FEDE E SCIENZA: DA
GALILEO A PAPA RATZINGER
Documento dell'incontro del 13 gennaio
2008
de La Comunità dell'Isolotto
----------------
1. Letture bibliche: Luca 10, 17-24; Ia
Lettera ai Corinzi cap. I, 17-29.
2. Considerazioni generali. Gli uomini
hanno desiderato di conoscere il mondo che li circonda fino da quando, nomadi,
andavano alla scoperta di nuovi territori per procurarsi acqua, cibo, pellicce
e poi legna da ardere. Le conoscenze si sono man mano sviluppate non solo per
soddisfare i bisogni primari ma anche per utilizzare al meglio ciò che la
natura offriva, per migliorare le proprie condizioni di vita. Questo ha portato
ad uno straordinario sviluppo del cervello umano con il desiderio di conoscere
sempre più il mondo, a comprendere i meccanismi che regolano la natura, a
comprendere le ragioni dell’esistenza umana. Dante mette sulla bocca di Ulisse
i famosi versi: “ fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e
conoscenza” che esprimono mirabilmente la caratteristica dell’uomo di pensare,
riflettere, immaginare. Le conoscenze dell’uomo in ogni campo, scientifico,
letterario, filosofico, economico, artistico, ecc., seguono percorsi talvolta
semplici ma più spesso complicati. Si procede per fili logici ma talvolta anche
per ipotesi che possono sembrare, in un primo momento, assurde.
Anche l’interpretazione scientifica
della realtà può sembrare in contrasto rispetto a quello che le apparenze ci
mostrano e, talvolta, certe ipotesi ci sembrano assurde. Ne è un esempio, per
restare a Galileo, delle sue leggi sulla “caduta dei gravi”: tutti i corpi,
qualunque sia la loro forma e il loro peso sono soggetti alla stessa legge di
gravità cioè sono attratti dalla terra allo stesso modo. Ma allora perché una
piuma, un pezzo di sughero, una pallina di piombo cadono in terra con velocità
diverse? Questa legge non è contraddetta? Bene, se mettiamo questi oggetti in
un tubo di vetro nel quale abbiamo tolto l’aria li vediamo cadere tutti
assieme, ovvero è l’effetto dell’aria che fa apparire contraddetta questa
legge.
Si possono citare anche le parole del
Prof. Giuliano Toraldo di Francia, fisico e filosofo della scienza: “La vita
dell’uomo è un apprendimento continuo. Crede di tendere a sapere, ma in realtà
tende a imparare. Non abbiamo bisogno di essere, ma di crescere. L’uomo “non
è”, ma “diviene”. Ed è non solo capace di “imparare”, ma anche di riflettere
sull’apprendimento”. Siamo quindi condannati a conoscere? Sembra di si. Ma,
riflettendo sul nostro apprendimento, ci rendiamo conto dei nostri limiti. Più
conosciamo e più ci rendiamo conto di quanto siano limitate le nostre conoscenze.
