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«HO RACCONTATO IL CORAGGIO DI DON MAZZOLARI»
Gilberto Squizzato
Mazzolari,
un altro prete "scomodo", quale scelta ha fatto per raccontare la sua
storia?
«Si sarebbero potuti raccontare tanti aspetti della figura di questo prete: il precursore
del movimento per la pace; il profeta che anticipò tante riforme del Concilio
Vaticano II°; il sostenitore del dialogo fra credenti e non credenti, fra
cattolici, socialisti, comunisti in tempi di aspre divisioni ; l’uomo in
dialogo coi fratelli ebrei e protestanti…Io mi sono soffermato in particolare
sul coraggio di un uomo che , in perfetta solitudine, spesso pagando
l’incomprensione dell’autorità ecclesiastica, per più di vent’anni riuscì a
resistere alle lusinghe, alle prepotenze, alle violenze, alle minacce, alle
intimidazioni anche fisiche del fascismo, nel nome della dignità dell’uomo e
della radicalità del Vangelo».
Un Mazzolari solo politico?
«Qui
bisogna intendersi bene. La scelta politica di Mazzolari scaturiva dalla sua opzione per
il Vangelo, per i poveri, per la difesa della dignità umana ferita e offesa.
Non fu prigioniero di una ideologia, anche se fu tra i promotori dell’impegno
dei cattolici in politica e in qualche modo tra i padri della Democrazia
Cristiana nata nel 1942, dall’accordo per il quale si prodigò fra De Gasperi e
i neoguelfi del nord, guidati da Malvestiti. Intorno a don primo si raccolse un
nutrito numero di giovani cattolici che si impegnarono nella resistenza, alcuni
furono trucidati dai fascisti, altri ancora dovettero fuggire in Svizzera… Ma
sempre, alla radice, la scelta del Vangelo. E dalla stessa motivazione scaturì
il suo impegno per la pace, già durante la campagna militare italiana per la
conquista dell’Etiopia. Dall’interventismo degli anni della prima guerra
mondiale la sua riflessione lo portò a schierarsi contro il militarismo e
contro tutte le guerre, profeta inascoltato e anche condannato al silenzio. Il
suo "Tu non uccidere" dovette uscire anonimo, perché il Santo Uffizio
condannava le sue posizioni ritenendole troppo radicali. Fu il primo in Italia
a rivendicare il diritto/dovere dell’obiezione di coscienza contro tutte le
guerre, è don primo il padre del pacifismo italiano, inteso in senso attivo,
come costruzione di rapporti nuovi fra i popoli di tutta la terra, al di là
delle diverse ideologie e contro tutti i "blocchi" . Così pure la sua
richiesta di una rivoluzione sociale cristiana non era scivolamento verso il
marxismo, ma sfida i cattolici perché collaborassero insieme ai socialisti e
comunisti per costruire una vera giustizia sociale, senza mai rinunciare alla
specificità dell’identità cristiana.
Don Mazzolari fu un tenace
antifascista, ma dopo il 25 aprile salvò chi lo aveva denunciato. Perché lo
fece?
«Mazzolari
fu l’unico degli abitanti di Cicognara, il paese del suo primo incarico
pastorale, che non andò a votare sulla scheda unica imposta dal fascismo su una
lista bloccata di candidati decisa dal Gran Consiglio… Fu uno dei pochi preti a
non cantare il "te deum" a comando dopo il fallito attentato a
Mussolini. Il suo amico don Minzoni fu massacrato dalle squadre fasciste di
Balbo e contro di lui spararono le pistole dei sicari in camicia nera. Fu
arrestato, sottoposto a pesanti interrogatori, dovette vivere in clandestinità
per più di sei mesi, ricercato dai repubblichini che volevano eliminarlo.
Eppure dopo il 25 aprile salvò molti di quegli stessi che avevano cercato di
ucciderlo in quanto oppositore del regime. Per Mazzolari non furono tutti uguali,
vittime e persecutori. Il suo perdono evangelico non cancellò le responsabilità
e le colpe degli aguzzini, ma chiedeva ed esigeva dai nuovi vincitori una nuova
morale, un salto di qualità, capace di perdonare proprio perché la vittoria dei
perseguitati di prima non doveva tradursi solo in uno scambio di parti nel
teatro della storia. " se non perché abbiamo sofferto tanto?, si chiedeva
don Primo, solo per cambiare di colore alla nostra cattiveria umana?" Fu
per questo che Mazzolari salvò dall’esecuzione sommaria, dopo il 25 aprile, anche
chi l’aveva denunciato e fatto trascinare negli scantinati della Caserma Muti
perché fosse interrogato, torturato ucciso».
