La redazione del sito ha incaricato me, unica donna
tra loro, di occuparmi di questa sezione.
Mi chiamo Stefania, ho quaranta anni. L’intento è
creare e gestire uno spazio di confronto per le donne che hanno a che fare col
“sacro”. L’ho messo volutamente fra virgolette perché non voglio riferirmi
necessariamente o solamente al prete, che sacro non è, ma a tutta la sfera
dell’ambito religioso, dalle parrocchie, ai gruppi, ai movimenti.
Certamente il focus è sulla difficile connotazione
dei rapporti, anche sentimentali, tra le donne e i preti e più in generale
sulla ambigua collocazione delle figure femminili in ambiti
clerico-ecclesiali.
A questo proposito rinnovo il mio invito a tutte
coloro che vivono i disagi e la problematicità di una storia d’amore con un
prete/religioso, a contattarmi per un agile e schietto confronto, per un
sostegno e per partecipare eventualmente ad incontri periodici che la
sottoscritta organizza.
Mi rivolgo a tutte voi: sappiate che non siete
sole, siamo in tante, tantissime, e le difficoltà che affrontiamo ci
accomunano. Sono già in contatto con molte altre donne che si trovano nella
nostra situazione e la sofferenza che ci troviamo a vivere è davvero profonda,
ma il confronto e la condivisione, vi assicuro, sono di grande aiuto. Il tutto
verrà gestito con la massima riservatezza, potete contarci. Ricordo, a tale
proposito, il mio indirizzo privato di posta elettronica (stefrissina@yahoo.it) che troverete
anche sulle locandine dell’iniziativa “Amore Negato”, presenti in questa stessa
sezione.
Un saluto a tutte, e a presto.
Stefania
Salomone
POSSIAMO
CREDERCI ANCORA?
(Quando l’amore irrompe nella
vita di un prete e di una donna)
Tante storie, tutte diverse, tutte uguali.
Chi è destinato a soffrire di più, il prete,
la donna?
Questo davvero non è dato di sapere. Ciascuno a modo suo è costretto a
rinunciare ad una parte di sé.
Il prete, se “si lascia
innamorare”, deve necessariamente rinunciare ad una sorta di tranquillità
dettata dal sentirsi a posto con la coscienza. Più che altro potremmo parlare
di assomiglianza ad uno stereotipo di vecchia data, al quale però è molto
legato, per formazione, per tradizione, per la gioia dei suoi genitori, per la
paura del giudizio, per mantenere una reputazione limpida e cristallina che non
sia occasione di scandalo per se stesso e per la chiesa (istituzione).
Per una mentalità “laica” queste non sembrerebbero grandi rinunce… eppure
non è così. Chi ha guardato negli occhi uno di loro nel momento in cui deve
scegliere di amare e lasciarsi amare in un modo che pensava essergli precluso,
sa di cosa sto parlando.
Sembra che tutto il suo castello ben architettato da anni crolli
all’improvviso e senta mancare la terra sotto i piedi, come se stesse facendo
un lungo scivolone, stesse per essere risucchiato da un gorgo nero e
sconosciuto che percepisce come male.
Anche se nel cuore avverte che qualcosa di bello e inaspettato (?) si sta
facendo strada con insistenza, cerca di opporre ogni resistenza possibile
affinché questo non avvenga. E quando la resistenza dovesse risultare vana,
nulla deve lasciar trapelare che l’irruzione, suo malgrado, è avvenuta.
Da qui una angosciosa altalena tra la forza che lo sospinge verso l’ignoto
e le parole della legge, ripetute, come una cantilena funebre, per anni dai
formatori e/o confratelli.
Possiamo onestamente affermare che sia una situazione facile da gestire?
Solo chi c’è passato sa quanta e quale resistenza ha opposto, e anche dopo aver
deciso in un senso o nell’altro, capitolando o meno, sa qual è il prezzo del
lasciare il ministero o, in alternativa, del portare avanti una relazione
d’amore sottobanco.
Nel primo caso si ritroverà ad essere un nessuno fra tanti. Dagli onori
dell’altare all’infamia del tradimento. E nel caso richiedesse la dispensa
dovrà anche intraprendere tutto il percorso necessario, che certo non facilita
una strada già in salita. Ricostruire tutta la propria vita, professionale,
emotiva, sessuale, imparando a rendere conto e a condividere le giornate con
una compagna.
Nel secondo caso vivrà in un perenne alternarsi di momenti felici pieni
della gioia propria di una unione, alla sensazione di essere un fuorilegge.
Vivrà sempre con la paura di essere scoperto, si imporrà un ministero ancor più
falsamente “perfetto” per fugare o prevenire ogni possibile dubbio sul suo
conto.
La donna, dal canto suo, non ha
certo vita più facile. Se molto osservante, percepirà il suo sentimento come
una azione di disturbo nel sacro ministero del prete. E non sarà facile
liberarsene, ma di solito ce la fa.
Dopodiché inizierà un lentissimo approccio al rapporto dando fondo a tutta
la sua capacità di ascolto, di comprensione e alla sua pazienza. Perché ci
vuole tanta pazienza per saper aspettare, soprattutto ce ne vuole per gestire
una presenza intermittente e isterica.
Ci vuole tempo per riuscire a capire se il prete ti ama veramente o meno,
perché lui non lo dice. Magari lo fa capire con piccoli gesti, ma, non appena
se ne parla, di solito la frase è “noi siamo solo amici”. Comincia così la
dicotomia tra le parole pronunciate e quelle impronunciabili presenti già negli
sguardi. La donna sa perfettamente cosa c’è in quegli occhi, ma non può dirlo,
pena la fuga immediata di lui.
E passa il tempo nell’attesa che lui faccia chiarezza in se stesso e
accetti quello che prova. Intanto la donna ha già ampiamente dimostrato e
svelato il proprio sentimento ed è talmente coinvolta che, nonostante
l’incertezza, non accetterà “distrazioni”.
Da qui in poi non è possibile generalizzare.
Alcune vedono improvvisamente il sogno sfumare perché lui, di solito
pressato da un confessore o superiore, o più semplicemente dal proprio senso di
colpa, se la da a gambe.
Altre acconsentono ad iniziare e a portare avanti una storia clandestina in
cui non esisterà nessuna parvenza di una normale vita di coppia, ma che, nei
casi fortunati, garantirà una presenza costante dell’uno al fianco all’altro;
alla lunga però il rapporto, costretto in ranghi troppo limitati e limitanti,
potrebbe non durare.
Altre, ancor più fortunate, dopo un primo periodo di clandestinità, vedono
realizzarsi il proprio sogno. Teniamo ovviamente conto di tutte le difficoltà
del caso: avere accanto una persona che dovrà tentare di ricostruirsi da zero,
che avrà ricadute clericali o inevitabili colpi di coda, che ogni volta che
vedrà o sentirà parlare di un prete o che incontrerà per caso un parrocchiano,
sentirà riaffiorare il dolore della sua “necessaria rinuncia”.
Eppure l’amore è una cosa bella… Ma chi è coinvolto nelle situazioni che ho
sintetizzato, può crederci ancora?