Un esempio: con lo sviluppo di potenti microscopi elettronici, che hanno
ingrandimenti molto alti, oggi siamo in grado di vedere particolari estremamente
piccoli degli oggetti, invisibili ad occhio nudo, ma ci fanno anche intravedere
la possibilità di vedere particolari ancora più piccoli in futuro con macchine
più potenti. La Bibbia, nel libro della Genesi, quando Dio vieta ad Adamo e Eva
di “mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”,
secondo una interpretazione che mi convince, vuole porre gli uomini di fronte
ai limiti della propria conoscenza: conoscere il bene ed il male significava
avere la comprensione completa di se stessi e del mondo e quindi non accettare,
con un atto di orgoglio, i limiti della condizione umana. Un conto sono i
limiti oggettivi della conoscenza umana, un conto sono i condizionamenti che ne
impediscono lo sviluppo. Le manifestazioni di superstizione che spesso si
accompagnano o addirittura sostituiscono celebrazioni religiose ne sono un
esempio. I fenomeni naturali, infatti, seguono le leggi fisiche (come la
pioggia, i terremoti, le eruzioni vulcaniche) ma se vengono evocati o
scongiurati da funzioni propiziatorie contribuiscono a ridurre il livello della
cultura scientifica della popolazione. La recente enciclica del Papa, la Spe
salvi, a proposito del rapporto fra fede e scienza afferma che: “La scienza non
redime l’uomo. La scienza (…) può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non
viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa”. Questa è la frase
che più di altre esprime tutto il pessimismo con cui il Papa guarda all’uomo
contemporaneo. E’ una frase che difficilmente uno scienziato laico può
accettare. Che la scienza non possa redimere l’uomo è condivisibile. Infatti la
scienza può aiutare l’uomo a risolvere molti problemi della sua esistenza, ma
può essere usata anche contro l’uomo e il mondo: ad es. la scoperta
dell’energia nucleare con la sua applicazione per fini bellici hanno dato
all’uomo un’arma capace di distruggere il globo, ma può essere anche usata per
curare malattie prima incurabili. Dipende dalle scelte che vengono fatte per il
suo utilizzo. Ma chi opera queste scelte? E’ proprio qui che l’enciclica di Ratzinger
non è accettabile da coloro che si pongono in maniera laica nella società.
Infatti, dicendo che la scienza deve essere orientata da forze ad essa esterne,
propone una visione dell’uomo in cui ragione e etica sono irrimediabilmente
separate, cristallizzate in una visione gerarchica rigida: prima viene l’etica
– che è fuori dalla ragione – poi viene la ragione (la scienza) che la
condiziona. Come può l’etica orientare la ragione quando il nostro pensiero
spesso si forma non solo da concetti logici ma anche da quelli assurdi?
L’ideazione, la fantasia, vengono sempre prima di qualsiasi sistemazione
logica. Nella nostra mente esiste una ricca “sorgente” di immagini, di
suggestioni, di sensazioni e di collegamenti che obbedisce ad una logica che
spesso ci è ignota o addirittura non segue una logica. Soltanto in un secondo
tempo passiamo al setaccio quelle immagini, cercando di trasformarle in
concetti logici e scartando tutto quello che ci sembra non abbia senso. Il
poeta, il pittore, però, non sottopongono troppo severamente le loro immagini
alla sistemazione logica, altrimenti le distruggerebbero. Non è vero che quelle
immagini non sono realtà, sono espressioni della realtà umana. Imbrigliare,
disseccare le sorgenti del pensiero sarebbe follia. Dopo Charles Darwin non
solo gli scienziati, ma anche i laici, si pongono in una visione naturalistica
dell’uomo, cioè collocano la nostra specie dentro la natura, che si modifica
secondo criteri evoluzionistici. Questo comporta non solo un’evoluzione dal
punto di vista biologico della natura e dell’uomo ma ci mette in grado di
elaborare, di modificare non solo i ragionamenti più astratti ma anche i
giudizi etici. I comportamenti che nelle diverse culture sono giudicati buoni
sono diversi da cultura a cultura e, per ciascuna cultura, cambiano nel tempo.
La capacità di esprimere giudizi morali e quindi di costruire sistemi morali è
frutto dell’evoluzione umana. Un es. di questo è la recentissima moratoria
sulla pena di morte, approvata a maggiorana dall’Assemblea plenaria delle
Nazioni Unite, ed a suo tempo la dichiarazione sull’abolizione della tortura.
Anche la Città del Vaticano le ha utilizzate fino a non molto tempo fa’. Non è
quindi possibile separare la ragione dall’etica né è, dunque, possibile proporre
una gerarchia di valori, ovvero l’etica non viene prima della ragione. Ragione
e capacità di esprimere giudizi morali co-esistono e co-evolvono. La scienza
può anzi avere un valore universalistico se non si pone al servizio di particolarismi
ma se si pone al servizio dell’intera umanità. Fino dal Seicento la comunità
scientifica si era posta questa intenzione etica. Oggi la scienza, in larga
maggioranza, si pone al servizio dell’umanità quando, ad esempio, denuncia i
gravi rischi che corre il mondo se si continua a consumare grandi quantità di
risorse naturali non rinnovabili. Questo naturalismo critico colloca l’uomo
nella natura con la sua ragione e la sua capacità di elaborare giudizi morali.
