LA GRANDE COPERTURA
VICARI
DI CRISTO
Il lato oscuro del papato
di Peter De Rosa
Gruppo Editoriale Armenia
pagg. 496
La
si potrebbe facilmente definire la più grande copertura della storia. Dura
ormai da secoli, ed ha provocato dapprima migliaia, poi milioni di vittime, ma
nonostante sia evidente, nessuno sembra essersene accorto.
Molti artisti più o meno grandi vi hanno contribuito, ma a prima vista non è
nulla di allarmante: si tratta soltanto di un pezzetto di stoffa, quello che
copre i lombi di Gesù crocifisso.
All'inizio la croce non fu mai rappresentata, né nella pittura né nella
scultura. Mentre Gesù veniva adorato per il suo estremo sacrificio e la croce
costituiva il fulcro della fede, nessuno osava ritrarre il figlio di Dio nella
sua ultima umiliazione.
Si dice che gli eserciti di Costantino recassero la croce sulle loro insegne,
ma non è così. Sui loro scudi e sui loro stendardi erano effigiate le prime
lettere del nome greco di Cristo fuse in modo da formare il simbolo X.
Soltanto quando si affievolì il ricordo delle migliaia di morti crocifissi in
tutto il mondo romano, i Cristiani si sentirono liberi di raffigurare la croce
come simbolo dell'amore sofferente di Cristo, ma si trattava di una croce
vuota. Chi avrebbe osato crocifiggere Gesù un'altra volta?
In seguito però questo nudo simbolo della vittoria sulle forze del male sembrò
troppo austero e gli artisti del quinto secolo presero a dipingere la croce con
accanto un agnello, visto che Gesù era "l'Agnello di Dio",
sacrificato per togliere i peccati del mondo. Quindi, con audacia sempre
maggiore si iniziò a ritrarre accanto alla croce Gesù in persona, candido come
un agnello. Con due sole eccezioni note, egli non fu rappresentato sulla croce
fino alla fine del sesto secolo, ma nemmeno allora gli artisti osarono raffigurarne
il dolore e l'umiliazione. Lo ritrassero infatti vestito di una lunga tunica
che lasciava scoperti soltanto le mani ed i piedi, per mostrare in forma
stilizzata i chiodi che lo avevano sospeso al legno. Era un'immagine di
trionfo, non di tormento e agonia; Gesù, con gli occhi aperti e a volte con una
corona in capo, regnava dal trono della croce.
La prima rappresentazione greca di Cristo crocifisso "sofferente",
risalente al decimo secolo, fu condannata da Roma come empia, ma ben presto la
stessa Chiesa di Roma cedette al fascino di quell'immagine.
Man mano che il ricordo si allontanava nel tempo e la teologia medievale
diventava più arida e scolastica, la devozione richiedeva un Cristo più umano,
un uomo che si potesse vedere e quasi toccare, un uomo che recasse il segno
delle prove e delle tribolazioni che la gente del tempo doveva sopportare ogni
giorno della propria vita breve e tormentata. Ora gli artisti ritraevano
liberamente Gesù in agonia sulla croce: sangue e profonde ferite, spasimo in tutte
le membra, disperazione negli occhi. Gli indumenti che lo coprivano divennero
sempre più ridotti, per dare ai fedeli l'idea della sua estrema umiliazione.
Ci si fermò però ad un perizoma. Se l'artista si fosse spinto oltre, chi
avrebbe avuto il coraggio di alzare gli occhi su un Cristo nudo come uno
schiavo?
Non fu però il decoro a fermare la mano dell'artista, ma la teologia, quindi
gli artisti non si possono biasimare. Dopotutto, come avrebbero potuto sapere
che il dolore del Cristo nuovamente crocifisso, senza la verità assoluta della
completa nudità, avrebbe provocato una catastrofe? Quel perizoma concedeva a
Gesù un ultimo brandello di decenza, ma lo privava nel con tempo della sua
natura di Ebreo. Coprendone letteralmente l'orgoglio, lo trasformava in un
Gentile onorario, in quanto non nascondeva soltanto il suo sesso ma anche il
segno del coltello nelle sue carni, la circoncisione che testimoniava la sua
appartenenza al popolo ebraico. Ed è "questo" che i Cristiani
temevano di vedere.