L'uomo dell'argine racconta anche
un'epoca...
«Anche
in questo lavoro utilizzo immagini di attualità, solo che allora non esisteva
il TG. La cronaca era raccontata dai cinegiornali. Ecco perché in questo nuovo
lavoro metto in atto un procedimento del tutto opposto a quello del fiction
storiche tradizionali, che ricostruiscono ex novo episodi e vicende storiche.
Io invece colloco Don Mazzolari e gli altri personaggi "dentro" le
situazioni e dentro gli eventi descritti o evocati dai cinegiornali dell’epoca.
Non si tratta di "siparietti" storici, di immagini di archivio usate
solo come documenti d’epoca. Mediante raccordi di luce, di angolazione, di
movimento, di montaggio, inserisco le vicende del mio protagonista all’interno
degli ambienti e delle situazioni descritti o evocati dalle immagini di quel
periodo storico».
A proposito del fatto che anche
L’UOMO DELL’ARGINE è una fiction "low budget": una formula elegante
per dire "basso costo". Quanto costa questo genere di film in
costume?
«E’vero:
questo "film in costume" costa un quinto, o forse un decimo di quello
che costerebbe una fiction tradizionale in costume. Ma non sento questo come
una limitazione. Il basso costo, e la "troupe leggera" ( quindici
persone invece delle quaranta tradizionali) mi consentono una grande libertà di
movimento: posso rimaneggiare il copione giorno per giorno, girare in set reali
trovati magari poche ore prima delle riprese, spostare con agilità il mio
gruppo di lavoro da un posto all’altro in pochissimo tempo senza rallentare le
riprese… E’ questo che rende il mio lavoro un "work in progress": in
pochi minuti posso riscrivere una scena, inventarne una nuova, girare con volti
incontrati sul posto pochi minuti prima delle riprese…
Il film è stato girato nei posti
reali dei fatti?
«In
parte. Sicuramente nella canonica, nel famoso "studiolo" di don
Primo, quello in cui formò una generazione di giovani che avrebbero fatto la resistenza
e poi collaborato alla nascita della DC , sostenendo l’esigenza di profonde
riforme sociali per riscattare la povertà dei contadini padani. E poi sulle
rive del Po, nelle cascine, nei mulini, nelle strade, nelle piazze di paesi
rimasti intatti dopo settant’annni dai fatti narrati».
Mazzolari è un personaggio
"padano"?
«Sicuramente.
E della più autentica padanità. Lo stesso Giovanni XXIII, pochi giorni prima
della morte di don Primo, lo definì "la tromba dello Spirito Santo nella
valle Padana". Mazzolari Visse un forte radicamento alla sua terra, alle
sue origini contadini, il titolo stesso ricorda il suo "argine" sul
Po, quello dove passava ore e ore a pregare, a meditare, a progettare i suoi
libri, i suoi articoli, le sue innumerevoli lettere. La "paganità" di
don Primo si esprimeva nella sua profonda e totale solidarietà ai poveri, ai
deboli, a coloro che pativano ingiustizie, ai profughi portati a Bozzolo dalla
guerra. Un uomo che aveva un cuore davvero "universale"»
Ha utilizzato una troupe leggera...
«Da
diversi anni nel Centro di Produzione di Milano ho costituito, con il
produttore esecutivo Annalisa Guglielmi, un agile e collaudatissimo gruppo di
lavoro che si è specializzato nella "fiction low budget". E’ la prova
che anche qui ci sono validissimi professionisti. Sarebbe un peccato se
l’azienda non li valorizzasse per l’intero arco dell’anno , dal momento che con
me lavorano solo due, tre mesi…»
La produzione è tutta Rai?
«Sì,
questa è una produzione tutta interna alla RAI. L’ideazione, la produzione, le
riprese , il montaggio, tutto viene realizzato con risorse e personale del CPTV
di Milano».