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LE AMBIZIONI DI FINI E IL RUOLO DELLA CHIESA
da L’Opinione 7 maggio 2008
di Alessandro Litta
Modignani
Ha ragione Massimo Cacciari quando fa notare che il termine
“relativismo”, di per sé, non significa assolutamente nulla. E’ una parola
buona per tutti gli usi. Gli italiani comuni la sentono pronunciare spesso, ma
non sono in grado di afferrarne il senso, né associarla ad alcun simbolo
valoriale.
Gli intellettuali, per parte loro, ne discutono senza costrutto e
senza neppure intendersi l’uno con l’altro. Se si parlasse di liberalismo (come
fece Karol Wojtila nel 2002, durante il suo ultimo viaggio in Polonia) di
illuminismo o di individualismo, forse le cose sarebbe più chiare.
Non è un caso, invece, se la Chiesa cattolica ha adottato questo
termine, facendo della “lotta al relativismo” il fulcro della sua offensiva
culturale e mediatica.
Questa scelta le permette di lavorare alla riconquista dell’egemonia
sulla società italiana e di smussare con abilità le punte della polemica. I
religiosi possono così presentarsi nelle pacate vesti di un’autorità morale,
invece che nei panni, ben più scomodi e impegnativi, di protagonisti di una
battaglia di potere a tutti gli effetti.
Nel discorso di insediamento alla presidenza della Camera, anche
Gianfranco Fini ha attaccato il relativismo culturale, omaggiando il Papa quale
“guida spirituale della larghissima maggioranza del popolo italiano”.
Fini sa bene che questa affermazione è assolutamente priva di
fondamento, come dimostrano tutte le statistiche.
Gli italiani (e Fini con loro) non vivono affatto secondo le
indicazioni della Chiesa, fatta eccezione per una minoranza autenticamente
cattolica.
Se il neo-eletto speaker di Montecitorio ha voluto omaggiare il
Pontefice, lo ha fatto perché questo risponde a un preciso calcolo politico.
Egli sa bene di avere qualcosa da farsi perdonare oltre Tevere:
al tempo del referendum sulla fecondazione artificiale, tre anni fa,
dichiarò che avrebbe votato a favore di tre referendum su quattro,
contraddicendo l’invito della Cei all’astensione.
Analogamente a Francesco Rutelli, che ha dovuto accuratamente
obliterare il suo passato di radicale, anche Fini sa bene che se vuole davvero
ambire alla Presidenza del Consiglio, dopo il ritiro di Berlusconi, potrà farlo
solo con il beneplacito delle gerarchie ecclesiastiche.
Non a caso ha concorso a confinare in Lombardia un potenziale
concorrente, Roberto Formigoni, assai pericoloso su questo terreno.
Sempre più estranea alle scelte di vita degli italiani, ma sempre più
potente nel sistema informativo, finanziario, politico e istituzionale del
paese, la Chiesa cattolica esercita oggi nella vita pubblica un potere di
condizionamento che non trova paragone in alcuna altra democrazia occidentale.
Nel renderle omaggio, Fini fa ammenda delle scelte passate e mostra di
averne ben appreso la lezione.