VIII DOMENICA DI PASQUA

 

Solennità di Pentecoste [1]

 

– 11 maggio 2008 –

 

Oggi domenica di Pentecoste concludiamo il periodo pasquale in condivisione eucaristica con la comunità di GE-Rivarolo che trascorre qui in parrocchia una giornata di riflessione e di amicizia. La comunità è un gruppo di circa 60 persone, coppie e singoli, laici con una forte impronta evangelica e una significativa presenza nel territorio. Ho un solo rammarico nei loro confronti: vivono tutti a GE-Rivarolo e non qui nel centro storico. Affiderei loro la gestione completa della parrocchia e io me andrei da qualche altra parte del mondo. Donne e uomini come loro sono una benedizione di Dio, ma non sempre nella Chiesa i cristiani adulti trovano accoglienza e quindi in parte la loro è una vita in diaspora dentro la Chiesa, ma sempre con gli occhi rivolti alla speranza della Gerusalemme nuova. A voi un grande abbraccio e un sincero benvenuto

 

Pentecoste è l’annuncio del regno di Dio al mondo intero, ma è anche l’inizio della Chiesa come strumento di questo Regno. Quando il clero pretende di identificare la Chiesa con il Regno, si determina il corto circuito tra cristianesimo e cristianità. Il cristianesimo è nell’ordine della profezia e della testimonianza vissute nel mondo con simpatia e verità, mentre la cristianità è la pretesa di volere instaurare in terra il Regno perfetto di Dio attraverso governi cristiani, leggi cristiane, politiche cristiane, morali cristiane, economie cristiane, ecc. E’ l’occupazione del mondo, o meglio la gestione del potere mondano in nome della religione che s’identifica con il nome di Dio. E’ il relativismo assoluto perché riduce l’annuncio del Vangelo ad una visione puramente terrena e di potere, circoscritta ad un tempo e ad un luogo. La solennità di Pentecoste ci libera da ogni velleità di instaurare in terra «la cristianità», con buona pace di tutti i clericalismi e dei rigurgiti tradizionalisti che oggi si riconoscono nel ritorno al «messale di Pio V» e contro il concilio ecumenico Vaticano II, purtroppo autorizzato dal papa Benedetto XVI..

I seguaci dello scismatico Marcel Lefebvre perseguono questo obiettivo in sintonia con i vari ordini e istituti di tipo militare anche nel nome: «Milites Christi, Legio Mariae, Legionari di Cristo, ecc.» che si danno il carisma di appropriarsi del mondo in nome della religione, una religione di altri tempi: non a caso si rifanno tutti ad una teologia pre-conciliare e combattono il concilio ecumenico Vaticano II come un castigo di Dio e considerano Paolo VI eretico. Grande è la responsabilità del papa Giovanni Paolo II che concesse indiscriminatamente libera cittadinanza a questi gruppi, riconoscendoli e, spesso, concedendo loro una enorme autonomia con facoltà di razzia, favorendo così la creazione di «chiese e chiesuole» all’interno della Chiesa.

Le conseguenze nefaste si cominciano già a cogliere, andranno sempre più aggravandosi nel prossimo secolo, perché saranno questi gruppi che misureranno il fallimento della Chiesa come «sacramento universale di salvezza» nel mondo (Conc. Vat. II, Lumen Gentium, 1). L’uso del messale e del rituale di Pio V, infatti,  è funzionale alla visione anacronistica di Chiesa come cittadella di puri, che si contrappone al mondo visto e interpretato come luogo del demonio, rinunciando e rinnegando il concetto stesso di incarnazione. Noi oggi vogliamo affermare la nostra totale fedeltà alla Chiesa universale, cattolica e apostolica come si è espressa nel concilio Vaticano II che accogliamo come massima espressione di autorità nella Chiesa Cattolica.