Anzi da tutto questo ne deriva la possibilità di costruire un’etica laica che
costituisce sia un atto di ottimismo e di fiducia nell’umanità sia la premessa
per un dialogo senza conflitti tra credenti e non credenti e fra credenti di
religioni diverse. La scienza sta dando un contributo positivo a questo
dialogo: nei congressi scientifici internazionali si trovano insieme a presentare
i loro studi scienziati provenienti da varie parti del mondo con una minima
influenza delle differenze di cultura, razza e religione dei congressisti (dall’indiano
all’ebreo, dal cinese all’europeo, dall’americano al giapponese). Se un
qualsiasi scienziato desse il suo contributo scientifico mostrando di essere
influenzato dalle sue credenze religiose si troverebbe poco credibile e isolato.
3. Galilei e la Chiesa 1542 – Paolo III
riorganizza l’Inquisizione moderna con la bolla “Licet ab initio”. E’ la “Sacra
Congregazione della romana ed universale Inquisizione ossia Santo Uffitio”. I
suoi aspetti più rilevanti sono i seguenti. L’organizzazione: al vertice sta il
Comitato centrale dei cardinali inquisitori competenti in materia di fede e con
giurisdizione in tutto il mondo. Si può parlare di una sorta di polizia
mondiale. I cardinali inquisitori nominano: i) i procuratori fiscali cioè gli
accusatori, come il pubblico ministero nel processo di oggi; ii) gli
inquisitori delegati, cioè i giudici; iii) i notai ed il personale ausiliario. Principio
base della procedura inquisitoriale: il sospetto degli inquisitori costituisce
già di fatto giudizio di colpevolezza. Il sospetto si divide in: i) “violento”.
La colpa, ossia l’eresia, è giudicata scelta volontaria, dolosa. E’ la peggiore
situazione per il “reo”; ii) “veemente”. E’ la colpa preterintenzionale; iii)
“leggiero” in caso di comportamento colposo. Il processo si basa
sull’inversione dell’onere della prova. Non è l’accusatore che deve provare le
proprie accuse, in quanto basta solo il suo sospetto per sottoporre a processo
il sospettato, ma è quest’ultimo che deve provare che il sospetto dell’autorità
inquisitoriale è infondato. Cosa peraltro assai difficile, dato che la
procedura prevede l’uso della tortura per far confessare i rei.
L’interrogatorio sotto tortura può riguardare: i) il fatto, cioè si cerca la
confessione del reato di eresia; ii) l’intenzione, per saggiare, ad esempio, che
la ritrattazione sia sincera. Da notare che, in concreto, la separazione fra
accusatore e giudice è inesistente, poiché ambedue procedono all’unisono sulla
base del principio del sospetto, avendo per scopo l’estirpazione della eresia e
non quello di rendere giustizia. Per la prima volta c’è l’uguaglianza giuridica
di tutti di fronte alla legge penale, giacché è abolita la distinzione fra
laici ed ecclesiastici. Conoscono l’Inquisizione il Cardinale Pole, che nel
1549 non diviene papa per un solo voto, Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila,
Giovanni della Croce.
Principio ideologico: l’inquisitore si
presenta come amico del reo perché lo aiuta a redimersi e ad abbandonare gli
errori. Conclusione del processo. Formalmente si può concludere con assoluzione
del sospettato. Quando, ed è il caso più frequente, si chiude con un giudizio formale
di eresia, il reo o ritratta, dichiarandosi pentito, oppure va incontro al
rogo. A seconda del grado di colpa, al pentito si applicano diversi gradi di pena,
anche molto severi. Chi scrive e pubblica, per cautela, in genere premette la
“protestatio”, ossia un’autocritica preventiva. Si tratta di una dichiarazione
che comprende:
1. La “professio fidei”; 2 “cautio”.
L’autore dichiara che se nello scritto viene trovato qualcosa giudicato
contrario alla fede cattolica, errato, non conforme all’insegnamento della
Chiesa o, comunque, sospetto, ciò è da imputare alla propria ignoranza o debolezza
mentale; 3. “declaratio”, con la quale l’autore si dichiara pronto ad
allinearsi alle definizioni della Chiesa, a sottostare agli ammonimenti ed alle
decisioni ecclesiastiche.
