presenta una ormai chiara elaborazione concettuale
dell'evento chiesa e può costituire il testo di riferimento primo per la nostra
riflessione sulla "figura di chiesa":
"1Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi
abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le
nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita 2poiché la vita si è fatta
visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo
la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi, 3quello che
abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate
in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù
Cristo. 4Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta".
La comunità giovannea indica con chiarezza i soggetti
coinvolti, le modalità del loro relazionarsi storico, i fattori che determinano
il sorgere della chiesa nella storia umana, in un incrocio strutturante tra il
dato empirico della comunità e una verità comunionale che lo oltrepassa, da
riconoscersi su di un piano misterico.
Il senso ultimo dell'esistenza ecclesiale, il vero principio, è indicato qui
con estrema chiarezza: si origina "chiesa" quando un soggetto,
indicato in questo testo con il pronome "Noi" (a suggerire
una chiara determinazione collettiva), portatore di un'esperienza coinvolgente
(«ciò che noi abbiamo visto, udito ...»), attiva un processo
comunicativo («lo annunciamo») con un interlocutore (il «Voi»,
del testo) avendo una precisa finalità («perché anche voi siate in
comunione con noi»), mosso da una lucida consapevolezza («la
comunione, la nostra, è con il Padre e il Figlio suo Gesù»).
Allorché tale annuncio viene accolto, quando cioè la comunicazione è "felice"
(come si esprimono i filosofi del linguaggio per indicare che ottiene lo scopo
per cui è stata posta), si genera la chiesa.
La chiesa ha il suo principio in un processo di comunicazione della fede. In
questo testo viene manifestato chiaramente un modello di ecclesiogenesi (di
nascita di chiesa) dall'annuncio. Il principio che fa esistere la chiesa è la
comunicazione della fede da parte di chi è credente nei confronti di chi non è
credente. È questo che genera la comunione che lega i soggetti ecclesiali, è
questo che rende possibile, attraverso la comunione ecclesiale, l'accesso alla
comunione con il Dio trinitario, il Dio che vive nella comunione: il Padre e il
Figlio.
Questo elemento è il nucleo delle principali ecclesiologie nuove del Vaticano
II, sia di Lumen Gentium, sia della Dei Verbum. Emerge
un'idea di chiesa che non nasce o che non ha al centro come valore primario o
in forma esclusiva il dato sacramentale, e ancora meno ha al centro come
elemento generatore fondativo il principio di autorità. Il principio di
esistenza della chiesa è solo e unicamente la comunicazione della fede. Se
l'accoglienza da parte del voi dell'annuncio è felice, se viene accolto l'atto
comunicativo, con tutta la sua forza performativa, allora si genera la realtà
di comunione, allora si è chiesa.
Questo elemento è da riscoprire e da definire in forma chiara, perché ha
implicazioni importanti dal punto di vista ecclesiale e pastorale.
La lettera enciclica "Ecclesia de eucaristia" di Giovanni
Paolo II (2003) è un testo, dal punto di vista biblico, poco fondato. La chiesa
non può nascere dall'eucaristia, dal momento che l'eucaristia, la celebrazione
eucaristica, è sì momento massimamente rivelativo e attuativo della comunione
ecclesiale tra i soggetti, ma è azione di una comunità di soggetti che già
hanno ricevuto l'annuncio, già hanno fatto professione di fede, già hanno
ricevuto il Battesimo e i sacramenti dell'iniziazione cristiana. Senza
accoglienza dell'annuncio, senza professione di fede ecc. non ci può essere
assemblea celebrante, e quindi celebrazione eucaristica. Non è dall'eucaristia,
neanche in senso misterico, che la chiesa nasce, ma il principio da cui la
chiesa nasce è primariamente l'annuncio della fede, la comunicazione della fede
da parte di chi è credente. Per gli autori neotestamentari è evidente il fatto
che senza evento comunicativo la chiesa non sarebbe nata, né potrebbe
sussistere. È questa la dinamica che fa esistere la chiesa. Come afferma Romani
10, 9-10: «Come potranno credere se nessuno glielo annuncerà?».
La chiesa degli Atti degli Apostoli, di Efesini, della prima lettera di
Giovanni, la chiesa di tutto il quarto vangelo, è la chiesa che ha come
principio generatore la comunicazione della fede. Il giorno in cui tutti i
cristiani smettessero di annunciare la fede ad altri non cristiani la chiesa
svanirebbe nell'arco di una generazione, perché la chiesa vive della
trasmissione della memoria di Gesù annunciatore del regno, crocifisso, risorto,
che tornerà alla fine dei tempi.
La questione di principio si affronta non nel descrivere il soggetto ecclesiale
come soggetto già costituito, ma nel comprendere il nostro essere chiesa
immediatamente in una chiave dinamica. E il principio dinamico generatore e
propulsore della chiesa non è il principio di autorità di alcuni, ma il
principio dell'annuncio del vangelo che ci vede tutti soggetto. Quello che ci
tiene insieme è la comunicazione della fede e nella fede data e accolta
nell'ascolto dell'unica parola. È questo che genera la comunione, e questo che
ci permette di partecipare della realtà di Dio.
La cosa fondamentale da non dimenticare è che il confronto con la norma
normans che è la Scrittura ci ha permesso di cogliere, anche alla luce
dell'evento conciliare, un principio dinamico, che è al centro ed è il
propulsore di tutta la vita di chiesa. Questa è la visione del primo e secondo
capitolo della Lumen Gentium e della Dei Verbum.
Concludo questa prima parte cogliendo alcune implicazioni
pastorali per la vita ecclesiale di oggi, che derivano dal principio dinamico
del nostro essere chiesa, cioè dal principio dell'annuncio che ci vede tutti
soggetti.
La prima conseguenza è che le dinamiche di
evangelizzazione devono essere di nuovo messe al primo posto. I
vescovi italiani negli orientamenti pastorali per gli anni 2000
("Comunicare il vangelo in un mondo che cambia") hanno messo in
rilievo l'importanza dell'evangelizzazione. Anche se si tratta di uno dei 14
elementi indicati nella pastorale è importante che questo elemento sia stato
richiamato.
Se vogliamo rinnovarci come chiesa e vivere il processo di recezione del
concilio, dobbiamo essere consapevoli che abbiamo un principio di esistenza
ultimo: la dinamica di evangelizzazione. Questo vuol dire dare centralità
all'annuncio agli adulti, dato che la comunicazione della fede è rivolta
primariamente all'adulto, in quanto deve essere vissuta come fatto di libertà,
oggi dimensione un po' dimenticata. Soprattutto poi non esiste fede cristiana
personale ed ecclesiale che non sia obbedienza alla parola ascoltata,
annunciata, proclamata come buona notizia.
Questo comporta il ridefinire tutti i progetti pastorali, a partire dalla
comunicazione della fede in parole significative di salvezza, ponendo di nuovo
al centro la lettura della Scrittura. Il testo biblico è di nuovo nelle nostre
mani e allora deve esserlo anche per trovare le parole per poterci dire come
chiesa.
