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Categoria: Religione e politica
Sulla lapide di via
Fani non si legge dei br (brigate rosse). Chi ha ucciso quegli uomini e perché?
Non è scritto. Come se non potesse essere ancora scritto. I morti sono
sottoterra. Gli assassini sono liberi. E noi non siamo riusciti a fare i conti
col nostro passato.
di GIUSEPPE
D'AVANZO
ROMA
- Dicono che da quel giorno, in via Mario Fani all'incrocio con via Stresa, ci
sia l'ombra lunga di una maledizione. Dicono che niente va come dovrebbe. I
commerci s'inceppano. Gli alberi sfioriscono. Sull'angolo della strada c'era un
salice, trent'anni fa - era il 16 marzo del 1978, quando le Brigate Rosse
sequestrarono Aldo Moro. Il salice disseccò d'improvviso qualche mese dopo la
strage e nessuna accorta cura poté impedirne la morte. Dicono che fu il primo
segno della malasorte. Non c'è più il fioraio, Antonio Spiriticchio. Non c'è più
il chiosco dei giornali dei Pistolesi. La stazione di servizio si è trasformata
in un lavaggio fai-da-te. Sugli angoli delle due strade che s'incrociano,
appiccicati alla meno peggio ai cartelli stradali, decine di messaggi propongono
"affari" immobiliari. Pare che chi ci abita faccia le valigie, appena può. Il
bar che allora si chiamava "Olivetti" è diventato un ristorante, "La
Camilluccia". È chiuso, con i tavoli abbandonati all'aperto sotto la pioggia
alle nove del mattino - l'ora in cui le Brigate Rosse si mossero. Dicono che ci
sia una maledizione e deve essere storiella metropolitana perché se si
attraversa la strada verso via Stresa c'è ancora la siepe di pitosforo dove gli
assassini attesero, nascosti. Il pitosforo è cresciuto e i tronchi ben potati
sono ormai larghi come tre dita. C'è una gran calma. Il traffico è leggero e
ordinato, attenuato dal recente sottopasso tra il Foro Italico e la Pineta
Sacchetti.
LE IMMAGINI
Anche quel giorno il traffico non era intenso. Il piccolo corteo di auto (una
130, un'Alfetta) scendeva veloce dalla collina quando la 128 di Mario Moretti
con una targa del Corpo diplomatico frenò di botto all'incrocio. Fu allora che
gli altri, con gli impermeabili blu, i berretti da piloti dell'Alitalia,
uscirono da dietro la siepe con le pistole e gli M12. Spararono 91 proiettili
contro i cinque uomini della scorta di Moro, il maresciallo Oreste Leonardi, i
brigadieri Domenico Ricci e Francesco Zizzi, gli agenti di polizia Giulio Rivera
e Raffaele Iozzino - il solo che riuscì a replicare con due colpi. Furono
annientati in una manciata di secondi.
* * *
Non è la
maledizione quel che abita in via Fani, queste sono sciocchezze. Quel che mette
a disagio, se ci si guarda intorno, è la memoria. Un'ingombrante memoria, in
questo colle di Roma, non aiuta quel po' di storia identitaria che abbiamo messo
insieme negli ultimi trent'anni. L'immagine del passato è ancora lì incorrotta
come per il ricordo dell'assassinio di JFK o dell'11 settembre. Non c'è chi non
ricordi dov'era e con chi in quel momento, che cosa disse e fece in quel momento
preciso quando seppe che cosa era accaduto a Roma. Non c'è chi non abbia ancora
negli occhi - al punto da poterne sentire ancora l'ansia - i parabrezza
frantumati, i fori neri nell'auto bianca, il corpo di Iozzino a braccia larghe
coperto da un lenzuolo bianco e la macchia di sangue sull'asfalto - densa, scura
- un caricatore vuoto accanto al marciapiede nel piano sequenza di 3 minuti e 12
secondi dell'operatore del Tg che accompagna la voce ansimante di Paolo Frajese.