1543 - Copernico, ormai prossimo alla
morte, che avviene il 24 maggio, pubblica a Norimberga il “De rivolutionibus
orbium caelestium” . L’opera è dedicata al papa Paolo III. In quest’opera si
espone un sistema astronomico che fornisce non solo una rappresentazione
geometrica del moto degli astri ma anche una dottrina della causa dei fenomeni
osservati. Essa vuole essere insomma una fisica del cosmo in quanto descrizione
vera della realtà. Vi si affronta anche il problema del rapporto fra questa nuova
cosmologia e la Scrittura. Copernico sostiene che il testo sacro non è
utilizzabile per la ricerca della verità naturale, avendo ben altro ufficio che
quello di fornire agli uomini trattati di fisica e di cosmologia. In effetti,
l’opera di Copernico colpisce profondamente la visione tradizionale della
posizione occupata dall’uomo nell’ordinamento cosmico. Essa, infatti, attenta
alla posizione privilegiata che faceva dell’umanità il centro ed il fine dell’intero
universo; una centralità materializzata e resa appunto concretamente evidente
nell’ordinamento geocentrico dei cieli. La tradizionale disposizione fisica del
cosmo mostrava infatti, nella propria struttura, un ordine teleologico centrato
sulla terra e sull’uomo che la abita. Copernico, capovolgendo la posizione del
nostro pianeta, reca anche implicitamente un serio attacco al teleologismo
racchiuso nella cosmologia del passato, peraltro confermato dalla lettera della
Scrittura. Benché il libro sia troppo matematico per essere compreso dalla
cultura del tempo, presso la quale la matematica gode di scarso apprezzamento,
tuttavia in campo protestante Melantone comprende la portata rivoluzionaria di
quei calcoli matematici. Soprattutto perché entrano in rotta di collisione con
la Scrittura (Giosuè 10). Per eliminare questo scontro, un altro teologo
luterano, Osiander, premette, sotto forma di “lettera al lettore” come se fosse
scritta dallo stesso Copernico, l’avvertimento che tutti quei calcoli intendono
essere soltanto ipotesi geometrico-matematiche che permettono di salvare “le
apparenze” cioè i fenomeni celesti osservabili, senza la pretesa però di essere
veri. Contro questa interpolazione arbitraria insorgono però immediatamente il
cardinale arcivescovo di Capua, Niccolò Schönberg, ed il vescovo di Culm,
Tiedman Giese. Quest’ultimo, dopo avere accusato Osiander di falso, lo cita
addirittura davanti alla magistratura di Norimberga perché la lettera al
lettore venga soppressa. A metà del Cinquecento l’opera di Copernico trova
difficoltà in campo protestante, mentre viene tranquillamente accolta in campo
cattolico. Ancora nel 1594 è adottata come libro di testo di astronomia
dall’università di Salamanca. Assumendo come criterio della fede la sola
Scrittura, per di più presa alla lettera e resa accessibile a tutti i fedeli, è
comprensibile che il protestantesimo abbia problemi non indifferenti di fronte
ad uno scritto che smentisce alcuni passi biblici. Per contro, nel mondo
cattolico, la Scrittura è stata sempre dichiarata indisponibile per il semplice
fedele, in quanto l’interprete autentico è soltanto il magistero della Chiesa.