La chiesa, nei testi neotestamentari, è un fenomeno
localizzato. Paolo per esempio indirizza tutte le sue lettere, scrivendo sempre
ai cristiani, ai santi o alla "chiesa che è in" (purtroppo la
traduzione CEI tralascia quasi sempre questo aspetto), oppure l'autore di
Apocalisse scrive "all'angelo della chiesa che è in...". L'annuncio
del vangelo e la sua accoglienza, la comunicazione della fede, sono
necessariamente un fenomeno localizzato. La chiesa neotestamentaria ha la
consapevolezza di essere l'unica chiesa, ma insieme ha la consapevolezza di
vivere in un luogo, in una città, in una regione, in una cultura. Il Vaticano
II ci riconsegna a questa coscienza di chiesa, che vive di una pluralità
costitutiva, prima di tutto quella culturale, secondo la logica del
riconoscimento reciproco tra chiese e della trasmissione della peculiarità di
ogni singola chiesa. Non c'è l'idea di una chiesa che si manifesta e che si
incarna sempre uguale in qualsiasi luogo.
Se la dinamica ecclesiale è annuncio e accoglienza della fede da parte di
soggetti segnati dal punto di vista culturale, se la forma del vivere associato
è diversa da cultura a cultura perché si esprime in forme di organizzazione, in
modi di pensare i ruoli, in maniere di esercitare l'autorità differenti da
luogo a luogo, da contesto e contesto, è chiaro che ogni singola chiesa locale
avrà un volto, un colore, una prospettiva assolutamente unica. Questa
differenza deve essere riconosciuta e valorizzata. Uno dei grandi dibattiti
post-conciliari ha riguardato proprio il rapporto tra chiesa universale e
chiesa locale, in particolare l'ecclesiologia, presente in Lumen Gentium
23, della chiesa locale come cellula dalla quale partire per poter pensare la
chiesa. Molte voci si sono levate, tra cui quella dell'allora cardinale
Ratzinger, alla fine degli anni '80 inizi anni '90 (fortemente criticate in
ambito teologico, perché non suffragate a sufficienza dal punto di vista
biblico e patristico) per tornare ad un'ecclesiologia sostanzialmente
universalistica, di stampo preconciliare, un'ecclesiologia che parte dalla
chiesa universale, dalla comunione dei credenti attorno al papa e che risolve
sul piano giurisdizionale, del potere delegato, il riferimento alla diocesi.
Nella lettera ai vescovi "Communionis notio. Alcuni aspetti della
chiesa intesa come comunione" della Congregazione per la dottrina
della fede del 1992, il cardinale Ratzinger riprende alcune espressioni dei
suoi articoli del '52, del '54 e del '56. Nel mezzo però c'è stato il concilio,
Lumen Gentium 23, che ha trattato del rapporto fra chiesa locale e
chiesa universale.
L'ecclesiologia che parte dalla chiesa universale, poi suddivisa in diocesi, ha
come base l'idea di Gesù fondatore e della delega dei poteri. Dal punto di
vista del Nuovo Testamento, della norma normans e di tutta la fase
patristica, questo non è sostenibile. Non c'è questo tipo di dinamica, neanche
per la sede romana, per lo meno fino al sesto secolo.
Il principio che pone al centro l'annuncio e l'ascolto dell'evangelo
riconosce e considera le dinamiche comunicative interne come dinamiche
essenziali per la vita di chiesa.
Nella chiesa non si vive solo la comunicazione della fede verso chi non crede,
principio generatore e costitutivo di chiesa. Esiste anche una comunicazione
della fede nella fede cristiana tra credenti, nell'ascolto del vangelo, nel
discernimento di come il vangelo deve guidare le nostre azioni personali e
comunitarie nei diversi contesti. Questo è molto evidente negli Atti degli
Apostoli, che presentano chiese dove il dialogo, il dibattito, il conflitto, il
confronto anche acceso sono reputati necessari per poter porre delle azioni
pastorali, per poter assumere delle scelte operative necessarie per la vita
della comunità all'interno e all'esterno.
Faccio due esempi.
Il caso dei sette. In Atti 6 si parla del disagio e del malcontento diffuso tra
le vedove degli ellenisti. Invece di ricorrere a un principio di autorità (i
dodici che prendono e decidono da soli) viene convocata un'assemblea, si
ascoltano le ragioni, si discute, si prega, si discerne un comportamento e solo
al termine sono i Dodici a dire di agire in un certo modo.
In Atti 15 si narra della famosa assemblea di Gerusalemme. C'è un nodo di
fondo, che toccherà il futuro del volto della chiesa, quello del rapporto tra
la componente giudeo cristiana e i cristiani provenienti dal paganesimo. Come è
possibile formare insieme una comunità superando i contrasti? Viene attivato un
percorso di dibattito, anche di compromesso, perché le quattro norme emanate
relative alla purità sono un elemento di compromesso per rendere possibile una
vita comune.
Sono comunità, quelle descritte negli Atti, che dibattono, che confliggono, che
hanno un'estrema libertà nel dire l'essenziale o nel ribadire l'essenziale gli
uni davanti agli altri. Qui cito il famoso episodio di Antiochia così narrato
da Paolo in Gal 2, 11-14: "ma quando Cefa venne ad Antiochia io mi
opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. (...) anche altri
giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò
attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano
rettamente secondo la verità del vangelo dissi a Cefa in presenza di
tutti...".
Paolo dice a Pietro, punto di riferimento per la vita di comunità, "mi
opposi a lui a viso aperto", "aveva evidentemente torto"
"stava simulando qualcosa, era una forma di ipocrisia" "non si
comportava rettamente secondo la verità del Vangelo". "Per questo gli
dissi apertamente, davanti a tutti..."
Sono comunità cristiane che sanno 'attraversare il conflitto delle
interpretazioni e delle opinioni, mentre nella chiesa cattolica di oggi tutto
questo è impedito. Il dissenso non è accettato. Il consenso è richiesto come
adeguamento all'autorità. Non è il consensus fidelium o il riferimento
a un percorso più ampio e più vasto, ma è l'adeguamento a ciò che il magistero,
che pur deve parlare, afferma.
L'ultimo problema che mi sta a cuore, legato sempre alle dinamiche comunicative
nella fede tra cristiani, è quello della direzione dei processi comunicativi.
Anche in questo caso tra il preconcilio e il postconcilio c'è una netta cesura,
un'ermeneutica della discontinuità.
Prima del concilio, ciò che era stabilito nella chiesa era frutto di processi
di comunicazione della fede sostanzialmente unidirezionali, che separavano
nettamente chiesa docente da chiesa discente, chi sa da chi non sa, chi ha il
diritto di promulgare e dichiarare e chi deve seguire come gregge le
indicazioni. Qualcuno ha qualcosa da dire, una verità da dichiarare, gli altri
sono nella posizione di puri recettori.
Il Vaticano II, in particolare in Dei Verbum n. 8, afferma invece che
la Tradizione cresce nella comprensione delle cose spirituali e delle parole
trasmesse sia da parte di chi ha il carisma di verità (i vescovi), sia da parte
di chi studia queste parole trasmesse (i teologi), sia da parte di tutti i
cristiani che fanno esperienza delle cose spirituali e delle parole trasmesse.
