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Ferrara, comizio-rissa con uova e
insulti
da Corriere della Sera del 3 aprile 2008, pag. 9
di Aldo Cazzullo
All'inizio, Giuliano Ferrara la prende
quasi sul ridere. «Traditore! A vent'anni vendevi i compagni della Fiat alla
Cia!». Raccoglie i pomodori che piovono sul palco e li rilancia alla folla.
«Ciccione! Mangia meno, tromba di più!».
Prende al volo le bottiglie piene che gli tirano e se le beve,
«purché sia acqua e non vomito di ubriachi». «Fascista!».
Gli si spiaccica un uovo sulla giacca e lo ostenta: «Porterò
questa macchia in tutta la campagna elettorale come una medaglia».
«Terrorista!». Fa per mettersi in tasca le monete da due euro che gli cadono
addosso.
Ma non è l'ironia a muovere le
centinaia di contestatori, è un odio che deforma i bei visi delle ragazze, che
agita i capelli rasta dei maschi: «Maledetto, doveva abortire tua madre!». E
giù una sequela di insulti, sputi, ortaggi, e alla fine pietre, sedie,
bottiglie di vetro.
Lui è più divertito che spaventato. Lo
slogan — «Giuliano Ferrara a Bologna non passerà» — gli pare una madeleine, evoca
la sua giovinezza. «A Torino negli anni Settanta era anche peggio — mormora —.
Queste cose però le facevamo per Almirante, «il fucilatore». O forse ci sarebbe
voluto Kappler.
Ora ce l'hanno con me. Mi trattano come
un Ss». Piazza Maggiore è piena per metà di sostenitori e per metà di
contestatori. «Pensano che sia qui mandato da un tedesco diventato Papa.
Poverini. Vedo maschi che sventolano assorbenti interni. Sono i
"femministi" che mettono incinte le loro ragazze e poi le fanno
abortire.
Non sanno che io mi batto per le donne,
perché l'aborto è una lama di tristezza che da trent'anni è scesa sulle loro
vite, è la loro condanna all'infelicità. Ognuno di noi è metà uomo e metà
donna, e io in questo momento mi sento donna per intero». Lancio di panini,
sventolio di banconote: «Tornatene in televisione!».
L'unica che manca è la polizia. Una ventina di agenti fanno quel
che possono, cioè poco. I ragazzi dei centri sociali con fischietti prendono posto
sotto il palco, tentano a più riprese di assalirlo e quasi ci riescono,
strappano i manifesti con il simbolo «Aborto? No grazie», e per un'ora
bersagliano Ferrara con pezzetti di mortadella.
Lui sorride: «Bisognerà dire al
questore che non ha fatto una gran figura..». Prova a parlare il capolista
Giovanni Salizzoni già vicesindaco di Guazzaloca, ma non si sente nulla.
Qualcuno riesce ad avvicinarsi a Ferrara per insultarlo di persona, altri gli
stringono la mano.
La scorta ha l'ordine di portarlo via, ma lui non ne vuol
sapere: «Non riuscirete a impedirci di parlare a Bologna! Figli di papà!
Credete di farmi paura? Ve lo volete mettere nella zucca che l'aborto non è
moderno, è arcaico, ancestrale, squallido, miserabile? Prendete esempio dalla
ragazza di Pordenone, che è andata dall'avvocato pur di non abortire!».
Si alza una selva di mani con il dito medio alzato.
«Andate al cinema, di corsa, a vedere Juno, il film su un'eroina moderna
che va in una delle cliniche che a voi piacciono tanto, ma a lei fa orrore, le
ricorda l'anticamera di un dentista, la induce a tenere il bambino».
Dalla piazza
qualcuno in segno di solidarietà srotola Il Foglio, Ferrara gli fa ciao con la
mano. «Servo dei servi di Berlusconi!».
«Lo sapete che
nella Cina totalitaria vengono abortite ogni anno milioni di bambine?». Coro;
«Te ne vai o no, te ne vai sì o no?».
«Avete mai fatto una manifestazione contro gli aborti di
bambine?».
«Vai in Afghanistan!». «No, non l'avete mai fatta, perché
siete conformisti, siete di cultura totalitaria anche voi! Bombaroli!». «Vai in
Iraq!». Ferrara chiude con il titolo di un film che non ha amato: «La vita è
bella! Ora vi do la soddisfazione di abbreviare il mio discorso e me ne vado,
ma vi aspetto a Imola!».