Come afferma in un quaresimale a Pisa nel 1304 il domenicano Giordano da
Rivalto “la Scrittura è grave e profonda e sottilissima ad intendere, e non è
da ogni persona”. Addirittura a partire dal ‘500 la Bibbia finisce nell’Indice
dei libri proibiti. In fondo lo scritto di Copernico conferma questa difficoltà
di intendere il senso della Scrittura senza una guida superiore. Tanto che
proprio in ambito cattolico, in Francia col prete Simon, appaiono i primi
accenni ad una analisi critica del testo biblico. Forse in questo momento la
Chiesa è presa da altre impellenti preoccupazioni per concentrarsi su un libro
di cosmologia matematica. Deve infatti affrontare la sfida protestante con una
profonda riorganizzazione interna a cui cerca di provvedere il Concilio di
Trento che si apre nel 1545. Comunque sia, a metà del Cinquecento mancano
ancora i presupposti perché sorga in campo cattolico una questione copernicana.
4. I processi di Galilei Fra il 1543,
anno in cui è pubblicato il libro di Copernico, ed il 1616, anno in cui la
teoria copernicana viene formalmente dichiarata eretica e lo scritto è inserito
nell’elenco dei libri proibiti dalla Congregazione dell’Indice, corrono 73
anni. Cosa accade in questo lasso di tempo perché un’opera scritta da un prete,
accolta tranquillamente all’inizio in campo cattolico finisca così drasticamente
censurata? Per rispondere alla domanda occorre considerare un evento storico di
enorme rilievo nella storia della Chiesa: il Concilio di Trento che si chiude
nel dicembre del 1563. L’obiettivo dichiarato della riforma della Chiesa
cattolica ha per sfondo la lotta contro il protestantesimo e la sua espansione.
Nella percezione che le massime autorità ecclesiastiche hanno della situazione
della Chiesa è dominante l’immagine di una cittadella assediata che rischia di
cadere sotto i colpi del nemico. Per questo occorre mobilitare tutte le forze
per la difesa del cattolicesimo, instaurare una ferrea disciplina interna, in
modo da fare massa compatta contro il pericoloso avversario. A Trento è varato
un programma di controllo che non si limita alle masse popolari e rurali
incolte, ma abbraccia anche le élite politiche, sociali ed intellettuali. Si
vuole insomma una Chiesa rigorosamente ordinata, dottrinalmente fedele, senza
dubbi e tentennamenti alcuni, dalla pronta obbedienza ai poteri ecclesiastici,
in una mobilitazione totale nello scontro mortale contro il protestantesimo.
L’appello suona quindi anche per gli intellettuali: la loro intelligenza e
cultura devono porsi al servizio della fede. Essi hanno l’obbligo di essere
organici al progetto ecclesiastico. Non è ammessa una cultura indipendente,
quale si è venuta peraltro a sviluppare in Italia con l’Umanesimo ed il
Rinascimento. Un Machiavelli ed un Pomponazzi devono essere banditi. Nella
figura ideale dell’intellettuale disegnata dalla controriforma cattolica il
tratto essenziale è quello del servitore devoto alla Chiesa, a disposizione
esclusiva della quale mette tutta la sua intelligenza ed il suo sapere. Il suo
compito, allora, non è più quello di capire, di sviluppare un’autonoma capacità
di ragionamento per raggiungere la verità, bensì la difesa ad oltranza della
dottrina cattolica e, di conseguenza, dell’istituzione ecclesiastica
gerarchizzata che quella dottrina definisce e comanda di credere. Come recita
il catechismo tridentino – rivolto non ai laici ma agli ecclesiastici
trasformati in veri e propri agenti di polizia per il controllo dei fedeli –
non è concessa alcuna cittadinanza ad una cultura laica autonoma, indipendente
dalle direttive del magistero della Chiesa. Tutto deve essere posto al suo
servizio. In breve, all’intellettuale è imposto di trasformarsi in umile
servitore dell’istituzione ecclesiastica, di diventare un soldato della fede. A
mio parere, per capire il caso Galilei occorre tenere presente questo contesto
storico, nel quale la Chiesa tridentina mostra i suoi tratti più significativi
nella rigidità istituzionale, nella gerarchizzazione sempre più accentuata,
nell’autoritarismo, nel controllo poliziesco sui fedeli, portando peraltro ad
esasperazione elementi strutturali provenienti dal lungo processo storico che
ha forgiato l’istituzione ecclesiastica. Galilei, anche sotto il profilo del
temperamento personale, stona, è un corpo estraneo in questo ambiente religioso
e culturale. Non è un soggetto da disciplina ossequiosa. Una volta trovato il
suo spazio culturale lo difende strenuamente e per questo è messo due volte
sotto processo dall’Inquisizione.