In questo testo si rivoluziona completamente l'idea di base di chiesa e dei
processi comunicativi nella chiesa. I processi non possono più essere
unidirezionali tra chi ha il carisma di verità e tutti gli altri: la dinamica
ecclesiale della Tradizione, cioè della linfa vitale che si dispiega nella
storia, vede sempre come soggetti tutti i cristiani. Tutti i battezzati sono
soggetti costituenti insieme il soggetto ecclesiale in un dinamica
comunicativa multidirezionale.
Quindi il processo è di rete, di network, in cui ogni cristiano è a un tempo
soggetto recettore e trasmettitore. Anche i vescovi sono soggetti recettori,
della parola ma anche della parola che viene vissuta e compresa all'interno
della comunità ecclesiale nel suo insieme. È quanto afferma Lumen Gentium
12, riguardo al sensus fidei e al consensus fidelium, testo
tra i più inapplicati nella vita di chiesa. La visione sinodale lì intuita non
ha saputo trovare sbocchi, strutture, dinamiche per realizzarsi. Siamo ben
lontani dalle comunità degli Atti degli Apostoli. Certo, quelle degli apostoli
erano comunità molto piccole, ma chi ci vieta di strutturare il percorso
secondo processi progressivi, nei quali effettivamente tutti i soggetti possono
vivere questa dinamica? Le comunità protestanti, quelle di matrice
congregazionalista, ma non solo, hanno tutta una serie di processi
partecipativi che vedono ogni singolo soggetto cristiano nella condizione di
poter esprimere la sua interpretazione del vangelo nella storia e poter offrire
un apporto per la vita della comunità. È urgente modificare i processi comunicativi
nella chiesa da unidirezionali a pluridirezionali o multidirezionali, pur nella
differenza di ministeri....
Su questa base possiamo ora affrontare nel secondo momento il tema della
identità, la questione della percezione della chiesa come soggetto storico e il
compito ermeneutico che ci è proposto.
Ancora più profondamente il confronto con la Scrittura
alimenta una nuova coscienza della nostra identità, collettiva e individuale.
Tra i molti aspetti vorrei soffermarmi su alcuni.
Il concilio ha segnato un cambiamento anche sul piano della
consapevolezza dei soggetti ecclesiali, sia dal punto di vista collettivo
(tratterò del tema del popolo di dio e del sacerdozio comune) sia dal punto di
vista individuale (prenderò in considerazione il ministero ordinato e il fatto
di essere una chiesa di uomini e donne).
Non parlerò dei laici. Forse qualcuno potrebbe stupirsi, dal momento che uno
degli elementi significativi della nuova coscienza ecclesiale è proprio legato
alla teologia dell'essere laici, che il concilio ha proposto e sviluppato. Non
ne parlo perché nei testi neotestamentari non c'è questa problematica, e
neanche il termine, che appare con Clemente Romano nel 95.
C'è invece l'espressione "popolo", l'esperienza dell'essere popolo, a
cui farò riferimento.
Quello che è cambiato con il concilio, e che i vescovi ci hanno lasciato come
eredità permanente, è soprattutto la consapevolezza della chiesa di essere un
soggetto collettivo, espressa attraverso la categoria, a un tempo sociologica e
teologica, di popolo di Dio. Dove "popolo" è una categoria
sociologica quanto "societas", o "communitas",
e il genitivo "di Dio" è la qualificazione teologica.
Questo termine è stato studiato già a partire dagli anni '30-'40, anche in
ambito cattolico, da parte, ad esempio, dell'abate Vonier e del norvegese Dahl.
I loro testi non sono particolarmente conosciuti, ma sono stati determinanti
per la fase successiva. I vescovi scelsero, durante il Concilio, come
definizione chiave di chiesa, quella di popolo: popolo di Dio, popolo
messianico, popolo universale, tratti illustrati nel secondo capitolo di Lumen
Gentium.
Conosciamo la storia della redazione di questo testo, e in particolare il fatto
che, rispetto allo schema precedente che prevedeva chiesa-mistero, gerarchia,
laici, su richiesta del cardinal Suenens alla parte su gerarchia e laici venne
premessa una parte comune, relativa alla soggettualità collettiva, quella di
popolo di Dio. Il Concilio ha scelto questa definizione in maniera decisa a
fronte di altre ipotesi possibili, come ad esempio quella più tradizionale,
diffusasi negli anni '40-'50, di Corpo mistico di Cristo. Corpo di Cristo è una
definizione paolina, che la Mystici Corporis di Pio XII aveva ripreso
per evidenziare il dato anche misterico dell'esperienza ecclesiale. È
un'immagine evocativa che il Concilio mantiene, ma che pone in una posizione
sicuramente diversa. Lo capiamo dalla struttura del testo di Lumen Gentium,
dal momento che, dopo aver presentato l'apporto delle persone della Trinità
alla vita di chiesa (il Padre al n. 2, il Figlio al n. 3 e lo Spirito al n. 4),
dedica il n. 5 al tema del Regno di Dio (prima di parlare di chiesa dobbiamo
riferirci all'annuncio, alla predicazione del Regno), il n. 6 alle immagini
bibliche della chiesa (vigna, gregge, sposa, famiglia, ...), e il n. 7 proprio
al Corpo di Cristo. L'immagine viene mantenuta, ma si dice appunto che è
un'immagine, una metafora, e non una definizione di chiesa. La chiesa è
"come" il Corpo di Cristo, la chiesa può essere compresa, attraverso
questa immagine così forte ed evocativa, per il suo rimando al dato
eucaristico, per il riferimento alla determinazione del corpo organico, per
l'elemento che rimanda al rapporto con il corpo di Cristo e con la vicenda di
Gesù, tutti e tre elementi che nella teologia paolina sono ben presenti nella
loro distinzione. Tale distinzione non è invece sempre presente nella teologia,
dove questi tre aspetti spesso si sommano, in maniera anche indebita, con
deduzioni rischiose. Nella fase preconciliare c'era chi, per esempio, deduceva
dall'immagine del corpo di Cristo l'idea che ci fosse una testa, il Cristo, che
però aveva una rappresentazione diretta ed immediata nel romano pontefice, nel
papa, come colui che era capo della chiesa, del corpo del Signore. Queste
deduzioni nascevano da una lettura non precisa dei testi, che sovrapponeva tre
diversi usi, uno sacramentale di corpo di Cristo, uno legato alla vicenda di
Gesù e al suo corpo che è la chiesa (Colossesi ed Efesini), uno legato al corpo
organico, alle molte membra dell'unico corpo (Rom 12, 1Cor 12). Il Concilio
sceglie di dare un posto particolare a questa metafora, a questa immagine di
chiesa, ma dichiarando appunto che è una metafora e non una definizione. In
questo senso, la novità è radicale.