 

Pentecoste (dal greco pentēkostês/pentêkonta = 50 giorni) è l’ultimo dei cinque momenti liturgici del «mistero pasquale» che conclude le celebrazioni di Pasqua, iniziate «cinquanta» giorni prima, nel Triduo santo. A Pasqua, Dio interviene di sua iniziativa, senza concorso d’Israele e concede la libertà dalla schiavitù del Faraone: «Il Signore disse [a Mosè]: Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”» (Es 3,7-8). A Pentecoste, ai piedi del monte Sinai, Israele prende coscienza di sé come popolo liberato e accoglie il dono della Toràh/Legge che lo educherà alla libertà come compito missionario: «Quello che il Signore ha detto noi faremo e ubbidiremo» (Es 24,7)[2]. A Pasqua si è liberati, a Pentecoste si sceglie di restare liberi[3]. Pasqua e Pentecoste sono intimamente connessi e l’una non può reggere senza l’altra. La Pentecoste cristiana è l’evento centrale dell’alleanza nuova, come la Toràh lo fu della prima, stabilendo così che non c’è una nuova alleanza, ma il compimento della prima. Al tempo di Gesù si celebrava la «Festa di Shavuôt, o delle sette settimane», cioè dei cinquanta giorni (= 7x7) in memoria del dono della Toràh. Ancora oggi gli Ebrei in questa festa leggono i dieci comandamenti come sintesi della Toràh e il libro di Rut perché si  vi si parla di raccolto delle spighe e perché la fedeltà di Naomi a Rut[4] richiama la fedeltà d’Israele all’alleanza.

Nel NT, i vangeli sinottici (Mt, Mc e Lc) mantengono lo schema «cinquantenario» dentro la tradizione giudaica e Lc addirittura nel capitolo 2 degli Atti descrive la Pentecoste come una riedizione della manifestazione (Teofania) di Dio sul Sinai, da cui mutua anche lo scenario cosmico. La scenografia della Pentecoste infatti quella della manifestazione di Yhwh sul Sinai: tutta la natura partecipa con la sua potenza di tuoni, fuoco e lampi, alle nozze tra Dio e il suo popolo nel segno dell’alleanza:

 

-    Es 19,16 (monte Sinai):      «vi furono tuoni, lampi, una nube densa e un suono fortissimo»,

-    At 2,3-4 (Pentecoste):      «Venne all’improvviso  dal cielo un fragore,  quasi un vento che  si abbatte impetuoso…

Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro» (At 2,3-4).

Vi sono, però, molte differenze tra la teofania del Sinai e quella di Pentecoste che è bene cogliere:

 

Esodo

Pentecoste

19,16

il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore

2,4

tutti furono colmati di Spirito Santo

19,1

Ai piedi del Sinai vi è solo Israele

2,9-11

sono presenti tutti i popoli della terra[5]

19,12-13

Al Sinai il popolo deve stare lontano dalla montagna di Dio, pena la morte:

2,9-13

A Pentecoste la teofania è un evento cosmico che coinvolge tutti ricevono nel ricevere lo  Spirito, anche coloro che sono estranei perché tutti percepiscono che si tratta di evento divino

19,10-11

Il popolo deve purificarsi per tre giorni

2,3-4

Tutti i popoli sono purificati nel fuoco

 

Giovanni, a differenza dei Sinottici, pone la Pentecoste nell’«ora della Gloria», cioè nell’ora della morte e glorificazione di Gesù, dove sintetizza tutto il mistero pasquale, compresa Pentecoste che non è più la consegna della Toràh scritta e orale, ma il «dono dello Spirito Santo». Il monte Sinai della nuova alleanza è la croce di Cristo che diventa il trono/luogo della Teofania definitiva davanti alla Storia intera, simboleggiata dalla presenza di quattro soldati romani, in rappresentanza del mondo pagano (Gv 19,24), e da quattro donne ebree, in rappresentanza del mondo credente (Gv 19,25). Da questo nuovo monte non scende più un uomo con tavole di pietra, ma vi è innalzato il Figlio dell’uomo che attira tutta l’umanità redenta (Gv 12,32)  che adesso guarda a colui che è stato trafitto (Gv 19,37).

La Toràh che Mosè ricevette sul Sinai, ora è rinnovata e purificata nello Spirito del Risorto e scende dal Calvario per essere scritta nel cuore di carne di ciascun credente come aveva previsto il profeta Ezechiele[6]. Già nel sec. V a.C. il profeta aveva annunciato il raduno d’Israele radunato dalla dispersione nella forma di una nuova alleanza descritta come «questione di cuore». Si tratta di un trapianto cardiaco per sostituire le tavole di pietre che hanno resa fredda anche la Toràh con un cuore di carne che porta in sé la volontà di vivere secondo la Legge del Signore. Anche Gesù si inserirà in questa prospettiva, quando rimprovera i discepoli di Emmaus di essere «Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti» (Lc 24,25).