Il processo del 1615-1616 L’Inquisizione
sospetta Galilei fino dal 1611, dopo la pubblicazione, avvenuta l’anno
precedente, del “Sidereus Nuncius”. In quest’opera egli espone le sue recenti
scoperte col cannocchiale, dal corpo accidentato della luna, ai satelliti di
Giove, a cui seguono poco dopo le fasi di Venere, le macchie solari e la natura
di Saturno. Ne risulta sconvolta non solo la tradizionale cosmologia ma anche
la fisica celeste di impostazione aristotelica, secondo la quale la materia dei
cieli è di natura diversa da quella terrestre e qualitativamente più perfetta.
Prende corpo, insomma, un sapere che rompe non solo drasticamente con la
tradizione, ma che va sviluppandosi in via autonoma con nuove procedure investigative
– il metodo galileiano di ipotesi e verifica – ed i cui agenti sono i “filosofi
della natura” ed i “matematici”. Si passa, infatti, dalla fisica delle qualità
di tipo aristotelico - secondo la quale la spiegazione dei fenomeni, ad esempio
il moto naturale di una pietra, va ricercata nella sua natura qualitativa,
nella sua essenza – ad una fisica della quantità, dove ciò che viene osservato
e sperimentato non è altro che l’effetto dell’azione meccanica di forze
misurabili in scala quantitativa. Nel linguaggio della fisica galileiana
incontriamo così pesi, masse, tempi, velocità, e non più le qualità della
fisica di Aristotele. Perentoriamente Galilei afferma l’avere “per impresa vana
il ricercar le essenze”. In un momento storico delicato come quello della
controriforma questa rivoluzione scientifica ovviamente suscita sospetti.
Quando Galilei a Roma espone le sue scoperte, l’ambasciatore Guicciardini
scrive al Granduca che questi non sono tempi in cui si possa parlare di luna,
di sole e cose del genere ed avverte del pericolo di stuzzicare “il can che
giace”. Per di più, nelle discussioni a Galilei piace umiliare i suoi
oppositori con la forza dei propri argomenti. Fra questi i gesuiti del Sacro
collegio romano, che diventano suoi acerrimi nemici. Anche a Firenze, però, gli
avversari non mancano e sono soprattutto i domenicani di San Marco e di Santa
Maria Novella. In un clima che si va facendo sempre più teso, la causa
scatenante della crisi e della denuncia all’Inquisizione sono le lettere
cosiddette “copernicane”. Si tratta di quattro lettere, la prima, del 21 dicembre
1613, indirizzata al benedettino Don Benedetto Castelli che sta a Pisa, due a
Monsignor Piero Dini e l’ultima, che è un vero e proprio saggio, alla Granduchessa
Cristina di Lorena. A Dini Galilei dichiara di meravigliarsi che la teoria
copernicana, accettata tranquillamente in campo cattolico per circa settanta
anni, debba suscitare ora tanta avversione. Infatti, già dalla fine del 1612
padre Lorini, domenicano di San Marco, va dichiarando eretico il copernicanesimo
e nel 1614 un altro domenicano, Padre Caccini di Santa Maria Novella, rinnova
gli attacchi alla scuola galileiana. Ma ciò che scatena padre Lorini e lo porta
a denunciare Galilei all’Inquisizione sono le idee esposte nella lettera a
Castelli, ribadite con abbondanza di argomentazioni a Cristina di Lorena. La
lettera a Castelli è il vero e proprio manifesto ideologico di Galilei. La questione,
che ormai è penetrata anche nel mondo cattolico, è il rapporto fra la teoria
copernicana, e dietro essa la nuova scienza galileiana, e la Scrittura. Giosuè
10, è invocato come criterio di verifica della nuova cosmologia. Galilei affronta
il problema entrando direttamente nel terreno scritturistico. Richiamandosi
implicitamente al criterio presente nella tradizione cattolica della difficoltà
di intendere la Bibbia, per cui non la si può prendere alla lettera, sostiene
che i passi invocati richiedono di essere interpretati. La domanda fondamentale
