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È
difficile intuire qualcosa di peggiore da ciò che stiamo subendo. Lo
scontro non è più ideologico, programmatico, propositivo, ma è farcito di
promesse allettanti che proiettano nell’immaginario collettivo un futuro roseo,
brillante, accattivante.
Vince
chi riesce a far credere alle proprie promesse; allora l’altro rilancia e
promette di più. Fanno credere di avere un gioco servito, ma si tratta di un
bluff sulla pelle dei creduloni.
Le
forze in campo si scontrano, senza esclusione di colpi:
·
la destra che insiste a chiamarsi centro-destra, ma il suo
leader esibisce, disinvoltamente quanto volutamente, una camicia nera, dopo
avere abbandonato l’usuale cravatta a pallini; segno dei tempi e
mediatica dichiarazione di intenti;
·
la destra estrema, defraudata degli argomenti e degli uomini
(e donne)-simbolo, non trova di meglio che ringhiare alla luna, dopo essere
stata illusa di essere il figlio prediletto del grande arruffapopolo;
·
il centro con nostalgico impegno prende le distanze da
tutti, distribuendo accuse e contumelie senza risparmi di energie;
·
il centro-sinistra è costretto ad inseguire i sondaggi
taroccati che vengono esibiti come risultati acquisiti, distribuendo promesse
al rialzo, come in un’asta di beneficenza;
·
l’estrema sinistra propone soluzioni per la cui
realizzazione occorrerebbero tempi generazionali, invece chiedono “tutto e
subito”, ottenendo “niente e per sempre”;
·
la Chiesa…Sì, la Chiesa, quella del Vaticano, partecipa più
che attivamente, lanciando sul campo neo-convertiti e papa-boys, pronti a
identificare e premiare i buoni e punire i cattivi.
I
giochi dell’economia si affidano alla “finanza creativa”, mentre le
responsabilità di situazioni drammatiche vengono respinte da tutti con l’eterno
gioco dello “scaricabarile”.
Una
parte si vanta di avere aggiustato i conti dello Stato, mentre l’altra parte lo
accusa di avere mortificato i consumi, con i consumi la produzione, con la
produzione la competitività, con la competitività i posti di lavoro, con i
posti di lavoro i conti dello Stato: come quel cane che insegue la sua coda.
L’Alitalia
è diventato un ghiotto boccone di propaganda; nessuno si è accorto che da quindici
anni la compagnia di bandiera era stata trasformata nel refugium peccatorum
dentro il quale venivano scaraventate le esigenze dei singoli
componenti la casta, con una dilatazione dei costi insostenibile.
La
costruzione del ponte sulle stretto di Messina viene presentata come la
panacea per il meridionalismo, la soluzione di tutti i problemi, quando già si
preannuncia una pesante intromissione della mafia e della ‘drangheta, di qua e
di là dello stretto, in ossequio alla par condicio, con un costo che si
quantifica in non meno di 50 miliardi di euro e una durata di almeno 50 anni,
formalizzando, di fatto, l’alleanza generazionale tra politica e
malaffare, che assumeranno, insieme, l’onere di amministrare un miliardo
di euro l’anno per i prossimi 50 anni.
Non
piace la “par condicio” che regolamenta le apparizioni propagandistiche nei
media, così si promette che la prima legge da modificare è proprio quella, in
modo da poter utilizzare la tecnica del lavaggio del cervello in maniera
sempre più pressante; praticamente si vorrebbe legalizzare l’ipotesi che alle
Olimpiadi non devono partecipare i migliori e tutti nelle medesime condizioni e
medesime ciance, in rispetto della democrazia e della volontà popolare, ma
dovrebbero partecipare solo i figli dei vincitori delle Olimpiadi precedenti, o
loro succedanei.
L’oro
della Banca d’Italia rientra nella politica economica della finanza creativa;
quell’oro costituito per ¾ da quello che Garibaldi rapinò, manu militari,
al Banco di Sicilia (allora Istituto di emissione) e al banco di Napoli; si
prospetta la vendita di quell’oro, insieme ai pochi gioielli di famiglia
rimasti, dopo la grandissima abbuffata democraticamente gestita, all’Italia e
al popolo italiano. Tutto in vendita per pagare il debito pubblico che ci
colloca ai primissimi posti del pianeta; un debito pubblico superiore al PIL,
del quale non esiste traccia e con il quale si sarebbe potuto trasformare
l’intera nazione in un paese di bengodi; invece è rimasto solo un piccolo
manipolo di plurimiliardari che tengono gelosamente il malloppo all’estero
Rosario Amico Roxas