Sul monte Calvario, secondo Giovanni, si compie la profezia di Gioele secondo cui il Signore effonderà il suo Spirito su ogni carne (Gl 3,1) perché Gesù compie non solo il raduno di Israele, ma anche l’unità del genere umano, rappresentato da Maria/donna e dal discepolo/uomo (Gv 19,26-27) sulla quale si manifesta l’«ora della gloria» quando Gesù «chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30)[7] a Giovanni e Maria, la nuova umanità in contrasto con quella antica, rappresentata da Adam ed Eva, che non seppe custodire «l’alito di vita» deposto in loro dal soffio del creatore (Gen 2,7; 6,3). Questa umanità nuova ora è la Chiesa nascente, simboleggiata dalla Madre e dal discepolo in rappresentanza  dell’ovile universale che raccoglie il genere umano (Gv 10,16).

Consegnando il suo Spirito alla donna e all’uomo, alla Madre e al figlio che stanno ai piedi della croce, Gesù pone termine alla divisione consumata ai piedi della torre di Babele (Gen 11,1-9), che vide l’unità del genere umano simboleggiato dall’unica lingua, frantumata in frammenti impazziti e che furono all’origine della frammentazione e della violenza organizzata nella guerra perché ora tutti sono contro tutti. La lingua originaria si frantuma in tanti idiomi e l’incomunicabilità produce divisione, fratture, conflitti. Era necessaria una nuova èra di salvezza.

Questo nuovo inizio che è l’opposto di Babele è  il giorno di Pentecoste (1a lettura), dove  idealmente convergono e sono presenti tutti i popoli della  terra conosciuti: «li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa» (At 2,8). Pentecoste capovolge la storia: con Adamo ed Eva, cacciati dall’Eden era iniziato un processo di allontanamento da Dio, a Pentecoste con il dono dello Spirito inizia il processo di ritorno a Dio. Il figliol prodigo dell’umanità ha trovato la forza e la luce per riprendere la strada del ritorno all’Eden del «principio». E’ una nuova creazione. E’ il tempo della Chiesa che vede realizzare la profezia di Isaia: tutti i popoli convergeranno verso Gerusalemme, il monte del Signore per imparare la Parola di Dio e l’arte della Pace universale (Is 2,2-5).

Oggi non celebriamo solo un evento passato, ma mentre facciamo «memoriale» di due momenti storici: l’esodo e la morte di Gesù, riviviamo e sperimentiamo questo dono perché lo Spirito Santo è presente «oggi» nella Chiesa e nel mondo ed alimenta la nostra fede, sostiene la nostra speranza, forgia la nostra libertà. Pentecoste è oggi. Per questo disponiamo i nostri sentimenti con l’inno del Veni creator, Spiritus, attribuita a Rabano Mauro, abate di Fulda in Germania (780-856). L’inno, tra i più belli della Liturgia, si canta ai Vespri di Pentecoste. Noi lo proclamiamo insieme:

 


1. Vieni, o Spirito creatore,
visita le nostre menti,
riempi della tua grazia
i cuori che hai creato.

2. Dolce consolatore,
dono del Padre altissimo,
acqua viva, fuoco, amore,
santo crisma dell'anima.
3. Dito della mano di Dio,
promesso dal Salvatore,
irradia i tuoi sette doni,
suscita in noi la parola.

4. Sii luce all'intelletto,
fiamma ardente nel cuore;
sana le nostre ferite
col balsamo del tuo amore.

5. Difendici dal nemico,
reca in dono la pace,
la tua guida invincibile
ci preservi dal male.

6. Luce d'eterna sapienza,
svelaci il grande mistero
di Dio Padre e del Figlio
uniti in un solo Amore. Amen.


 

San Paolo ci ha messo in guardia: senza lo Spirito Santo, nessuno preghiera è valida, nessuna è certa perché «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26). L’Eucaristia come qualsiasi altra preghiera non è un’opera nostra, ma l’azione dello Spirito che attraverso di noi, i nostri sentimenti e le nostre parole, i nostri gesti presenta al Padre il Lògos fatto carne e che il Padre non può non ricevere perché egli si è abbandonato totalmente alla sua volontà (cf Lc 22,42). Invocare lo Spirito significa scoprire la dimensione trinitaria della nostra esistenza sulla quale invochiamo il Nome tre volte santo:

 

(ebraico)

Beshèm

ha’av

vehaBèn

veRuàch

haKodèsh.