Dopo 1500 anni, il termine di popolo di Dio riappare nella teologia e in un
documento magisteriale, pur essendo stato mantenuto nel linguaggio liturgico, e
anche, in parte, per indicare la 'plebs', i laici. Anche oggi sentiamo
spesso dire: la gerarchia "e" il popolo di Dio, intendendo per
"popolo di Dio" i laici. Quest'uso va contro il Concilio, e penso che
dobbiamo impegnarci a evitare l'utilizzo erroneo dei vocaboli. Il termine
chiesa, ad esempio, è spesso usato per indicare la gerarchia o addirittura il
Consiglio di presidenza della CEI, che finisce per essere "la chiesa in
Italia". Non dobbiamo indulgere a errori sul piano del linguaggio perché
portano con sé una concettualizzazione errata e contribuiscono a mantenere
un'idea falsa dell'esperienza ecclesiale. Quando lo fanno i giornalisti,
mostrano in ciò la loro ignoranza, ma noi non dobbiamo cedere su questo, e
tanto meno accettare che in alcuni documenti magisteriali postconciliari si utilizzi
"chiesa" per indicare la gerarchia. Purtroppo avviene.
La relazione ufficiale di accompagnamento di Lumen Gentium spiega che
l'espressione "popolo di Dio" è stata scelta dal Concilio come
definizione di chiesa.
Se questo era così evidente nel tempo del Concilio, non lo è
stato altrettanto nella fase successiva,
che vede un sostanziale oblio della categoria "popolo di Dio", una
sua marginalizzazione e dimenticanza soprattutto evidente nei documenti
magisteriali, ma anche nelle riflessioni ecclesiologiche dei teologi.
Nei documenti della Conferenza episcopale italiana negli ultimi 40 anni,
elaborati come orientamenti pastorali, la definizione di popolo di Dio,
centrale e portante per il Concilio, scompare, citata solo due volte in un solo
documento. Sono riapparse espressioni più spiritualizzanti come "corpo di
Cristo" o "sposa di Cristo", oppure "sacramento". Il
termine "sacramento" è poi impiegato in modo non corretto perché la Lumen
Gentium al n. 1 dice: "La chiesa è in Cristo come (velut) un
sacramento, cioè un segno, un strumento, dell'intima unione con Dio e
dell'unità di tutto il genere umano". Un conto è dire che la chiesa è
sacramento, un conto è dire che è "come" un sacramento. Il concilio
usa l'espressione in senso metaforico, come immagine. Il "come" è
stato spesso dimenticato, anche in documenti magisteriali, come pure in manuali
di ecclesiologia attualmente in uso.
In controtendenza rispetto a questa marginalizzazione e dimenticanza sono stati
alcuni rari teologi, come Dianich, e soprattutto la teologia della liberazione
latino americana, che ha mantenuto e valorizzato l'idea di chiesa come popolo
di Dio, la dimensione popolare della chiesa.
Anche se la categoria di "popolo di Dio" è quasi
scomparsa a livello magisteriale e teologico, anche se le è stata preferita la
nozione di "comunione", di "sacramento" o di "corpo di
Cristo", sul piano della nostra esperienza di chiesa, della nostra
consapevolezza ecclesiale, l'idea della chiesa come popolo di Dio è penetrata e
si è sedimentata in noi.
Noi oggi possiamo affermare e riconoscere che l'unico vero sinonimo del termine
chiesa è "popolo di Dio". Ne abbiamo compreso l'universalità, vale a
dire la dimensione di cattolicità, di unità nella diversità. Ne abbiamo
compreso la dimensione storica. Abbiamo la consapevolezza, insita proprio
nell'uso del termine "popolo di Dio", delle radici ebraiche della
nostra esperienza cristiana, del nostro radicarci in Israele, e, ancora, siamo
consapevoli della forma popolare della nostra vita ecclesiale. Siamo
consapevoli che tutti abbiamo la stessa dignità.
Siamo consapevoli di quanto la Lumen Gentium n. 9 afferma: "piacque
a Dio salvare e santificare gli uomini, non individualmente, ma facendo di essi
un popolo, un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella
santità". Siamo consapevoli che è un popolo che ha come fine il Regno
di Dio (sempre LG9). Siamo consapevoli che si tratta
di un popolo formato da uomini e donne che hanno la stessa uguale dignità, e
che la legge che lo unisce non è un principio di autorità, ma è la legge della
carità. Siamo consapevoli che è un popolo messianico (ancora LG9), cioè un popolo che partecipa della missione del
messia.
Se così è, vuol dire che la recezione del concilio su questo punto c'è stata,
nonostante magistero e molti teologi abbiano percorso altre strade.
Il secondo recupero che vorrei segnalare, sostenuto
direttamente da studi biblici, è quello del sacerdozio comune e del relativo
superamento della visione sacrale che ha accompagnato per secoli la
comprensione del ministero ordinato e la visione dei sacramenti. Ma, a
differenza di ciò che è avvenuto per la concezione della chiesa come popolo di
Dio, questo aspetto del sacerdozio comune, di essere un popolo sacerdotale, è
passato a livello di consapevolezza solo in alcuni e non in maniera ampia e
diffusa.
Il testo cardine di questa prospettiva, finalmente riscoperto nella sua
centralità anche dai cattolici, dopo che Lutero ne aveva fatto giustamente la
chiave di volta della sua ecclesiologia, è la prima lettera di Pietro 2,4-10,
in cui il popolo di Dio viene indicato come un popolo sacerdotale, che esercita
un sacerdozio santo, regale. È il popolo in quanto tale che esercita il
sacerdozio.
Non esiste più per il cristiano un ordo, una casta sacerdotale, un
gruppo di sacerdoti che mediano tra Dio e il popolo dei fedeli. Tutti formiamo
un popolo sacerdotale ed esercitiamo la nostra mediazione tra Dio e il mondo,
tra Dio e chi non è credente, nell'annuncio e nel dono di noi stessi al di
dentro della vita quotidiana. Il nostro sacerdozio non è prima di tutto un
sacerdozio dei riti e delle celebrazioni, ma un sacerdozio dei fatti e della
vita (Lumen Gentium 10). Come dice la lettera ai Romani (12,1) siamo
chiamati a offrire il nostro corpo come sacrificio vivente, santo, gradito a
Dio. Il contenuto del nostro culto a Dio, il contenuto del nostro sacerdozio è
formato da tutto quello che noi siamo, dal nostro lavoro, dalle nostre
relazioni, dalle nostre attività economiche e politiche, dalla nostre scelte.
Il Concilio ha riscoperto che non esiste una separazione contrappositiva tra
sacro e profano per i cristiani, che non esiste più un tempo sacro contrapposto
al tempo profano, uno spazio sacro contrapposto a spazio profano, una persona
sacra contrapposta a persona profana, perché tutto per noi è ad un tempo sacro
e profano, perché tutto è santo, sta sotto la santità di Dio. Questa
dimensione, sottolineata dalla Lumen Gentium 10-11, e sottesa a tutta
la Sacrosanctum Concilium, solo parzialmente è stata accolta dalla
generalità dei cristiani. Si riaffermano oggi processi di sacralizzazione e sacerdotalizzazione,
in particolare in rapporto alla figura dei ministri, processi che sembravano
superati con il dettato del Vaticano II. Si ritorna così a pensare il
cristianesimo in termini di religione, di a priori religioso, di
"servizio al sacro", e così pure si ritorna alla visione, assente nel
Nuovo Testamento, dei "ministri ordinati" come "sacerdoti".