Poi succede di tutto. Volano sassi e sedie, la polizia
tenta una carica ma viene sopraffatta, alcuni contestatori saccheggiano il
buffet a bordo palco, altri inseguiti dal barista che rivuole le sedie piombano
addosso a Ferrara, lui salta in macchina con due poliziotti e il cronista del Corriere.
È il momento peggiore: l'auto non riesce a uscire dalla
piazza, il conducente procede a zig zag inseguito dai ragazzi che tirano calci,
sputi e bottiglie di vetro a frantumare i fari e il lampeggiante, i celerini
tentano un'altra carica, si apre un varco, Ferrara raccomanda di non mettere
sotto nessuno, ma ora un po' di paura ce l'ha, e anche amarezza.
«È stata la volta più brutta. Mi contestano dappertutto, ma altrove c'era ironia; qui, solo livore. A Firenze c'erano i centri sociali, una femminista negra con l'altoparlante che diffondeva una sirena della polizia, e persino un gruppo di socialisti; ho risposto che non li avrei mai più difesi da Di Pietro, che amo le femministe e infatti ne ho sposata una; è finita a ridere. A Conegliano ci hanno tirato la vernice.
A Livorno hanno tenuto un concerto
reggae lungo il muro della canonica dove parlavo. Siamo stati contestati
persino fuori dall'abbazia di Cassino.
I più benevoli ci dicono che non si
fanno partiti monotematici. Ma non siamo mica la lista No Euro! Incontro decine
di preti, don Ciccio Ventorino di Cl mi segue ovunque nel tentativo fallito di
convertirmi.
Il migliore è stato Baget-Bozzo.
"Don Gianni, devo farla questa lista?".
"Assolutamente. È benedetta dal
Papa",
il giorno dopo ha scritto un pezzo per Tempi:
"La lista di Ferrara è un grave errore...".
I vescovi non si schierano con me, ma
sono convinto che lavorino nell'ombra. Ci considerano un esperimento
interessante. Scommettiamo che prendo due milioni di voti?».
La giornata era partita bene. A
Fiumicino Ferrara incontra Rosy Bindi, la saluta con affetto, poi sussurra: «Ha
visto come mi guarda? Come un angelo, un santo. Matto, certo. Un pazzo di Dio.
Sull'aborto la Rosy la pensa come me. Livia Turco è ancora meglio: parla per ideologia,
ma nel suo animo è un'antiabortista di ferro; del resto io sono cresciuto nel
materialismo ateo, lei nel cattolicesimo cuneese.
La sottovalutata Marianna Madia è stata
splendida: l'hanno costretta all'autocritica, ma ormai si capisce che è dei nostri.
Mia moglie mi sostiene, al Foglio la Valensise e la Benini sono
con me, e la Tiliacos per metà.
Mi delude solo la Mafai: è come se
fosse mia madre, ma ha riscoperto una vis polemica pajettiana. Comunque, ho
imposto un tema, guardi Casini come si atteggia a leader cristianissimo, anche
se fa un po' ridere. La vera delusione è la Binetti: ammutolita. L'avversario è
Veronesi.
L'ideologo dell'eliminazione del
malato, con l'eugenetica e l'eutanasia. Si candida, ma sfugge al confronto.
Perché non fa un faccia a faccia con me?».
Sull'aereo per Bologna c'è Giuliano Amato, che confida le
sue preoccupazioni: «Il ricorso della Dc di Pizza è una cosa seria. Forse
dobbiamo rinviare le elezioni».
Ferrara pensa a uno scherzo: «Giuliano, vecchio
socialista, mattacchione, ma che dici?».
Il ministro dell'Interno conferma. «Ma questo è un
complotto per far vincere la sinistra e far morire me! Berlusconi è anziano, io ho un'infezione
alla prostata, non lo reggiamo un altro mese di campagna».
Spiega Ferrara che con il Cavaliere sono andati vicino
alla rottura.
«Pensavo di aver perso la sua amicizia
L'ho minacciato in modo mafioso:
"Se non si apparenta con me, farò di tutto per farle
perdere le elezioni". Non si è scomposto. Dell'aborto non gliene può
fregare di meno; teme per il voto femminile. Ma litigare con lui non si può; è
troppo simpatico. Ormai è diventata una gag.
Il Cav telefona, io dandogli come sempre del lei gli dico:
"Ho qui gli ultimi sondaggi, indicano che le farò
perdere il premio di maggioranza alla Camera". E lui: "In tal caso,
esigo il suo suicidio".
"E se con i
miei deputati farò nascere il suo governo?". "In tal caso, brinderemo
insieme"».