Amen.

(italiano)

Nel Nome

del Padre

e del Figlio

e dello Spirito

Santo.

 

Nel giorno di Pentecoste, giorno in cui la Pasqua è offerta la mondo intero, passando così da memoriale di un popolo ad evento cosmico, lasciamoci abitare dallo Spirito del Risorto che ci convoca alla mensa del perdono di Dio, fonte di libertà e di coscienza. Riconoscersi peccatori davanti a Dio, significa riconoscere la sua paternità, accogliere la redenzione del Figlio, vivere la Presenza dello Spirito: solo così possiamo essere abilitati a celebrare l’Eucaristia, il sacramento dell’unità e della missione, dove Dio ci restituisce a noi stessi, rinnovati e purificati.

Il Dio di Gesù Cristo che convoca nello Spirito tutta l’umanità sia con tutti voi. E con il tuo spirito.

 

[Esame di coscienza: alcuni momenti effettivi e congrui di silenzio]

Lettore


Santissima Trinità, Unico Dio,      Vieni, Spirito Santo

Spirito di sapienza e di scienza,             Vieni, Spirito Santo

Spirito di intelletto e di pietà,    Vieni, Spirito Santo

Spirito di pace e di mitezza,            Vieni, Spirito Santo

Spirito Santo, dono pasquale,            Vieni, Spirito Santo

Spirito Santo, anima dei credenti,            Vieni, Spirito Santo

Spirito del Figlio, vita del Risorto, Vieni, Spirito Santo

Spirito di consiglio e di fortezza,             Vieni, Spirito Santo

Spirito di grazia e di preghiera,             Vieni, Spirito Santo

Spirito del Messia benedetto,             Vieni, Spirito Santo


 

Il Dio di Adamo ed Eva, il Dio dei Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio di Noè, di Sem e Iafet, il Dio che confuse le lingue a Babele, il Dio di Mosè che conservò le lettere dell’alfabeto per scrivere la Toràh, il Dio che a Pentecoste ricompone l’unità del genere umano, il Dio degli apostoli che parlano le lingue dello Spirito, il Dio di Gesù Cristo che ci raduna nell’Eucaristia della pace, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna. Amen.

 

GLORIA A DIO NELL’ALTO DEI CIELI… e pace in terra agli uomini di buona volontà. Noi ti lodiamo, ti benediciamo, ti adoriamo,  ti glorifichiamo, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa, Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente [breve pausa 1-2-3].

 

Signore, Figlio Unigenito, Gesù Cristo,  Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del padre: tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi; tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica; tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi.  [breve pausa 1-2-3]

 

Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo:  [breve pausa 1-2-3]

 

Gesù Cristo con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen.

 

Preghiamo (colletta)

 [1. del giorno]  O Dio, che oggi porti a compimento il mistero pasquale del tuo Figlio, effondi lo Spirito Santo sulla Chiesa, perché sia una Pentecoste vivente fino agli estremi confini della terra, e tutte le genti giungano a credere, ad amare e a sperare. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen

 [2. della vigilia n. 1] O Dio onnipotente ed eterno, che hai racchiuso la celebrazione della pasqua nel tempo sacro dei cinquanta giorni, rinnova il prodigio della Pentecoste: fa’ che i popoli dispersi si raccolgano insieme e le diverse lingue si uniscano a proclamare la gloria del suo Nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen

 

[3. della vigilia n.3] O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra, i doni dello Spirito santo e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

Mensa della Parola

Prima lettura At 2,1-11

La Pentecoste cristiana, descritta da Lc, ha le stesse caratteristiche della promulgazione dell’alleanza sul monte Sinai. Tuoni, fulmini e fiamme accompagnano la manifestazione di Dio, dando così alla Toràh e allo Spirito una dimensione non solo universale, ma anche cosmica. Le nazioni elencate negli Atti richiamano la tavola dei popoli di Gen 10 che poi a Babele si disperdono per incomunicabilità. A Pentecoste lo Spirito risana la frattura perché tutti ascoltano tutti e tutti capiscono tutti: «ciascuno li udiva parlare la loro lingua nativa» (v. 6).  Possa la nostra Eucaristia avere sempre questo afflato universale!