Il termine sacerdote nel Nuovo Testamento è utilizzato solo per Cristo (Lettera
agli Ebrei) e, al plurale, per i cristiani (Apocalisse) oppure per il popolo
sacerdotale (in Pietro 1).
L'attuale forte ripresa della logica del sacro, il ritorno del religioso
rischiano di oscurare la positiva secolarizzazione maturata con la
frequentazione della Scrittura.
Gli altri due elementi che vorrei ricordare sono relativi
all'identità dei singoli credenti. Ho già accennato al fatto che la chiesa è
chiesa di uomini e donne. Non è un elemento scontato e neppure completamente
acquisito nelle sue implicazioni. Le bibliste, le teologhe femministe stanno
evidenziando con forza questo dato, ma è ancora molto limitata la
consapevolezza di che cosa comporti pensare in prospettiva di genere la
soggettualità dei credenti, dei soggetti ecclesiali, il modo di essere uomini e
donne credenti, il modo di offrire un apporto specifico nel processo
dell'annuncio della fede, nella comunicazione della fede.
Elisabeth Schüssler-Fiorenza, forse la più famosa esegeta cattolica, dice che
la chiesa del Nuovo Testamento, sulla base della novità del comportamento di
Gesù e della prassi cristiana iniziale, è quella di un discepolato di eguali.
Nell'affermare questo rimanda a un testo-chiave, alla Magna Charta delle
comunità cristiane, non solo dei rapporti uomo-donna nella chiesa, ma di tutte
le relazioni ecclesiali, che è il capitolo 3 della lettera ai Galati, il
versetto 28: "non c'è giudeo né greco, non c'è schiavo né libero, non
c'è uomo e donna, perché tutti voi siete uniti su Gesù".
Non si dice "né" uomo "né" donna, perché la determinazione
di ciascuno è sempre sessuale e questo viene riconosciuto dalla Scrittura, ma
ciò che viene meno è la contrapposizione divisiva o gerarchizzante
uomini-donne, "perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù". Quindi se
si tratta di superare le differenze dal punto di vista del ceto sociale o della
religione o della cultura di provenienza (né giudeo né greco, né schiavo né
libero), si rimane uomo e donna, ma il nodo di fondo è non risolvere questo in
un processo di gerarchizzazione e di subordinazione.
È questa la Magna Charta di ogni vita ecclesiale.
Questa nuova consapevolezza di chiesa è maturata certamente sulla scia delle
aperture conciliari, ma soprattutto grazie agli apporti di fattori
extraecclesiali, quali il percorso del femminismo, certi processi emancipatori,
l'accesso all'istruzione universitaria e al mondo delle professioni.
Sono le teologhe e le bibliste a mettere in evidenza le tante figure di donne
attivamente presenti nelle comunità cristiane (e poi dimenticate, marginalizzate,
la cui identità è stata volutamente oscurata o travisata) e i processi di
marginalizzazione delle donne con l'assunzione dei codici familiari, e più in
generale a evidenziare la differenza di genere come dato non
sottovalutabile per pensare il volto di chiesa
Le donne, così numerose come operatrici pastorali, iniziano ad essere numerose
anche come teologhe all'interno della chiesa, nonostante la persistenza di
processi di discriminazione. Certo, fino al 1965 nessuna donna cattolica poteva
accedere agli studi biblici e agli studi teologici, mentre già alla fine
dell'800, le donne protestanti negli Stati Uniti (in rapporto peraltro al
movimento delle suffragette, per la richiesta del voto) scrivevano la loro Woman's
Bible, uno studio delle figure bibliche, delle immagini femminili di Dio,
nei testi della Scrittura per mostrare che la Scrittura non vuole la
subordinazione delle donne, ma riconosce loro diritto e soggettualità.
Sempre a proposito della identità dei singoli credenti l'ultima
questione che affronto è quella relativa al ministero ordinato.
Gli studi biblici precedenti al concilio hanno permesso di comprendere meglio
l'identità del ministro ordinato e del laico in rapporto al riconoscimento del
ministero (anche su questo punto, purtroppo, assistiamo a tentativi di ritorno
a una teologia tridentina).
Lo studio del Nuovo Testamento ha comportato il superamento della visione di un
ministero ridotto alla sola funzione sacerdotale, di un ministero riletto alla
luce della presidenza della celebrazione eucaristica, tutto concentrato sulla potestas
sacra. Il Concilio pone il ministero ordinato, sulla scorta degli studi
del Nuovo Testamento, all'interno di una visione di chiesa tutta missionaria,
in cui tutti sono soggetti, specificando in forma nuova il principio
costitutivo della funzione ministeriale, che risiede nel garantire
l'apostolicità dell'annuncio, che vede tutti come soggetti, della fede
apostolica.
Garantire l'apostolicità è il primo elemento specifico. Quindi l'assemblea
celebrante è fatta di sacerdoti quali noi siamo; presiede l'assemblea
celebrante chi presiede la comunità, chi le garantisce l'apostolicità
nell'annuncio, nell'evangelizzazione, elemento necessario perché la chiesa
possa essere chiesa di Gesù.
Abbiamo compreso che la strutturazione tripartita, vescovo-prete-diacono, non è
presente nei testi neotestamentari, dove si riscontra una pluralità enorme di
forme ministeriali. Ci è stata restituita quindi la possibilità di distinguere
l'essenziale della funzione (Atti 20, 1Pietro), che è garantire l'apostolicità
a partire dall'annuncio della Parola, rispetto alle tante forme transeunti,
necessarie e storicamente determinate, che possono però variare.
La nuova consapevolezza di chiesa che l'approccio alla
Bibbia rende possibile si è manifestata anche nella presa di coscienza che la
chiesa non nasce in un momento puntuale, la sua origine non è riconducibile ad
un punto nello spazio e nel tempo. Questa acquisizione, solo intuita dal
Concilio, è avvenuta successivamente, in particolare grazie agli studi di G.
Lohfink sugli Atti e alle numerose ricerche di sociologia del cristianesimo
primitivo (Theissen e Barbaglio), che illustrano le tappe e i fattori di
sviluppo di un processo di istituzionalizzazione progressivo.
L'inizio della chiesa è dato in un processo.
C'è il fondamento della chiamata di Gesù del popolo escatologico per la venuta
del Regno, ed è una fase previa alla nascita. C'è poi il momento della nascita,
del venire alla luce, il momento sorgivo della Pentecoste.
Per alcuni decenni, la chiesa rimane sostanzialmente giudeo-cristiana, sul
piano degli usi e dei comportamenti e della provenienza dei cristiani
dall'ebraismo.
In seguito alla persecuzione che alcuni subiscono a Gerusalemme, inizia il
confronto con il mondo pagano e ci si pone la domanda se si deve diventare
ebrei per poter essere cristiani (il dibattito di Gerusalemme). A questo punto
la chiesa diventa una chiesa di giudeo-cristiani ed etno-cristiani che vivono
insieme.
La tappa conclusiva del processo di fondazione della chiesa è quella attestata
da Efesini. La chiesa, a questo punto, ha delineato più precisamente il suo
volto, come chiesa fatta insieme, nell'unità della diversità, di
giudeo-cristiani ed etno-cristiani, segno escatologico della venuta del Regno,
dove un popolo da molte genti è stato finalmente raccolto.
