II Domenica di Pasqua Omelia di Mons Romero

 

Domenica 30 marzo 2008
 

Omelia di Mons. Romero nella

2ª Domenica di Pasqua A, il 2 aprile 1978                                                                           

 

At 2,42-47: La prima comunità cristiana
Sal 117,2-4.13-15.22-24
1Pt 1,3-9: Rinati per una speranza viva
Gv 20,19-31: L'incredulità di Tommaso

Commento

Le prime comunità cristiane restarono immortalate nel ritratto ideale che di esse fece l'evangelista Luca nel libro degli Atti degli Apostoli. Le prime comunità nascono sotto il segno della comunione totale. I discepoli di Gesù comprendono, a partire dalla resurrezione, che il loro destino è irrimediabilmente legato alle stesse scelte di Gesù e intraprendono un cammino di comunione e solidarietà totale. In un primo momento sembrò che la comunione dei beni e delle idee fosse sufficiente per formare una nuova comunità umana dove tutti potessero vivere; ciò nonostante Luca ci mostrerà che malgrado questo fosse un buon inizio, è insufficiente per raggiungere la meta proposta: preparare l'irruzione definitiva del Regno di Dio nella storia umana. Le comunità, nonostante condividessero tutto, mostrano resistenze nel momento di accettare quelli che non appartenevano alla medesima razza. La chiesa di Gerusalemme resistette, in un primo momento, a una piena comunione con i cristiani provenienti da altre nazionalità, diverse da quella giudaica. La prima comunità si percepiva come "autentico Israele", non solo esplicitamente dal punto di vista teologico, ma soprattutto, sebbene tacitamente, dal punto di vista radicale. Perciò si rese necessario non solo la trasformazione dei condizionamenti economici, ma superare le barriere culturali.

La coscienza della comunità cristiana andò guadagnando sempre più apertura e la capacità di adattarsi a tutte le culture. La centralità del Regno di Dio fu tematizzata in altri modi negli ambienti greci, africani e romani. Per questa ragione, si iniziò a parlare di "salvezza" come obiettivo della fede cristiana. Dobbiamo però stare attenti affinché questo cambiamento di termini non comporti la perdita della sostanza della fede cristiana centrata sull'imminente irruzione del Regno di Dio, la formula cristiana per eccellenza per esprimere l'utopia umana.

Questo Regno era inteso nel Vangelo come la presenza definitiva della volontà di Dio nelle organizzazioni umane, in modo che mediante l'impegno, l'onestà e l'efficacia dell'azione diventasse realtà la giustizia di Dio nella comunità umana. Se si parlava di salvezza, non era in termini puramente settari e individuali, ma come l'esperienza vitale della realizzazione di questa speranza che Gesù aveva reso possibile mediante la sua vita, morte e resurrezione. L'esperienza della salvezza divenne realtà in ciascuna delle comunità e le persone che preferirono l'esilio, l'esclusione e persino la morte piuttosto che sottomettersi alle ideologie dei sistemi sociali vigenti.

Le comunità scoprirono l'importanza di tracciare un cammino nella fede che si adattasse alle sue nuove realtà. I cristiani dalla seconda generazione in poi non ebbero alcun tipo di contatto fisico con il Signore Gesù, il loro punto di partenza fu la testimonianza di quelli che si trasformarono in uditori e servitori della parola. Perciò, il testo della prima lettera di Pietro pone tanta enfasi sui valori della comunità che ama e crede in Gesù senza averlo visto. Una fede che diventa vita nella vita trasformata e salvata che loro sperimentano a partire dall'incontro con Gesù risorto.