diventa allora quella del senso della Scrittura, che cosa Dio ci ha rivelato
nei testi biblici. Galilei sostiene che Dio ha parlato all’uomo con due
linguaggi. Uno è quello della natura, che è scritto in caratteri matematici e
che pertanto è oggetto della ricerca scientifica e nel quale, quindi, non
trovano spazio altri criteri che quelli del metodo della scienza. Sono dunque
gli scienziati, i filosofi della natura ed i matematici, ad essere competenti
in questo settore dove si tratta di capire “come vadia il cielo”. L’altro è
quello della Scrittura, che non ha per scopo di far conoscere le verità
naturali. Infatti, passi come Giosuè 10, sono tali “per accomodarsi all’incapacità
del volgo”, per cui la Scrittura in molti punti ha bisogno “di esposizione
diversa dall’apparente senso delle parole”. Lo scopo del testo sacro è un
altro, è quello di rivelare all’uomo la via per la salvezza dell’anima, cioè di
fargli capire “come si vadia in cielo”. E’ questo il campo legittimamente
occupato dalla Chiesa, di sua esclusiva competenza, dato che il suo scopo è di
condurre gli esseri umani alla salvezza eterna. Ad avvalorare questa
impostazione Galilei, nella lettera a Cristina di Lorena, si richiama ai padri
della Chiesa, alla tradizione cattolica ed ai concili. Le argomentazioni
proposte sono stringenti. E’ investita la stessa materia teologica con
citazioni pertinenti, per di più con grande spirito critico ed apertura mentale
che introducono anche in quel delicato settore la libertà di indagine propria
della ricerca scientifica. Ma tutto questo è troppo e non è accettabile per
l’autorità ecclesiastica. Nel febbraio del 1615 padre Lorini denuncia Galileo
all’Inquisizione e si apre l’istruttoria dell’inchiesta. Che cosa gli viene
rimproverato? Richiamandosi ai decreti del concilio tridentino, secondo i quali
l’unico interprete autentico della Scrittura è il magistero della Chiesa, il
domenicano accusa Galilei di essere penetrato illecitamente in un territorio
che non è di pertinenza dei laici. Perché se i laici possono permettersi di
interpretare personalmente il testo sacro, che ci stanno a fare i teologi, i
vescovi, il papa, insomma coloro che soli sono stati investiti da Dio di questo
ruolo e della rispettiva autorità, si domanda padre Lorini? Sembra un’accusa di
cripto-protestantesimo. E’ dunque la Chiesa, nei suoi organi gerarchici,
l’unica fonte di verità. Una verità a tutto campo, che riguarda l’intera
realtà, anche quella della natura, giacché, come si è detto prima, la controriforma
cattolica vuole portare sotto il comando ed il controllo della gerarchia
ecclesiastica l’intero scibile umano. Proprio per questo, per riaffermare
l’autorità del magistero si riprende l’interpretazione letterale della
Scrittura. Perché così, la nuova cultura scientifica veicolata dalle teorie di
Copernico e di Galileo, con l’argomento che entra in collisione con la lettera
del testo sacro, finisce delegittimata. La si vuole cioè colpire nella sua
pretesa autonomia. Questo è il motivo di fondo dell’attacco a Galilei. Il quale
ha avuto l’ardire non solo di togliere alla Chiesa il monopolio della cultura e
del sapere, ma addirittura di invadere il territorio scritturistico sul quale,
specialmente dopo Trento ed in funzione anti-protestante, rivendica l’esclusività
il magistero ecclesiastico e dal quale i laici sono ormai completamente
cacciati. L’attacco alla teoria copernicana serve pertanto a riaffermare
l’autorità della Chiesa a tutto campo ed a stroncare le pretese di autonomia
della nuova cultura scientifica. Dopo l’istruttoria durata un anno, il processo
si avvia alla conclusione agli inizi del 1616. Galileo è a Roma davanti al
tribunale dell’Inquisizione, sotto l’imputazione di eresia. Gli è amico il papa
Paolo V, ma ciò non toglie che la procedura inquisitoriale faccia il suo corso.