 

Dagli Atti degli apostoli At 2,1-11

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11 Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio». - Parola di Dio.

 

Salmo responsoriale 104/103, 1ab.24ac; 29bc-: 30; 31.34. Il salmo è un inno cosmologico di 35 versetti. La liturgia ne riporta solo 6 per cui è difficile coglierne la portata. La struttura del salmo segue la stessa cronologia del racconto della creazione di Gen 1 da cui dipende, formato, forse, in ambiente sacerdotale al tempo dell’esilio. Anche questo salmo potrebbe appartenere alla stessa scuola. Il salmo è stato scelto per il v. 30: «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra» che suggerisce l’idea dello Spirito come origine della nuova creazione (v. Rom 8 e Ger 31,31). Facciamo nostro questo anelito perché l’Eucaristia è il punto di arrivo e di partenza per il rinnovamento nostro e della storia.

 

Rit. Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.


1. 1 Benedici il Signore, anima mia!
Sei grande tanto grande, Signore, mio Dio!

24 Quante sono le tue opere, Signore!

Le hai fatte tutte con saggezza;

la terra è piena delle tue creature. Rit.

2. 29 Togli loro il respiro: muoiono
e ritornano nella loro polvere.

30Mandi il tuo spirito, sono creati,

e rinnovi la faccia della terra. Rit.

3. 31 Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.

34 A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore. Rit.


 

Seconda lettura A 1Cor. Il frutto principale dello Spirito è l’unità che non è conformità, né uniformità. L’unità è la sintesi finale della convergenza delle diversità. Essa ha lo stesso andamento di un accordo musicale, dove solo le note diverse sanno fare armonia. In questa prospettiva pentecostale,  è un vero costruttore di unità solo colui che riconosce ed accoglie le diversità, rispettandole nel loro valore. La Chiesa, dice Paolo, è come il corpo: «pur essendo uno ha molte membra» che collaborano insieme al bene comune del corpo nella sua totalità.

 

Dalla prima lettera di Paolo apostolo ai Corinzi 12,3b-7.12-13

Fratelli e sorelle, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito santo. Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. 12 Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo.13 Infatti, noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito  in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo stati dissetati  da un solo Spirito. - Parola di Dio.

 

Sequenza detta anche «Sequenza Aurea». Composta tra il 1150 e il 1250 da Stefano di Langhton arcivescovo di Canterbury († 1228) o, secondo altri, dal suo contemporaneo Lotario dei Conti di Segni divenuto papa Innocenzo III nel 1198.

 


1. Vieni, santo Spirito,

manda a noi dal cielo

un raggio della tua luce.

2. Vieni, padre dei poveri,

vieni, datore dei doni

vieni, luce dei cuori.

3. Consolatore perfetto;

ospite dolce dell’anima

dolcissimo sollievo.

4. Nella fatica, riposo,

nella calura, riparo,

nel pianto, conforto.

5. O luce beatissima,

 invadi nell’intimo

il cuore dei tuoi fedeli.

6.Senza la tua forza,

nulla è nell’uomo,

 nulla senza colpa.

7. Lava ciò che è sordido,

bagna ciò che è àrido,

sana ciò che sanguina

8. Piega ciò che è rigido

scalda ciò che è gelido

drizza ciò ch’è sviato. 

9. Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano

i tuoi santi doni.

10. Dona virtù e premio
 dona morte santa,

dona gioia eterna. Amen.


 

Canto al Vangelo

Alleluia. Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli / e accendi in essi il fuoco del tuo amore. Alleluia.