Concepimento, gestazione e nascita della chiesa, sono tappe di un processo
complessivo, che segnano di storicità in senso forte la vita ecclesiale.
I testi neotestamentari sono frutto non solo della generazione apostolica, ma
anche della seconda e addirittura della terza generazione cristiana. Il momento
fondativo della chiesa non è racchiudibile in una sola generazione. C'è stato
un passaggio fondamentale, qualificante, tra la seconda e la terza generazione,
che ha dato origine al ministero e che ha fatto assumere la decisione di
scrivere i testi e di codificare alcune forme rituali. Questo passaggio è stato
segnato da due elementi. Il primo è la constatazione del ritardo della parusia,
della venuta del Signore ritenuta imminente dalle comunità nei primi venti o
trenta anni (1Tessalonicesi). Il secondo è la coscienza che la generazione
degli apostoli sta venendo meno. Diventa necessario chiedersi come reggere il
peso della storia, per mantenersi fedeli all'essenziale: l'annuncio del Regno,
la morte e resurrezione e il ritorno alla fine dei tempi. Il dover garantire la
memoria di Gesù in contesti sempre più ampi, in una prospettiva temporale più
allungata, con la progressiva scomparsa di coloro sulla cui fede e
testimonianza noi ci fondiamo, rende ragione del perché esiste la chiesa. La
chiesa esiste per questo, per mantenere la memoria di Gesù (il risorto che verrà)
attraverso i tempi, attraverso le generazioni.
Il fatto che nel Nuovo Testamento non ci sia semplicemente la descrizione del
momento generatore iniziale, ma ci sia la dinamica di processo presente fin
dall'inizio, ci dice il valore delle forme storiche nel loro divenire,
dell'essenziale rispetto al transeunte, che permanentemente dev'essere oggetto
di un discernimento da parte della chiesa stessa.
Questa dimensione di storicità ha due implicazioni. La prima
è il valore del principio riforma, il principio della riforma
permanente, che finalmente il Vaticano II ha recuperato dopo secoli, durante i
quali invece l'immobilità era una delle chiavi della forma ecclesiae.
Questo principio appare in Lumen Gentium n. 8 e in Unitatis
redintegratio n. 2 in particolare, facendo coraggiosamente proprie le
parole di Lutero (anche se non viene detto): "Ecclesia indiget
reforma" oppure: "ecclesia semper reformanda". In
questi testi conciliari si ha il coraggio addirittura, dopo una lunga fase di
contrapposizione, di acquisire le parole portanti di un'autocoscienza di
un'altra chiesa, di chiese che fino a quel momento venivano assolutamente non
considerate chiese in senso stretto.... Il principio di riforma è un principio
qualificante la vita ecclesiale, è un principio con cui la chiesa
permanentemente deve confrontarsi. Se ciascuno di noi deve confrontarsi con il
principio conversione, la chiesa come soggetto collettivo deve confrontarsi
permanentemente con il principio riforma.
La seconda implicazione è che, se noi ci poniamo nella
storia in rapporto al Regno come elemento qualificante della nostra identità,
il Regno di Dio è sempre (Metz) riserva escatologica, istanza critica.
Nei testi neotestamentari (Apocalisse) questo elemento è molto chiaro. Il Regno
di Dio è permanentemente elemento di crisi e di critica per ogni forma di
aggregazione e di istituzione sociale, compresa la chiesa, dal momento che il
Regno di Dio è sempre l'orizzonte della chiesa stessa. La chiesa non è il Regno
già completamente compiuto, ma è solo il segno, lo strumento del Regno, in
germe, dice il Concilio. Quindi nessuna istituzione non è mai né divinizzabile
né sacralizzabile: è la grande lezione dell'ecclesiologia di Apocalisse. Il
Regno di Dio è veramente l'istanza critica, dinamizzante la chiesa stessa.
Vorrei concludere cercando di raccogliere le fila del
percorso fatto. Abbiamo visto quali sono stati gli apporti che ci sono venuti
nel corso del 900 e che hanno reso possibile l'interpretazione nuova di chiesa
nel Vaticano II, e reso più matura la nostra coscienza di chiesa dopo il
Vaticano II. Allo stesso tempo abbiamo cercato di individuare quali sono gli
elementi di novità che la Scrittura ci ha offerto, sia sul piano del modello
interpretativo, rimettendo al centro il principio dell'annuncio, sia sul piano
di alcuni elementi di contenuto (soggetti, comprensione delle dinamiche
storiche).
1. La Scrittura, davanti alla nostra coscienza di chiesa, decostruisce
permanentemente - il principio riforma è anche questo - gli elementi che
abbiamo ricevuto dal passato e che vengono considerati, a volte a priori,
come immutabili. Ci chiede di ripensare e di distinguere sempre in modo
rinnovato ciò che è veramente permanente dalle forme transeunti.
2. La Scrittura purifica permanentemente le espressioni che nel corso della
storia sono state travisate o sono erronee.
3. La Scrittura ci ha consegnato e ci consegna parole antiche che sono anche
sempre nuove, perché è diverso l'uso che ne facciamo per poterci dire come
chiesa. "Popolo di Dio" è l'esempio più evidente.
4. La Scrittura ci ha offerto dei nuovi orizzonti interpretativi. La Parola non
è solo parola di decodificazione dell'esperienza, ma è sempre la Parola della
promessa, la Parola dell'Evangelo, del Regno che viene, del non ancora,
dell'ulteriorità. Questo non va mai dimenticato. Dovremmo imparare a cercare
nella Scrittura non solo quello che ci permette di comprenderci più
profondamente, ma anche quello che ci permette di comprendere la nostra
identità nel "non ancora" nell' "oltre", in quello che
ancora non abbiamo sperimentato e che la Parola della promessa ci anticipa, ci
rivela, ci mostra.
5. Questo percorso ci ha inserito in un dinamismo di lettura dei testi e di
ascolto della Parola, generatore di chiesa, che rimane aperto. Il processo del
leggere ci costringe a comprendere che l'oggetto che sto leggendo, cioè la
chiesa, è in divenire, è una traditio aperta, vive di un processo
permanente di comunicazione della fede con un principio di riforma verso il
Regno di Dio ancora non compiuto, e quindi costringe a inserirsi nel dinamismo
della lettura e della decodificazione, della purificazione, della
trasformazione, che rimane aperto, in divenire.
Lo studio biblico, l'approccio con il metodo storico-critico ai testi, la
coscienza della condivisione profonda con la ricerca biblica e teologica delle
chiese della Riforma, hanno permesso di cogliere il senso della tradizione in
un modo dinamico, e quindi hanno rivelato alla chiesa tre aspetti del suo
volto, che hanno a che fare in maniera diretta con la Parola generatrice della
nostra identità:
1. l'essere chiesa uditrice della Parola, mai padrona e signora della Parola;
2. l'essere soggetto storico che diviene nell'ascolto di questa Parola;
3. l'essere comunità ermeneutica.
Su questo terzo elemento vorrei concludere la mia riflessione.