Nelle crocifissioni di Raffaello e Rubens, e persino in quelle di Bosch e
Gruenewald, il perizoma si trasforma in elemento ornamentale con le pieghe che
pendono decorativamente. Nella crocifissione di Colmar di Gruenewald, dice
Hussmans, Gesù si piega come un arco; il suo corpo tormentato, punteggiato da
gocce di sangue e cosparso di spine come il riccio di una castagna d'India,
emana una pallida luminosità. "Queste", sembra dire l'artista, sono
le conseguenze del peccato su... chi?
Su Dio, è la risposta della teologia.
Si tratta della morte di Dio, e più intensa è l'agonia, tanto da velare il
fulgore della Sua gloria, più risulta terrificante. "Dio morì sul
Calvario". L'affermazione sembra in perfetto accordo con la teologia, e
avrebbe potuto esserlo davvero, se non fosse stato per quel pezzetto di
tessuto. Perché, sembra dire l'artista, qualcuno è responsabile di aver fatto
"tutto ciò" a Dio. Ma chi?
Una lettura superficiale del Vangelo di Matteo fornisce la risposta: gli Ebrei.
Essi gridarono a Pilato: "Sia crocifisso! Il suo sangue ricada su di noi e
sui nostri figli". La parola di Dio sembra incolpare gli Ebrei, sia i
contemporanei di Gesù che i loro discendenti, della Morte di Dio. Quindi essi
sono deicidi. Una goccia di quel Sangue avrebbe salvato migliaia di mondi e gli
Ebrei lo sparsero tutto; per loro, quel sangue non significò la salvezza, ma
un'eterna maledizione. Con la loro miscredenza essi continuano a uccidere Dio
e, dopo aver assassinato Cristo, rendendosi così colpevoli del massimo crimine
immaginabile, di certo sono capaci di tutto.
È questa la calunnia. È questa la grande eresia.
Di conseguenza, le storie secondo cui gli Ebrei ammazzavano i piccoli Cristiani
per berne il sangue si inserivano perfettamente nella scena creata dal Crimine
dell'assassinio di Dio. Menzogne simili circolano ancora oggi.
Senza quella copertura, senza quel pezzo di stoffa, sarebbe saltato agli occhi
di tutti che quanto avvenuto sul Calvario era anche un ebreicidio. Gesù era
ebreo; gli Ebrei non uccisero Dio, ma un altro Ebreo, il Figlio di Dio,
spargendone il sangue per togliere i peccati dal mondo.
Nei secoli a venire i Cristiani avrebbero istituito i pogrom contro gli Ebrei
in nome della Croce, se Cristo avesse mostrato il marchio della circoncisione?
Un Ebreo avrebbe autorizzato il massacro degli Ebrei? Non sarebbe stato chiaro
che Gesù era presente in ogni pogrom e diceva: "Perché mi perseguitate?
Quello che fate anche all'ultimo dei miei fratelli lo fate a me".
L'inganno, che dura ormai da quasi venti secoli, non fu perpetrato da una setta
deviante, ma dal Cristianesimo ufficiale, dalla Santa Chiesa Cattolica e
Apostolica Romana. Nessuna dottrina si diffuse altrettanto universalmente e
senza riserve - in termini cattolici "infallibilmente" - quanto
quella secondo cui "gli Ebrei sono maledetti per aver ucciso Dio",
accusa solo da poco ritirata ufficialmente da parte di Giovanni Paolo II. Per
un bizzarro scherzo del destino, gli Ebrei, dai quali trasse origine il
Salvatore, furono i soli a essere incolpati della sua morte. Non fu Gesù ad
essere nuovamente crocefisso, ma la stirpe da cui proveniva.
Nel Terzo e nel Quarto Concilio Lateranense (1179 e 1215), la Chiesa codificò
tutte le precedenti sanzioni contro gli Ebrei. Innanzitutto essi dovettero
portare su di sé un marchio d'infamia; in Inghilterra aveva la forma presunta
delle tavole di Mosè ed era color zafferano; in Francia e in Germania era
rotondo, di colore giallo; in Italia era un cappello rosso, finché un prelato
romano dalla vista corta scambiò un Ebreo per un cardinale e quindi si passò al
cappello giallo.
