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• da La Repubblica del 7 aprile 2008, pag. 1
di Dalai Lama
Dal 10 marzo di quest'anno stiamo assistendo a molteplici proteste e
dimostrazioni in molte zone del Tibet - e perfino di studenti in alcune città
della Cina - che rappresentano il punto di esplosione di un'angoscia fisica e
psicologica provata per lungo tempo dai tibetani, nonché l'espressione di un
profondo risentimento contro l'oppressione dei diritti umani del popolo
tibetano.
Risentimento per la mancanza della libertà religiosa, per il tentativo
di distorcere in ogni occasione possibile la verità. (...) L'uso delle armi e
della violenza per reprimere e disperdere le manifestazioni pacifiche del
popolo tibetano mi rattrista profondamente.
Tali interventi hanno scatenato disordini in Tibet, hanno provocato
molte vittime e moltissimi feriti, molteplici arresti. (...) Di fronte a questo
io mi sento del tutto impotente. Prego per tutti i tibetani e i cinesi che
hanno perso la vita.
Le recenti proteste in tutto il Tibet hanno non soltanto contraddetto
ma anche fatto a pezzi la propaganda della Repubblica popolare cinese, secondo
la quale ad eccezione di pochi "reazionari" la stragrande maggioranza
dei tibetani vive una vita prospera e felice. Queste proteste hanno invece
chiaramente evidenziato che i tibetani di tre province - U-tsang, Kham e Amdo -
hanno le stesse aspirazioni e speranze.
Inoltre hanno fatto comprendere al mondo intero che la questione
tibetana non può più essere trascurata. (...) Il coraggio e la determinazione
dei tibetani che hanno rischiato il tutto per tutto (...) sono molto ammirevoli
e l'opinione pubblica internazionale ha compreso e sostenuto lo spirito di
questi tibetani. (...)
Presidenti, primi ministri, ministri degli Esteri, Premi Nobel,
parlamentari e cittadini preoccupati di ogni angolo del mondo stanno inviando
un messaggio forte e chiaro alla leadership cinese affinché ponga
immediatamente fine alla violenta repressione contro il popolo tibetano.
Hanno incoraggiato il governo
di Pechino a seguire una strada per raggiungere una soluzione reciprocamente
vantaggiosa. Dovremmo creare l'occasione affinché i loro sforzi diano risultati
positivi. So che siete provocati a ogni livello possibile, ma è importante che
vi atteniate alla pratica della non-violenza.
Le autorità cinesi hanno fatto dichiarazioni menzognere contro di me e
contro l'Amministrazione Centrale Tibetana, accusandoci di aver istigato e
orchestrato gli avvenimenti in Tibet. È assolutamente falso: io ho ripetutamente
lanciato appelli affinché un ente indipendente e internazionale si facesse
carico di un'inchiesta approfondita per valutare quanto è accaduto. (...)
Se la Repubblica Popolare Cinese ha in mano prove e testimonianze a
supporto delle affermazioni fin qui fatte, dovrebbe renderle note al mondo
intero. Fare dichiarazioni non supportate da prove non è sufficiente.
Per il futuro del Tibet, ho deciso di trovare una soluzione
nell'ambito della Repubblica Popolare Cinese: dal 1974 sono rimasto fedele
all'approccio reciprocamente vantaggioso della Via di Mezzo.
Ormai il mondo intero lo conosce: significa che tutti i tibetani
devono essere governati da un'amministrazione che goda di una significativa
autonomia regionale e nazionale, con tutto ciò che questo comporta -
autodeterminazione, piena responsabilità decisionale - tranne che per le
questioni inerenti alle relazioni estere e alla difesa nazionale.
Tuttavia, sin dall'inizio ho detto che i tibetani hanno il diritto di
decidere il futuro del Tibet. Ospitare i Giochi Olimpici quest'anno è motivo di
grande orgoglio per il miliardo e duecento milioni di cinesi.
Fin dall'inizio ho appoggiato la decisione di disputare le Olimpiadi a
Pechino. La mia posizione è immutata. Credo che i tibetani non dovrebbero ostacolare
in nessun modo i Giochi: ma è diritto legittimo di ogni tibetano lottare per la
propria libertà e il rispetto dei propri diritti.
D'altro canto, sarebbe inutile e non gioverebbe a nessuno se facessimo
qualcosa che creasse odio nell'animo del popolo cinese. Al contrario: dobbiamo
favorire la fiducia e il rispetto nei nostri cuori al fine di creare una
società armoniosa, in quanto essa non può nascere sulla violenza e
l'intimidazione.
La nostra lotta è contro alcuni esponenti della leadership della
Repubblica Popolare Cinese e non con la popolazione cinese.
Pertanto non dovremmo mai dare adito a incomprensioni o fare qualcosa
che possa nuocere alla popolazione cinese. (...)
Se l'attuale situazione in Tibet dovesse perdurare, temo che il
governo cinese possa esercitare ancora più forza e aumentare l'oppressione del
popolo tibetano. (...)
Ho ripetutamente chiesto alla leadership cinese di fermare
immediatamente l'oppressione in ogni zona del Tibet e di ritirare i suoi
soldati e le sue truppe armate. Se ciò desse risultati, consiglierei ai
tibetani di interrompere le proteste.
Voglio sollecitare i miei concittadini tibetani che vivono fuori dal
Tibet a essere quanto mai vigili. (...) Non dovremmo impegnarci in nessuna
azione che possa anche minimamente essere considerata violenta. Perfino in
presenza di provocazioni, non dobbiamo mai permettere che i nostri valori più
preziosi e profondi siano compromessi.
Credo fermamente che conseguiremo il successo seguendo la strada della
non-violenza. Dobbiamo essere saggi, comprendere da dove nascono l'affetto e il
supporto dimostrati senza precedenti per la nostra causa.
Infine, desidero ripetere ancora un'ultima volta il mio appello ai
tibetani affinché pratichino la non-violenza e non si allontanino mai da questo
cammino, per quanto grave possa essere la situazione.