Quel che non va è la storia, non la memoria. La storia, dopo trent'anni,
dovrebbe essere ferma, fissa in un ordine temporale chiuso e ordinato, immobile,
ragionevolmente condivisa alle nostre spalle e dovrebbe essere deficit della
memoria farsi abitualmente ondivaga, flessibile, soggettiva, un po' falsaria.
Per il "caso Moro" quest'equilibrio è capovolto: la memoria è solida,
resistente, "condivisa"; la storia è fragile, contraddittoria, incerta, ancora
precaria, quasi impedita dalla memoria. Dalla memoria dei brigatisti che
scrivono, parlano, raccontano tra silenzi e omertà; la memoria di chi era al
potere in quei giorni e ancora ha voce oggi: più che parlare spiegando,
dissimula, confonde reticente e ancora oggi nasconde che cosa è stato.
Si può riattraversare la strada ora. Dalla siepe di pitosforo verso l'angolo
dove furono bloccate le auto. Sul muro tufaceo c'è una lapide, protetta da un
vetro, che ricorda i custodi di Moro. "In questo luogo cinque uomini, fedeli
allo Stato e alla democrazia, sono stati uccisi con fredda ferocia mentre
adempivano al loro dovere". Non si legge di Aldo Moro, come se quegli uomini non
fossero morti per il presidente della Dc. Non si legge dei terroristi delle
Brigate rosse, come se non fossero, loro, gli assassini. Sottratte le ragioni e
i responsabili, chi ha ucciso quegli uomini e perché? Non c'è scritto. Come se
non potesse essere ancora scritto. Come se fosse ancora troppo azzardato
scolpirlo nella pietra. Come se ancora non se ne potesse fare "storia". Come se
fossimo tutti d'accordo a consegnarci a una sorta di "smemoratezza patteggiata".
* * *
Aldo Moro fu
ucciso in via Camillo Montalcini, 8. Al primo piano, interno 1, fu interrogato e
"processato" per 54 giorni, prigioniero in un cubicolo largo poco più un metro e
lungo quattro, ricavato con una parete di cartongesso nel salone doppio che dava
su un piccolo giardino. La mattina del 9 maggio i suoi carcerieri lo fecero
vestire con gli stessi abiti di marzo. Lo costrinsero in una cesta. Due rampe di
scale. Il garage. Nel box, la Renault 4 amaranto era parcheggiata con il muso
verso l'esterno. Entrarono. Lo sistemarono nel bagagliaio. Il corpo di traverso
appoggiato sul fianco sinistro. Gli coprirono il volto con il lembo di una
coperta di colore rosso bordò. Mario Moretti e Germano Maccari gli spararono con
una Walter Ppk silenziata, che si inceppò subito, e due raffiche definitive di
una Skorpion. Non c'è alcuna traccia di quest'orrore in via Montalcini. La via è
deserta. Nemmeno al capolinea degli autobus più avanti c'è anima viva. La
"prigione" ha le serrande abbassate come se l'appartamento fosse abbandonato e
senza vita e ci si occupasse soltanto del piccolo giardino che appare ben
curato. Nel condominio nessuno risponde al citofono. Sono tutti al lavoro. Pare
che si venga qui soltanto per dormire. In strada, due manovali rumeni. Chiedere
di Moro? Sul muro, non una targa né una lapide né alcun segno. Anche qui, non
c'è traccia della "storia" in questa strada anonima e appartata della Portuense
dove Anna Laura Braghetti e Germano Maccari vigilarono sul presidente della Dc e
Mario Moretti lo interrogò. Un luogo introvabile in quei giorni. Invisibile,
quasi misterioso nonostante le perquisizioni, gli accertamenti, i posti di
