LUNEDÌ, 19 MAGGIO 2008 *
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L´ex arcivescovo di Milano e il suo
ultimo libro.
Dove confessa le difficoltà con Dio e il
sogno di una Chiesa lontana dai potenti
MARCO POLITI
Da vescovo ha spesso chiesto a Dio:
«Perché non ci dai idee migliori? Perché non ci rendi più forti nell´amore e
più coraggiosi nell´affrontare i problemi attuali? Perché abbiamo così pochi
preti?». Oggi, entrato in uno stato d´animo crepuscolare, confida di domandare
a Dio di non essere lasciato solo. Nell´ultima stagione della sua vita Carlo
Maria Martini si confessa ad un confratello austriaco e ne nascono i
"Colloqui notturni a Gerusalemme", appena editi da Herder in
Germania, che rappresentano il suo testamento spirituale. Confessa di essere
stato anche in conflitto con Dio, elogia Martin Lutero, esorta la Chiesa al
coraggio di riformarsi, a non allontanarsi dal Concilio e a non temere di
confrontarsi con i giovani. Un vescovo, rammenta, deve saper anche osare, come
quando lui andò in carcere a parlare con militanti delle Brigate Rosse «e li
ascoltai e pregai per loro e battezzai pure una coppia di gemelli di genitori
terroristi, nata durante un processo».
Con padre Georg Sporschill, gesuita
anche lui, l´ex arcivescovo di Milano è di una sincerità totale. Sì, ammette,
«ho avuto delle difficoltà con Dio». Non riusciva a capire perché avesse fatto
patire suo Figlio in croce. «Persino da vescovo qualche volta non potevo
guardare un crocifisso perché l´interrogativo mi tormentava». E neanche la
morte riusciva ad accettare. Dio non avrebbe potuto risparmiarla agli uomini
dopo quella di Cristo? Poi ha capito. «Senza la morte non potremmo darci
totalmente a Dio. Ci terremmo aperte delle uscite di sicurezza». E invece no. Bisogna
affidare la propria speranza a Dio e credergli. «Io spero di poter pronunciare
nella morte questo SI´ a Dio».
Però, se potesse parlare con Gesù, Carlo
Maria Martini gli chiederebbe «se mi ama nonostante le mie debolezze e i miei
errori e se mi viene a prendere nella morte, se mi accoglierà». I discorsi di
Gerusalemme sono come un lungo simposio notturno, senza bevande, alimentati
soltanto dallo scorrere dei ragionamenti, rassicurati dalle ombre calde di una
sera che si prolunga fino all´alba. C´è stato un tempo - racconta - in cui «ho
sognato una Chiesa nella povertà e nell´umiltà, che non dipende dalle potenze
di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alle gente che pensa più in là.
Una Chiesa che da coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore.
Una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni
ho deciso di pregare per la Chiesa».
Eppure a ottantun anni il cardinale,
grande biblista, non rinuncia a suggerire alla Chiesa di avere coraggio e di
osare riforme. È essenziale avere la capacità di andare incontro al futuro. Il
celibato, spiega, deve essere una vera vocazione. Forse non tutti hanno il
carisma. Affidare ad un parroco sempre più parrocchie o importare preti
dall´estero non è una soluzione. «La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea. La
possibilità di ordinare viri probati (cioè uomini sposati di provata fede, ndr)
va discussa». Persino il sacerdozio femminile non lo spaventa. Ricorda che il
Nuovo Testamento conosce le diaconesse. Ammette che il mondo ortodosso è
contrario. Ma racconta anche di un suo incontro con il primate anglicano Carey,
al tempo in cui la Chiesa anglicana era in tensione per le prime ordinazioni di
donne - sacerdote (avversate dal Vaticano). «Gli dissi per fargli coraggio che
questa audacia poteva aiutare anche noi a valorizzare di più le donne e a
capire come andare avanti».
Sul sesso il cardinale invita i giovani
a non sprecare rapporti ed emozioni, imparando a conservare il meglio per
l´unione matrimoniale, ma non ha difficoltà a rompere tabù, cristallizzatisi
con Paolo VI, Wojtyla e di Ratzinger. «Purtroppo l´enciclica Humanae Vitae ha
provocato anche sviluppi negativi. Paolo VI sottrasse consapevolmente il tema
ai padri conciliari». Volle assumersi personalmente la responsabilità di
decidere sugli anticoncezionali. «Questa solitudine decisionale a lungo termine
non è stata una premessa positiva per trattare i temi della sessualità e della famiglia».