Nel vivere l'esperienza del confronto tra Scrittura e nuova
coscienza di chiesa, noi scopriamo che siamo una comunità ermeneutica, che vive
in un processo permanente di interpretazione. Siamo chiamati cioè a leggere la
Parola in un fecondo rapporto tra il testo, il contesto e il lettore.
È una chiesa che interpreta la Scrittura ed insieme è letta dalla Scrittura; è
una chiesa che interpreta la storia alla luce della Scrittura, e che è guidata
da nuove acquisizioni culturali a comprendere più profondamente il testo stesso
(il "caso" delle donne l'ho citato volutamente in questo senso).
La consapevolezza che viviamo come traditio, vale a dire in un
processo di comunicazione nella fede e della fede (sempre nuova e sempre più
ricca, in quanto la Scrittura cresce con colui che la legge e grazie
all'apporto dei lettori), ci mostra che il momento costituente la vita
ecclesiale è, in fondo, ogni momento di annuncio, e anche ogni momento di
decodificazione ed interpretazione delle parole trasmesse.
Il problema, a mio parere, se devo dare un'indicazione pastorale, è il metodo
di lettura. Oggi nella chiesa cattolica sembra prevalere un atteggiamento di
sospetto nei confronti del metodo storico-critico a vantaggio di una lettura
spirituale o sincronica dei testi. Si parte dal testo così come è senza
mostrarne il retroterra, le fasi di redazione. Non possiamo invece abbandonare,
unito ad altri, l'approccio storico-critico nell'accostarci alla Scrittura.
L'interpretazione, l'ermeneutica, si nutre della consapevolezza che il testo è
frutto di una vita di chiesa, ne traduce alcuni elementi, ne cristallizza
alcuni, non tutti, e in ogni caso gli elementi necessari possono e devono
essere decodificati alla luce di metodi adeguati.
''la Bibbia e i suoi nuovi lettori
Oggi dobbiamo riflettere inoltre sul fatto che la Bibbia ha (nuovi) lettori,
che contribuiscono a una nuova comprensione dei testi a partire dalla loro
specifica cultura e storia di vita.
A questo proposito, segnalo due elementi.
1. La chiesa è divenuta mondiale, quindi con nuovi lettori,
appartenenti ad altre culture, diverse da quella occidentale (europea o statunitense),
soprattutto lontani dal logos ellenistico che sembra dover diventare - altra
polemica - l'unica forma. La seconda parte del discorso di Ratisbona, più volte
citato, è anche la parte a mio parere più critica, quella dove si identifica il
logos nella sua forma ellenistica con "l'essenza del messaggio
cristiano", come se esistesse un'idea platonica o neoplatonica che possa
prescindere dalla cultura con cui l'annuncio è dato.
La presenza di nuovi lettori comporta nuove culture, nuove categorie, nuove
prospettive. Sono curiosa di vedere che cosa potrà emergere sulla visione di
chiesa da culture come quella cinese, o giapponese, o del sud-est asiatico,
dove il rapporto tra singolo individuo e collettività viene giocato secondo
prospettive altre, con altre matrici di pensiero e di riflessione.
2. I laici, inoltre, sono riconosciuti dal Concilio Vaticano
II come soggetti a pieno titolo della chiesa, portatori di una parola
necessaria nell'interpretazione del Vangelo, in particolare nel richiamare
permanentemente la chiesa alla sua estroversione costitutiva, cioè al fatto che
vive servendo il Regno nella storia, e mai a prescindere dalla storia. Lo
Spirito agisce nella storia per condurre la storia verso il pieno compimento
del Regno, e agisce anche nella chiesa, ma non solo. Servire in questa forma,
con specifiche competenze, è proprio dei laici, in quella dinamica interna
intraecclesiale di comunicazione della fede e nella fede che vede soggetti
diversi. Se i ministri ordinati devono assicurare l'apostolicità dell'annuncio,
i laici devono garantire, in rapporto alla lettura della Scrittura, la
permanente attenzione all'estroversione, alla radicazione nelle culture, nel
mondo, nel divenire della storia.
Vorrei concludere con due parole bibliche, che voglio in
qualche maniera lasciare come orizzonte di senso.
La prima la traggo da uno dei primi esempi di evangelizzazione "a tu per
tu", di annuncio del vangelo, di comunicazione della fede, che troviamo
negli Atti degli apostoli, quello di Filippo all'eunuco, funzionario della
regina. Ad un certo punto Filippo domanda all'eunuco sul carro: Capisci
ciò che leggi?
È questa una domanda che noi dovremmo reimparare a declinare come la domanda
necessaria per il nostro cammino di chiesa e di cristiani. Abbiamo avuto di
nuovo accesso alla Scrittura e dobbiamo fare in modo che tutti possano
accedervi liberamente, in maniera consapevole. Siamo coscienti di quanto sia
importante per la propria libertà e responsabilità ecclesiale. Si tratta però
di leggere la Scrittura interrogandoci reciprocamente sul significato, sulle
implicazioni e sulla sua forza per la vita di chiesa. Dobbiamo chiederci gli
uni gli altri: ma capisci ciò che stai leggendo? E in questo senso aiutarci
reciprocamente, come comunità ermeneutica, a decodificare il senso nell'oggi,
nella cultura.
La seconda frase la traggo dall'Apocalisse, dove per sette volte in forma più o
meno simile, è ripetuto l'appello: "Ascoltate ciò che lo Spirito
dice alle chiese", a ricordarci la necessità di un ascolto
attento, di un ascolto acuto della Scrittura e della storia. Lo Spirito parla
per i cristiani, come dice Dei Verbum, nella Scrittura e nella storia,
anche nella storia della chiesa. Quindi ogni realtà di rinnovamento non può che
partire da questo ascolto.
Lo Spirito, come il concilio ci ha mostrato, è il principio per eccellenza del
dinamismo della chiesa, trascina le chiese verso nuovi orizzonti, anche al di
fuori dei confini o al di fuori della lettera della Scrittura. Della forza
dell'ascolto del nuovo e dell'inedito, noi oggi abbiamo particolarmente
bisogno.
L'evento conciliare e la nuova visione di chiesa si sono
alimentati della riscoperta delle fonti bibliche e del nuovo rapporto instauratosi
tra Bibbia e vita dei credenti.
Chiunque prenda in mano un testo sulla chiesa scritto dopo il concilio e lo
confronti con ciò che veniva scritto prima si accorge immediatamente dei
profondi cambiamenti avvenuti. E' cambiato il modo di definire la chiesa, è
cambiato il modo di intendere le relazioni tra i soggetti che formano la
chiesa, è cambiato il modo di percepire i ruoli nella chiesa ed il modo di
comprendere la presenza della chiesa nel mondo e nella storia. Questo
cambiamento di consapevolezza ecclesiale, che ha avuto il suo epicentro
nell'evento conciliare, deve essere compreso anche alla luce della recezione
del concilio da parte della comunità dei credenti, che accoglie e sviluppa
alcuni degli elementi e alcune delle prospettive del concilio, ritenendole un
bene per la vita di chiesa.