blocco, le "battute". Ogni giorno per cinquantaquattro giorni ci furono in
Italia 1294 posti di blocco (157 nella capitale), 1881 pattugliamenti (444 a
Roma), 637 perquisizioni (173 a Roma). Furono controllati in quel periodo 6
milioni e mezzo di italiani e tuttavia per lo meno una ventina di brigatisti
riuscirono con successo ad attraversare la capitale in lungo e in largo in quei
giorni; a telefonare alla famiglia e agli amici del presidente della Dc da
piazza Colonna, da via Giulio Cesare, dalla controllatissima Stazione Termini; a
incontrarsi in piazza Barberini, all'angolo di via Veneto per decidere
finalmente se uccidere o liberare il "prigioniero"; a cenare più volte a
Trastevere con i leader dell'Autonomia sollecitati dal partito socialista a
tentare una trattativa; a stampare volantini nella tipografia al 31 di via Pio
Foà; a consegnarli nella Galleria Esedra, di fronte al Grand Hotel, in piazza
Risorgimento, in piazzetta Augusto Imperatore, addirittura "nel quadrilatero del
Palazzo" dentro il cestino della carta straccia di quella piazza del Gesù dove
la sede della Democrazia era diventata l'epicentro della tragedia per gli uomini
della Democrazia Cristiana - Zaccagnini, Anselmi, Misasi, Galloni, Pisanu,
Bodrato, Taviani. Vi si riunivano in "costante contatto" con Cossiga (ministro
dell'Interno), Andreotti (presidente del Consiglio), Fanfani (presidente del
Senato), Leone (presidente della Repubblica) per decidere, come sostiene a
ragione Giovanni Moro, di non decidere: evitarono ogni dialogo e trattativa con
i sequestratori e si preclusero, nello stesso tempo, ogni possibilità di
rintracciare davvero la prigione di Moro o gli appartamenti abitati dai
terroristi (via Gradoli, via Chiabrera, Borgo Pio). Come, al contrario, si fece
prima e dopo quel 16 marzo del 1978 per il giudice Mario Sossi, il generale
James Lee Dozier, l'assessore regionale Ciro Cirillo.
* * *
La Renault 4
targata N56786 con il corpo di Aldo Moro, nascosto alla vista dalla coperta nel
portabagagli, si muove intorno alle sette del mattino lungo le strade secondarie
della Magliana, Monteverde, Trastevere. Poi, il ponte sul Tevere e il Ghetto.
Piazza Mattei. Piazza Paganica. Botteghe Oscure deserta. L'auto volta a destra
in via Michelangelo Caetani. La parcheggiano tra i civici 8 e 9 accostata allo
stretto marciapiede di porfido, il muso rivolto verso via Funari.
Via Caetani è una strada breve, austera, umida, buia. Ci si passa in fretta. C'è
una sola macchia di colore nel grigio della pietra. È di fronte al palazzo che
ospita l'Istituto di storia moderna, la Discoteca di Stato, il Centro studi
americani. La macchia di fronte a Palazzo Caetani è di un giallo sbiadito lungo
poco più di due metri, alto tre. Al centro, la lapide ricorda: "Cinquantaquattro
giorni dopo il suo barbaro rapimento, venne ritrovato in questo luogo, la
mattina del 9 maggio 1978, il corpo crivellato di proiettili di Aldo Moro. Il
suo sacrificio freddamente voluto con disumana ferocia da chi tentava
inutilmente d'impedire l'attuazione di un programma coraggioso e lungimirante a
beneficio dell'intero popolo italiano resterà quale monito e insegnamento a
tutti i cittadini per un rinnovato impegno di unità nazionale nella giustizia,
nella pace, nel progresso sociale".