 

Vangelo A Gv 20,19-23. «Il primo giorno della settimana» è il «giorno del Signore», la domenica in cui la comunità cristiana si raduna per celebrare la Pasqua della settimana. Giovanni non segue un ordine cronologico degli eventi, ma sintetizza tutte le fasi del mistero pasquale nella morte di Cristo di cui l’invio dello Spirito costituisce il suo compimento finale. L’effusione dello Spirito è associato «alla remissione dei peccati» perché la seconda alleanza genera uomini e donne nuovi. In Gen 2,7 Dio alitò su Adam che però divenne disobbediente, mentre ora l’alito creatore di Cristo genera figli e figlie, rinnovati e purificati per essere idonei ad andare nel mondo della disobbedienza e della ribellione.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-23

19 La sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi». 22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non li perdonerete, non saranno perdonati». - Parola del Signore.

 

Appunti di omelia

Quattro sono i verbi importanti del vangelo odierno: inviare (gr.: pempō), soffiare (gr.: emphysàō), ricevere (gr.: lambànō) e rimettere/perdonare (gr.: aphìēmi). Gesù si dichiara «inviato», in aramaico «shaliàh». Il termine indica un «incaricato/plenipotenziario» che porta un messaggio in nome di qualcuno. Oggi si direbbe un diplomatico. La «shalùt» è la missione da recapitare. Un sinonimo lo si trova nell’AT nel termine «Servo», che è un altro titolo onorifico attribuito a chi è incaricato da Dio per eseguire un compito speciale: prototipo ne è il famoso e misterioso personaggio del «Servo di Yhwh» di Isaia (Is 42,1-7: 49,1-6; 50,4-9 52,13-53,12) che assume su di sé il compito di annunciare alle nazioni la salvezza di Dio e di prendere su di sé il male del mondo intero, offrendo in dono la sua stessa vita. Nel NT Giovanni Battista è lo «shaliàh – messaggero» (cf Mc 1,2-3) che precede il Messia perché la sua missione è quella di indicarlo a coloro che lo aspettano, ma non riescono a individuarlo, perché egli viene in forme e modi inusuali e inaspettati[8].

Gesù è l’«Inviato» e quindi non si appropria  di prerogative non sue: il Padre ha sempre il primo posto nella sua vita e nelle sue scelte (Gv 14,18) e il motivo sta nel fatto che lui e il Padre sono una cosa sola (Gv 10,30): è l’identità che nasce dall’amore. Egli assume per sé questo titolo che è insieme onorifico e gravido di responsabilità perché riprende la missione liberatoria di Mosè che Dio gli diede con l’investitura del roveto ardente: «Dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha inviato da voi”» (Es 3,14). Con Gesù riprende l’avventura dell’esodo non più verso una terra promessa, ma verso una umanità nuova che si compirà nel regno di Dio. Nel NT il termine «Shaliàh» è tradotto con «apostolo» che deriva da «apo-stèllo» col significato di «io invio/mando».

Gesù compie il gesto di alitare/soffiare, ripetendo quello di Yhwh (Gen 2,7) nel momento di dare vita ad Adam, essere di terra, anzi di polvere del suolo, cioè essere leggero e superficiale.  In questo essere tanto fragile che basta un soffio per farlo cadere a terra, Yhwh insuffla il suo spirito e l’Adam di creta respira la vita attraverso l’alito creatore diventando così la somiglianza di Dio sulla terra. L’evangelista usa lo stesso termine greco della Lxx per rappresentarci che Gesù non è solo un Inviato, ma è Dio stesso che ora ri-crea l’uomo nuovo compiendo lo stesso gesto creatore del «principio». Ora però c’è qualcosa di nuovo e di più. Nella Genesi, l’Adam che viene animato è un pupazzo di creta, inerte e assente: una materia passiva nelle mani di Dio. Gesù invece offre lo Spirito a persone consapevoli e coscienti e lo partecipa come un amico può fare con altri amici, come lui stesso aveva detto: «Non vi chiamo più servi…ma ho continuato a chiamarvi amici» (Gv 15,15).

In questo rapporto di condivisione e di corresponsabilità, Gesù offre agli amici con il suo Spirito anche un potere grande che appartiene solo a Dio: il perdono che deve diventare il sigillo e l’emblema della nuova comunità, riunita attorno al risorto. Perdonare è un atto creativo perché recupera all’amore anche ciò che appare perduto e che forse è perduto. In Dio la giustizia si identifica con il perdono per cui Dio è giusto perché perdona. In questo veramente Dio non è umano: «perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira» (Os 11,9) e ancora in Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie –  oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9).