Agli Ebrei fu proibito qualsiasi contatto con i Cristiani; non potevano prender
parte all'amministrazione né essere proprietari di terreni o di negozi; furono
costretti a vivere in ghetti che venivano chiusi di notte. Nessun sistema di
"apartheid" fu applicato più rigorosamente. Per il rifiuto di
abiurare la loro fede ancestrale e di convertirsi al Cristianesimo, furono
perseguitati da un paese all'altro. Un papa diede loro un mese di tempo per
abbandonare le case in Italia e rifugiarsi nei soli due luoghi consentiti.
Durante le Crociate, furono uccisi a migliaia per devozione a Cristo. Un Ebreo
che metteva fuori il naso di Venerdì Santo commetteva praticamente un suicidio,
anche se l'Uomo della Croce per primo aveva il naso ebraico. Così, nel corso
dei secoli, milioni di persone subirono sofferenze e morte. Un'arte scadente e
una pessima teologia avevano aperto la strada a Hitler e alla sua
"soluzione finale".
Come prima cosa, nella Germania nazista sulle case e sui negozi degli Ebrei
veniva dipinta una stella; era il segnale che là si poteva distruggere e
saccheggiare. Le città, come ai tempi del medioevo, si vantavano di essere
"Judenrein", immuni dalla contaminazione ebraica. Alla periferia del
villaggio di Obersdorf sorgeva una tipica cappelletta con un crocifisso; sopra
il capo di Gesù, oltre all'iscrizione "INRI", in primo piano
compariva un avviso: "Juden sind hier nicht erwunscht" "Gli
Ebrei non sono bene accetti").
Nel 1936 il Vescovo di Osnabruck, Berning, parlò con il Fuhrer per più di
un'ora. Hitler assicurò a Sua Eminenza che non esisteva alcuna differenza
fondamentale fra il Nazionalsocialismo e la Chiesa Cattolica; la Chiesa,
affermò il dittatore, non aveva forse considerato gli Ebrei alla stregua di
parassiti, chiudendoli nei ghetti? "Sto solo facendo - dichiarò - ciò che
la Chiesa ha fatto per cinquecento anni, ma più radicalmente". Essendo
egli stesso cattolico, disse a Berning, "ammirava il Cristianesimo e
intendeva favorirlo".
Non gli venne mai in mente, sembra, che Gesù, definito in "Mein
Kampf" "il Grande Fondatore di questo nuovo credo" e flagello
degli Ebrei, fosse ebreo egli stesso; e perché no? Dal settembre del 1941 tutti
gli Ebrei del Reich di età superiore ai sei anni dovettero portare in pubblico come
marchio d'infamia la Stella di Davide. Perché allora Hitler non ordinò che
quella stessa stella fosse cucita anche sul perizoma di tutti i Cristi
crocifissi del Reich? Sarebbe stato tanto ansioso di incoraggiare il
Cristianesimo come egli lo intendeva se avesse visto soltanto una volta Gesù
crocifisso com'era stato in realtà? E se Gesù fosse apparso nudo su tutte le
croci della Germania? I vescovi tedeschi e Pio XII avrebbero taciuto per tanto
tempo se avessero visto il loro Signore crocifisso senza perizoma? Nonostante
la crudeltà cristiana, che in una certa misura pose i presupposti
dell'Olocausto, alcuni cattolici affermano tuttora che la loro Chiesa non ha
mai sbagliato.
Quindici anni dopo la pietosa apertura dei cancelli di Auschwitz, Bergen-Belsen,
Dachau, Ravensbruch e Treblinka, come per confondere i critici secondo i quali
il papato non potrà mai cambiare, un papa, Giovanni XXIII, compose questa
straordinaria preghiera: "Rechiamo sulla fronte il marchio di Caino. Nel
corso dei secoli il nostro fratello Abele giacque nel sangue che noi spargemmo
e pianse le sue lacrime perché noi abbiamo dimenticato il Tuo amore. Perdonaci,
o Signore, per la maledizione che attribuimmo falsamente al loro nome di Ebrei.
Perdonaci per averTi crocifisso una seconda volta nelle loro persone. Infatti
non sapevamo quel che facevamo."