A quarant´anni dall´enciclica, dice Martini, si potrebbe dare un «nuovo
sguardo» alla materia. Perché la Bibbia, ricorda, è molto sobra nelle questioni
sessuali. Assai netta è soltanto nel condannare chi irrompe, distruggendo, in
un matrimonio altrui. Chi dirige la Chiesa, sottolinea, oggi può «indicare una
via migliore dell´Humanae Vitae». Il Papa potrebbe scrivere una nuova
enciclica. E l´omosessualità? Il porporato ricorda le dure parole della Bibbia,
ma rammenta anche le pratiche sessuali degradanti dell´antichità. Poi aggiunge
delicatamente: «Tra i miei conoscenti ci sono coppie omosessuali, uomini molto
stimati e sociali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente
di condannarli». Troppe volte, soggiunge, la Chiesa si è mostrata insensibile,
specie verso i giovani in questa condizione.
C´è un filo rosso che lega i suoi
ragionamenti nella quiete di Gerusalemme. I credenti non hanno bisogno di chi
instilli loro una cattiva coscienza, hanno bisogno di essere aiutati ad avere
una «coscienza sensibile». E vanno stimolati continuamente a pensare, a
riflettere. «Dio non è cattolico», era solita esclamare Madre Teresa. «Non puoi
rendere cattolico Dio», scandisce Martini. Certamente gli uomini hanno bisogno
di regole e confini, ma Dio è al di là delle frontiere che vengono erette. «Ci servono
nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più
largo».
Dio non si lascia addomesticare. Se
questa è la prospettiva ci si può rivolgere con spirito più aperto al non credente
o al seguace di un´altra religione. Con chi non crede ci si può confrontare sui
fondamenti etici, che lo animano. Ed è bello camminare insieme a chi ha una
fede diversa.
«Lasciati invitare ad una preghiera con
lui - suggerisce con mitezza Martini - portalo una volta ad un tuo rito. Ciò
non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere
cristiano. Non avere paura dell´estraneo».
Per il cardinale la grande sfida
geopolitica contemporanea è lo scontro delle civiltà. Conoscono davvero i
cristiani il pensiero e i pensieri dei musulmani - si chiede Martini - e come
fare per capirsi? Tre sono le indicazioni. Abbattere i pregiudizi e l´immagine
del nemico, perché i terroristi non possono davvero fondarsi sul Corano.
Studiare le differenze. Infine avvicinarsi nella pratica della giustizia,
perché l´Islam in ultima istanza è una religione figlia del cristianesimo così
come il cristianesimo è figliato dal giudaismo.
La regola aurea del cristiano - Martini
lo ribadisce in questo suo scritto che assomiglia tanto ad un testamento
spirituale - è «Ama il tuo prossimo come te stesso». Anzi, spiega con la
precisione dello studioso della Bibbia, Gesù dice di più: «Ama il tuo prossimo
perché è come te». Da lì sorge l´imperativo a praticare giustizia. È terribile,
insiste Martini, invocare magari Dio nella costituzione europea, e poi non
essere coerenti nella giustizia. E qui il cardinale di Santa Romana Chiesa tira
fuori il Corano e legge la splendida sura seconda. Non si è giusti, se ci si
inchina per pregare a oriente o a occidente. Giusto è colui che crede in Allah
e nell´Ultimo Giudizio. Giusto è colui che «pieno di amore dona i suoi averi ai
parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini». Chi fa l´elemosina e riscatta
gli incarcerati. «Costui è giusto e veramente timorato di Dio».
Poi torna riflettere sull´Al di là. C´è
l´Inferno? Sì. «Eppure ho la speranza che Dio alla fine salvi tutti». E se
esistono persone come un Hitler o un assassino che abusa di bambini, allora
forse l´immagine del Purgatorio è un segno per dire: «Anche se tu hai prodotto
tanto inferno (sulla terra) forse dopo la morte esiste ancora un luogo dove
puoi essere guarito».
Non finirebbero mai i discorsi notturni
di Gerusalemme. Lo si capisce dall´andamento quieto delle domande e delle
risposte. Come onde che si susseguono. Martini nel frattempo è rientrato in
Lombardia, fiaccato dal Parkinson. A chi lo ascolta, lascia questo segnale:
«Possiamo anche lottare con Dio come Giacobbe, dubitare e dibatterci come
Giobbe, rattristarci come Gesù e le sue amiche Marta e Maria. Anche questi sono
sentieri che portano a Dio».