Il testo del vangelo di oggi non può essere ridotto a riferimento fondativo dell’istituzione del sacramento della penitenza o confessione perché significherebbe impoverirlo: il perdono, infatti, esprime la caratteristica della Chiesa in quanto corpo di Cristo. Se è vero che l’amore è il comandamento (v. omelia della domenica 6a Anno-A) distintivo della nuova alleanza, ne consegue che il perdono è il sigillo del comandamento: come si può amare senza perdonare?[9].

La novità messianica è l’abbondanza dello Spirito che secondo Gioele 3,1 sarà riversata «su ogni carne», cioè su tutte le creature viventi in quanto creature e non in ragione della loro appartenenza a questo o a quel popolo. Questo Spirito ricompone le fratture delle divisioni per progettare di nuovo un percorso di unità e di convergenza universale. Nel giorno di Pentecoste descritto nella prima lettura di Atti 2, l’autore cita una serie di popolazioni che richiama la tabella dei popoli di Gen 10,1-32.

I popoli che abitavano la terra, descritti in Genesi 10, avevano un solo linguaggio, avevano cioè capacità di comunicazione, ma il loro desiderio di scalare il cielo, gli fa smarrire la dimensione del loro essere e del loro limite: vogliono costruire una torre che giunga fino al cielo (Gen 11,4) perché sia vista da tutta la terra e avere così un «nome», una fame immortale. Essi sono i degni figli di Adam che vuole essere «come a Dio» (Gen 3,5) perché  non accetta il limite della sua creaturalità e della morte. L’impresa viene dispersa da Dio con una conseguenza disastrosa: gli uomini non solo non riescono a giungere fino in cielo, ma si smarriscono anche sulla terra perché ora non comunicano più tra loro. La parola che era il ponte di congiunzione tra culture diverse, diventa motivo d’incomprensione e incomunicabilità che generano tensione, travisamenti, guerre, aggressioni e sopraffazione. L’uomo che si allontana da Dio si allontana anche dal fratello e lo considera diverso e nemico. La guerra è sempre una deficienza spirituale.

Lo Spirito è tutto il contrario: è fonte di unità cercata ed elaborata nella condivisione con gli altri che non sono più nemici, ma prolungamento di se stessi. Lo Spirito restituisce la capacità di linguaggio che non è solo la «Parola» e le parole, ma prevalentemente il principio attivo della comunicazione come fondamento delle relazioni con sé e con gli altri. Lo Spirito impedisce a ciascuno di perdere il contatto con sé e con il proprio io profondo che è la misura di ogni rapporto esistenziale e di vita anche comunitaria. Non si può incontrare Dio se prima non si è incontrato il proprio «io» e la propria consistenza.

La tradizione giudaica sostiene che sul Sinai, Mosè si fermò 40 giorni e 40 notti perché Dio ha dovuto scolpire la Toràh sulla pietra (Toràh scritta) e insegnargli a memoria la 2a Toràh da trasmettere solo oralmente (Toràh orale) che verrà codificata per iscritto solo nei secoli futuri (sec. II-VI d. C.) nella Mishnàh e nel Talmud. Ora, mentre Dio scolpiva, ogni colpo di martello sprigionava settanta scintille, una scintilla per ogni popolo esistente sulla terra:

 

«E’ stato insegnato nella scuola di Rabbì Ishmael: “Non è forse così la mia parola: come il fuoco, oracolo del Signore, e come un martello che frantuma la roccia?” (Ger 23,29). Come questo martello sprigiona molte scintille, così pure ogni parola che usciva dalla bocca della Potenza si divideva in settanta lingue» (bShabbat 88b).

 

C’è però anche un’altra spiegazione aggiuntiva: della Scrittura noi capiamo spesso solo una scintilla, mentre vi sono altri sessantanove significati che ci restano oscuri e che dobbiamo indagare perché la Scrittura è inesauribile e ogni parola è una miniera profonda di sensi, spesso nascosti. Avviene lo stesso nella relazione interpersonale: spesso abbiamo la presunzione di «comprendere» la parola dell’altro o peggio ancora il «progetto di vita» dell’altro, senza metterci in ascolto. L’altro è la sua parola e ha molt