Anche qui nessun accenno ai cinque uomini che, prima di Moro, sacrificarono la
loro vita. Nessun riferimento, nessuna allusione alle Brigate rosse. Come se la
strage di via Fani e l'assassinio di Moro non appartenessero alla stessa tragica
parabola. Come se chi venisse dopo di noi non dovesse conoscere i responsabili e
la ragione di quelle barbarie, la loro contiguità nella morte. Anzi, la ragione
di quella tragedia è come nascosta, reinventata. Dicono che via Caetani sia
stata una "scelta simbolica" per le Brigate rosse. Dicono che la strada è giusto
nel mezzo tra il palazzo di via Botteghe Oscure, dov'era la direzione del
Partito comunista, e palazzo Cenci Bolognetti che ospitava, a piazza del Gesù,
gli uffici della direzione della Democrazia cristiana. Dicono che quell'uomo
mostrato agli occhi del Paese come un fagotto gettato in fretta in un'auto
doveva dire agli italiani quanto fosse impossibile e nefasto il patto politico
del "compromesso storico". Nella costruzione di questa memoria - di questo
bisogno di memoria - c'è una manipolazione, uno scarto anche toponomastico. Via
Caetani non è nel mezzo tra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù. È lontano un
centinaio di metri dal palazzo rosso. È in un'altra direzione rispetto al
palazzo bianco. La "nuova" collocazione di quella strada buia nel cuore di Roma
scolpisce nella memoria collettiva una rappresentazione sapientemente alterata
della morte di Aldo Moro. Liquida con una scelta perentoria ogni necessità di
storia ("Tutto è così chiaro"). Ne confonde le logiche. Ne occulta le
responsabilità. Rende di "geometrica potenza" la lucidità politica dell'assalto
allo Stato delle Brigate rosse. Esalta la "fermezza" delle istituzioni pubbliche
e delle forze politiche, anche quando è stata soltanto un espediente strumentale
o ipocrita. Rende possibile una quieta "comunione nella dimenticanza" protetta
da una memoria collettiva che lascia senza risposte assennate le questioni
essenziali. Se le Brigate rosse o chi, attraverso loro, tirava dall'esterno o
dall'interno i fili di una cospirazione voleva liberarsi dello scomodo Moro per
impedire l'accesso dei comunisti nell'area di governo, perché rapirlo e non
ucciderlo subito, lì a via Fani, con la sua scorta? È proprio vero che i
comunisti avrebbero votato la fiducia al IV governo Andreotti, nonostante le
perplessità sui nomi dei ministri? O al contrario fu il sequestro di Moro che li
costrinse a metter da parte i molti dubbi che avrebbero dovuto sciogliere
proprio quella mattina del 16 marzo? Quale influenza ebbe - non sul sequestro
del presidente della Dc, ma negli ambigui 54 giorni che seguirono - quell'"area
occulta del potere" che, negli italiani anni settanta, era particolarmente
affollata di logge massoniche, servizi segreti "deviati", affaristi,
neofascisti, mafiosi, grand commis, prelati, imprenditori e, sull'altro fronte,
di sindacalisti, giornalisti, politici, intellettuali legati alla sinistra
extraparlamentare e "rivoluzionaria"?
* * *
Eleonora Moro
non abita più in via del Forte Trionfale, 79. Cinque anni fa, anche lei, è
andata via. L'uomo che ripulisce il breve viale di accesso non l'ha mai
conosciuta né vista.
* * *
Non c'è più la
Democrazia cristiana. Non c'è più il Partito comunista. Non ci sono più quelle
Brigate rosse. Quel mondo è scomparso. I morti sono sottoterra. Gli assassini
sono liberi. Dopo trent'anni, abbiamo soltanto la nostra memoria a confondere
ogni differenza. Può essere la conclusione, provvisoria. Non siamo riusciti a
fare i conti con la nostra storia, con un assassinio che ha chiuso alle nostre
spalle, come un cancello di pietra, i primi tre decenni della Repubblica. Questa
collettiva impotenza ci consente soltanto i ricordi che ci fanno più comodo, che
ci appaiono - al momento - più utili.
Se così deve essere, il miglior ricordo è ancora oggi soltanto nelle parole che,
nell'ora dell'addio, Aldo Moro scrisse a "Norina". "Bacia e carezza per me
tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia
immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in
questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Vorrei capire,
con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce,
sarebbe bellissimo".
(8 marzo 2008)