Il Vangelo di Giovanni ci mostra, mediante la figura di Tommaso, il cammino di fede che condusse questa generazione di cristiani a prendere contatto con il risorto. La fede di Tommaso si riduceva a ciò che lui pensava dovesse essere la realtà, ovvero ciò che lui vedeva. Tommaso percepiva chiaramente come la vita dei suoi fratelli si trasformava nel contatto con il risorto. Coloro che prima si chiudevano per paura e si nascondevano dalle autorità, ora intraprendono apertamente nuove opere e missioni. Ciò nonostante, Tommaso non lo vedeva. La comunità aveva fatto un cammino significativo mediante un processo di conciliazione che lì aveva portati dalla disperazione, dal senso di colpa e dall'incostanza verso un modo nuovo di relazionarsi nella "pace di Cristo"; tutti i membri erano coscienti del proprio impegno missionario e assumevano come propria la missione di Gesù; tutti si sentivano unti dallo Spirito del risorto per convertire questo mondo dall'ingiustizia e dalle miserie in un mondo dove il pane dell'amore e la giustizia alimentassero ogni azione umana.

Ciò nonostante, Tommaso non lo vedeva, perché circoscriveva tutta la realtà alla sua povera esperienza immediata. Ciò nonostante, con l'aiuto della comunità, il suo cammino di fede si scontrò con le sofferenze del risorto. Finché egli non sperimentò nella proprio carne i chiodi, le ferite e le piaghe di Gesù non comprese il significato salvifico della resurrezione. Dopo l'incontro con il risorto, Tommaso si sentì salvato dalla sua piccolezza umana, dalla sua mancanza di comprensione e dalla sua poca apertura mentale e affettiva. Per Tommaso la salvezza era passata attraverso il suo stesso corpo.

Per la revisione di vita

La storia di Tommaso vuole insegnarci che non era più facile credere in Gesù per il fatto d'essere stato suo contemporaneo e coloro che credono senza aver visto saranno beati. Veramente sento nella mia vita la gioia di credere? Vivo la mia fede come fonte di gioia, o a volte la vedo come un carico più o meno pesante?

Per l'incontro di gruppo

- Tommaso non crede perché non vede. E quando giunge a vedere, già crede… E' possibile credere quando già si vede? La vecchia definizione del catechismo diceva che "fede è credere ciò che non si vede". Chi ha ragione?
- Che relazione (similitudini, differenze…) c'è tra la fede umana (credere a qualcuno) e la fede religiosa (credere in Dio)? Crediamo "a" Dio o "in" Dio?
- In una visione d'insieme, Luca ci presenta ciò che è fondamentale nella comunità cristiana di tutti i tempi: ascoltare la parola, partecipare alla "frazione del pane" (eucaristia), orazione e vita in comune. Oggi, in molte regioni della chiesa cattolica, l'80% dei fedeli non può partecipare all'eucaristia settimanale per mancanza di sacerdoti, e non ci sono ministri ordinati in numero sufficiente solo perché vi si ammette a ricevere questo ministero solo persone che abbiano simultaneamente la vocazione al celibato e che siano uomini. Che riflessioni ci suggerisce questa situazione?

Per la preghiera dei fedeli

- Perché la chiesa sia sempre più la comunità che vive e annuncia il Vangelo, piuttosto che un gruppo con forza sociale…
- Perché tutti i popoli progrediscano su cammini di giustizia, pace e uguaglianza tra le persone…
- Perché non perdiamo mai la speranza di fronte alle difficoltà della vita e siamo sempre coscienti che l'amore di Dio è più forte della morte…
- Perché il Signore aumenti ogni giorno la nostra fede e la nostra fiducia in lui e sappiamo scoprire i mille gesti del suo amore che ogni giorno si danno intorno a noi…
- Perché la nostra solidarietà con i poveri e gli oppressi della società animi la loro speranza…
- Perché tutti noi viviamo la nostra fede in Cristo risorto in una comunità che condivida ciò che è e ciò che ha…

Orazione comunitaria

Dio, Padre nostro, che ogni anno riempi di gioia in nostro cuore con le feste pasquali, fa che la nostra fede non vacilli; che la nostra vita sia sempre coerente con la nostra fede e che lavoriamo sempre per il tuo Regno, coscienti che nel costruirlo già lo stiamo vivendo. Te lo chiediamo per Cristo tuo Figlio e nostro Fratello. Amen.

 


  Servizio Biblico Latinoamericano