L'idea, dominante prima del concilio, che la chiesa sia
sorta per una precisa scelta fatta da Gesù durante la sua vita terrena
(ecclesiologia del Gesù fondatore) è stata definitivamente accantonata dai rinnovati
studi biblici. Gesù non ha fondato la chiesa con il mandato a Pietro, l'invio e
la delega dei poteri ai Dodici, e da questi ai vescovi sino ai nostri giorni.
Gesù non aveva nessuna intenzione di fondare una nuova istituzione religiosa
accanto o oltre Israele. La missione di Gesù si concentra attorno alla causa
del Regno, che annuncia, che mostra presente nei segni messianici (miracoli),
che attualizza nella chiamata dei dodici, segno della definitiva raccolta del
popolo di Dio.
Gesù non è il fondatore, ma il fondamento della chiesa. La
chiesa nasce sulla base dell'annuncio pasquale della risurrezione del
Crocifisso, per opera dello Spirito. È lo Spirito che, la mattina di
Pentecoste, genera la chiesa come un noi comunitario, ed è lo Spirito che
sostiene ed alimenta le relazioni che fanno essere chiesa, in perenne novità.
Prima del concilio prevale la concezione di chiesa come "società
perfetta", in cui fondamentale è il principio di autorità, la quale sola
rende possibile l'unione di più persone per il perseguimento del fine della
salvezza delle anime. Questa autorità veniva fatta risalire ai Dodici e quindi
a Gesù stesso. Ma le immagini e le narrazioni del Nuovo Testamento ci
consegnano altro. Molti sono i testi degli Atti degli apostoli che vogliono
rendere ragione del perché la chiesa esiste, come nel racconto di cosa avviene
la mattina di Pentecoste, come nel racconto della fondazione di diverse chiese,
come nella descrizione della dinamiche di comunicazione personale. La
chiesa (1Gv1,1-4) ha il suo principio nell'annuncio del
vangelo da parte di chi è credente (non è primariamente il dato
sacramentale o ancora meno l'autorità di alcuni). La chiesa vive della
trasmissione della memoria di Gesù annunciatore del regno, crocifisso, risorto,
che tornerà alla fine dei tempi.
Da questa visione dinamica di chiesa come comunicazione della fede e nella fede
data e accolta nell'ascolto dell'unica parola derivano alcune implicazioni
pastorali. Anzitutto nella vita delle nostre comunità dobbiamo ridare il
primato all'evangelizzazione, all'annuncio rivolto primariamente agli adulti,
perché la fede va vissuta nella libertà e nell'obbedienza alla parola ascoltata
e proclamata come buona notizia. La lettura della Scrittura deve essere rimessa
al centro.
L'esperienza di chiesa è poi sempre localizzata, al di dentro di un luogo e di
una cultura. Pertanto ogni singola chiesa locale avrà un volto, un colore, una
prospettiva assolutamente unica.
Occorre poi prestare attenzione alla comunicazione della fede e nella fede tra
credenti, superando il modello ancora oggi imperante della comunicazione
unidirezionale tra chi sa e chi non sa, tra chiesa solo docente e chiesa solo
discente. A differenza delle comunità cristiane descritte nei testi
neotestamentari (sono chiese dove il dialogo, il dibattito, il conflitto, il
confronto anche acceso sono reputati necessari per poter operare delle scelte
necessarie per la vita della comunità all'interno e all'esterno), nella chiesa
cattolica oggi il dissenso non è accettato e il consenso è richiesto
soprattutto come adeguamento all'autorità.
Il confronto con la Scrittura alimenta poi una nuova
coscienza della nostra identità sia sul piano collettivo, che individuale.
Sul piano collettivo c'è la riscoperta operata dal Concilio della concezione di
chiesa come popolo di Dio, una concezione che, benché
marginalizzata ben presto dal magistero e dalla teologia, è stata fatta propria
dalla maggioranza dei credenti, nella loro consapevolezza ecclesiale. Proprio
il termine biblico di popolo di Dio sottolinea la dimensione storica della
chiesa, la sua universalità e il suo essere radicata in Israele. Abbiamo la
coscienza di essere un popolo in cui tutti hanno la stessa dignità, uniti non
da un principio di autorità, ma dalla legge della carità, e in cammino verso la
pienezza del Regno.
Sempre gli studi biblici hanno favorito il recupero poi del sacerdozio
comune dei fedeli, con il superamento di una visione sacrale del
ministero ordinato e dei sacramenti. Non esiste più per il cristiano una casta
sacerdotale che media tra Dio e gli uomini, ma tutti formiamo un popolo
sacerdotale, il cui culto è anzitutto il culto della vita. Questa visione
stenta ad estendersi tra i credenti.
Sul piano poi dell'identità dei singoli credenti è maturata la consapevolezza
che la chiesa è chiesa "di uomini e donne", senza
differenze discriminanti ("non c'è giudeo, né greco, schiavo, né libero,
uomo e donna, ma tutti voi siete uno in Cristo Gesù" Gal 3, 28). Sempre
gli studi biblici hanno consentito di comprendere meglio l'identità del ministero
ordinato, non riducibile alla sola funzione sacerdotale, ma legato
soprattutto all'annuncio della parola.
La chiesa non nasce in un punto preciso dello spazio e del
tempo, ma l'inizio della chiesa è dato in un processo, che
prende le mosse dall'annuncio del regno di Gesù, ha un momento sorgivo nella
Pentecoste, si esprime in una prima fase come chiesa formata da credenti
provenienti dall'ebraismo, sino a compiersi in una chiesa formata da
giudeocristiani e etnocristiani. La chiesa pertanto è, fin dal suo apparire, un
soggetto storico in divenire, con alcuni elementi ritenuti permanenti. La
consapevolezza della storicità e di non essere il regno di Dio fonda il "principio
riforma" permanente della chiesa. Il regno di Dio è permanente istanza
critica e dinamizzante della chiesa.
La chiesa è una comunità che interpreta la Scrittura e
insieme è letta dalla Scrittura; è una comunità che interpreta la storia alla
luce della Scrittura e che comprende sempre più profondamente la Scrittura
grazie a nuove acquisizioni culturali. La presenza di nuovi lettori (di culture
non occidentali) arricchiscono la lettura. Gli stessi laici sono poi portatori
di una parola necessaria nell'interpretazione del vangelo, garantendone la
radicazione nelle culture, nel mondo, nella storia
Il testo delle relazioni, tenute a
Pallanza il giorno 15 dicembre 2007 da Serena Noceti, non è stato revisionato
dalla relatrice
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da Incontri
di Fine Settimana - http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=280
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Serena
Noceti, note biografiche:
È nata
nel 1966 a Firenze, dove vive e lavora. Ha conseguito il dottorato in teologia
con una tesi sulla teologia della chiesa locale nel post-concilio presso la
Facoltà Teologica dell’Italia Centrale. Presso questa università è oggi docente
di teologia sistematica. Lavora, come responsabile della catechesi degli
adulti, presso l’Ufficio Catechistico della diocesi di Firenze. Nel febbraio
2006 ha seguito, come inviata del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE), i
lavori della Nona Assemblea del Consiglio Mondiale delle Chiese tenutosi a
Porto Alegre, in Brasile