SABOTAGGIO AL CONCILIO

 

di Giancarlo Zizola

in “Il Sole 24 Ore”

del 18 maggio 2008

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Nell'epistolario conciliare di Helder Camara (1) si avverte, più di quanto possano le storie accademiche del Concilio Vaticano II (1962-1965), il palpito del profetismo della Chiesa "serva e povera" misurarsi con il sistema vaticano, ma anche con le esigenze di equilibrio di Paolo VI per riformare la Chiesa senza rischiare fratture. La curia non sopportava il regime di "Chiesa provvisoria", creato dal più vasto dibattito della sua storia millenaria, e questi documenti confermano dal vivo che in Vaticano si lavorava per la chiusura del Concilio prima della seconda sessione (furono invece 4) e per la liquidazione delle riforme. Le lettere descrivono le tecniche del sabotaggio. Il migliore alleato del vescovo brasiliano, il primate belga cardinale Suenens, prevedeva fin dall'ottobre del '65 che “se la curia continuerà a essere la stessa metterà a rischio tutto lo spirito del Vaticano II; il pericolo di persecuzioni contro i "progressisti" e contro coloro che si battono per una curia rinnovata sarà reale». Il fervore creativo di Camara si salda alla sua capacità di analisi della complessità della sfida di rappresentare in un'assemblea egemonizzata dagli europei le aspettative del Terzo Mondo per una Chiesa «che si faccia un bagno di Vangelo e diventi serva invece di essere Signora». Chiede a Paolo VI, che lo venerava, di strappare il papato al ruolo di re temporale con misure concrete: il congedo del corpo diplomatico, la chiusura delle nunziature, l'abbandono del Vaticano al servizio della cultura sotto il patrocinio dell'Unesco.

Il prestigio del Papa forse crollerebbe se si sbarazzasse dei beni «che scandalizzano tanto»? Però, obietta Camara, l'essenziale per un Papa non è il prestigio, essenziale è «che faciliti alla gente l'identificazione fra Cristo e il suo rappresentante sulla terra. Essenziale è che l'umanità non veda nella Chiesa un Regno in più, un impero in più”. Vorrebbe l'abolizione della festa di Cristo Re, l'abbandono della figura del Dio giudice.

Considera letale l'atteggiamento “di chi si presenta come il possessore del monopolio della verità e di chi pretende di ricostruire la cristianità alla moda del mondo medioevale occidentale.” In anticipo sui tempi, profetizza che il Papa chieda perdono agli Ebrei, preghi coi musulmani, ascolti anche gli Atei, si circondi di un consiglio di vescovi e veri laici (“non clericali”) per governare la Chiesa. Sollecita una nuova enciclica sociale che ispiri etica e spiritualità dello sviluppo e una dottrina sulla giustizia sociale su scala globale e non eurocentrica come le altre: è il seme della Populorum progressio.

Il linguaggio di una Chiesa «divisa tra uomini che vivono sulla terra e teologi che vivono sulle nuvole» gli appare poco universale, astratto, moralistico, condizionato da un anticomunismo unilaterale: «Se non partiamo dai segni dei tempi non saremo ascoltati. Se sbattiamo all'inizio i nostri grandi misteri i moderni aeropagiti ci lasceranno a parlare alle mosche». Cosa è rimasto dei semi sparsi quando si svegliava prima dell'alba a pregare e scrivere le lettere dei suoi Angeli agli amici? All'ombra della statua equestre di Costantino in San Pietro, il "vescovo rosso" rabbrividiva presentendo quel «mostro di pietra al galoppo in Basilica con in groppa il Re». Dopo oltre 40 anni la sua domanda riecheggia: «Chi ha detto che l'era costantiniana è finita?».

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(1) Helder Camara, Roma, due del mattino, Lettere dal Concilio Vaticano II, San Paolo, Cinisello Balsamo, pp. 500, € 28

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dalla rassegna stampa di Incontri di Fine Settimana http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa/080518zizola.pdf