Fu una specie di ammenda per le centinaia di documenti antisemiti pubblicati
dalla Chiesa tra il sesto e il ventesimo secolo. Nessun decreto conciliare,
nessuna enciclica, bolla o direttiva pastorale sottintendeva che il precetto di
Gesù "Ama il prossimo tuo come te stesso" si dovesse applicare anche
agli Ebrei. Andando contro questa tradizione secolare, il Papa Buono indicò il
marchio di Caino sulla propria fronte e riconobbe che la Chiesa era colpevole
di aver sparso il sangue degli Ebrei per tanti secoli, con il pretesto della
maledizione divina. Ma l'affermazione più commovente è quella che la
persecuzione cattolica contro gli Ebrei corrispondeva a una seconda
crocifissione di Gesù nella persona del suo popolo. Il papa, rappresentante
principale di una Chiesa santa e infallibile, chiedeva perdono per questi
errori e per questi peccati spaventosi. La nostra sola scusante, disse, fu
l'ignoranza.
Prima di diventare Sommo Pontefice, Giovanni era stato delegato apostolico in
Turchia e in Grecia, proprio quando Hitler salì al potere. Rilasciò certificati
di battesimo falsi a quattromila Ebrei, affinché potessero dimostrare di essere
cristiani e sfuggire all'Olocausto. Alla fine della guerra, nominato nunzio a
Parigi, entrò in un cinema dove vide le prime immagini dei sopravvissuti al
campo di Belsen e ne uscì in lacrime, dicendo: "Questo è il Corpo Mistico
di Cristo". Forse proprio grazie a questa esperienza sconvolgente fu il
primo papa ad aver visto spiritualmente Cristo in croce senza perizoma.
Papa Giovanni non ebbe difficoltà a riconoscere che la Chiesa aveva avuto
torto, per molti secoli e con conseguenze disastrose. Fu uno dei pochi
pontefici a capire che per la Chiesa l'unico modo di progredire era affrontare
senza timore il proprio passato, per quanto poco cristiano potesse essere.
A quasi quarant'anni dalla sua morte, vi sono ancora dei credenti secondo i
quali la Chiesa cristiana è sempre stata quella di oggi, nonostante prove
evidenti del contrario. Queste persone, e sono milioni, non riescono facilmente
ad accettare che la Chiesa cristiana, la Chiesa romana ispirata dai papi, molti
dei quali canonizzati, possa essere stata tanto crudele; e neppure che un
pontefice dopo l'altro abbia quasi rovesciato il detto del Vangelo: "È
meglio che un uomo muoia per il bene del popolo" per trasformarlo in:
"È meglio che un popolo soffra per il bene di un uomo". Esiste
innegabilmente un tragico legame tra i roghi, le croci, la legislazione papale
e i pogrom da una parte, e le camere a gas e i forni crematori dei lager
nazisti dall'altra.
Vi sono altre questioni vitali riguardanti il potere, la verità e l'amore
rispetto alle quali la Chiesa ha commesso errori disastrosi per secoli e
secoli, ma si cominciò ad accettare questa realtà solo con il Concilio Vaticano
Secondo, convocato da Papa Giovanni nel 1962.
Secondo un processo rivoluzionario, Giovanni, Sommo Pontefice, divenne
l'Avvocato del Diavolo della Chiesa stessa.
In un procedimento di canonizzazione, l'Avvocato del Diavolo riveste un ruolo
di primo piano, in quanto le qualità di un possibile santo devono essere
esaminate molto scrupolosamente. È come se la Chiesa permettesse a Satana di
gettare sul ricordo di un santo tutto il fango possibile, per accertare se quel
fango riesce a sporcarlo. Solo allora quell'uomo, quella donna o quel bambino
saranno degni della venerazione pubblica. Naturalmente l'Avvocato del Diavolo è
in realtà il campione della Chiesa.
Quando Papa Giovanni affermò che la Chiesa necessita di costanti riforme,
sembrava lasciar intendere che essa necessita di un Avvocato del Diavolo
permanente. Essendo uno storico, sapeva che la Chiesa aveva causato molti mali,
ma essendo anche un essere umano fondamentalmente buono e disposto al perdono,
sapeva che qualsiasi altra istituzione che fosse sopravvissuta tanto a lungo
con poteri tanto grandi, avrebbe probabilmente causato mali di gran lunga
maggiori senza fare altrettanto bene. Alla fine lasciò alle sue spalle la
chiara impressione che non si dovessero dissimulare i danni provocati dalla sua
Chiesa né falsificare la storia.