Con lui è sotto processo anche il padre carmelitano di Napoli Foscarini,
aderente alla teoria copernicana. L’accusa sostiene che la dottrina geocentrica
è contraria alla Scrittura, quindi formalmente eretica, giacché se il sole
fosse immobile il miracolo di Giosuè 10 non sarebbe stato possibile. Insomma,
il copernicanesimo e, si può aggiungere, la nuova fisica galileiana, vengono
accusati di attentare ai fondamenti della religione, alle prove della sua
verità costituite dai miracoli. Galilei naturalmente si difende. Il suo, se
vogliamo, è un argomento formale. Non si deve dimenticare che il diritto
inquisitoriale, come tutte le altre specie di diritto, consiste in una serie di
norme conseguenziali coerenti sul piano della forma logica. Ebbene, perché
l’accettazione della teoria copernicana possa essere considerata un reato di
eresia, è necessaria la premessa della sua condanna. Ma la Chiesa non ha mai
nel passato condannato la teoria di Copernico. Come si può allora accusare
Galilei e Foscarini di sostenere dottrine eretiche? In breve, ci si accorge che
manca il reato per emettere una condanna. Il processo di conseguenza si
interrompe. Ovviamente la cosa non finisce qui. Il Santo Uffizio – personaggio
di spicco è il cardinale Bellarmino – provvede immediatamente il 24 febbraio ad
emettere un decreto in cui si dichiara formalmente eretica la teoria
eliocentrica, in quanto contraria alla Scrittura, perché altrimenti il miracolo
di Giosuè 10 non sarebbe stato possibile. Quanto alla terra, la teoria che essa
si muova nello spazio e su sé stessa – già sostenuta nel VII secolo da Isidoro
di Siviglia – è dichiarata “quanto meno erronea in fede”, ossia non formalmente
eretica ma sospetta di eresia. Riguardo a Galilei, ora che esistono gli
strumenti formali di accusa, non potendolo condannare, gli si ingiunge con una
“ammonizione precetto”, davanti a notaio e testimoni, di non sostenere,
insegnare, discutere la teoria copernicana, insomma di non trattarla “quovis
modo”, in qualsiasi modo, altrimenti un’altra volta si procederà “in Santo
Ufficio”. In sostanza gli si impone di ignorarla completamente come se essa non
esistesse. Naturalmente il libro di Copernico finisce nell’elenco dell’Indice
dei libri proibiti.
Il processo del 1633 La passione
scientifica di Galilei è però talmente straripante da portarlo a scrivere di
nuovo sulla teoria copernicana. Lo fa nel “Dialogo sui massimi sistemi del
mondo”. Si tratta di un dialogo fra un sostenitore del copernicanesimo e della
nuova scienza, Salviati, ed uno della cosmologia e fisica
tolemaico-aristotelica, Simplicio, con un terzo personaggio, Sagredo, che li
interroga per conoscere i termini esatti della loro disputa. La pubblicazione del
libro è piuttosto tormentata. Nel 1630 Galilei è a Roma per la stampa. Presenta
ovviamente l’opera al censore, il Maestro del Sacro Palazzo, padre Riccardi,
Padre Mostro come viene chiamato, che la fa controllare a Padre Visconti
esperto di matematica. Vengono apportate due modifiche concordate col Riccardi,
una all’inizio come “proemio” e l’altra alla conclusione. Dopo di che viene
concesso l’imprimatur per Roma. Il libro non viene ancora stampato perché, scoppiata
la peste a Firenze, Galilei vi ritorna con l’intento di stampare l’opera nella
sua città. Ma la stampa non gli viene concessa ed allora ripartono le procedure
di controllo da parte dell’inquisitore fiorentino. Nel frattempo il Maestro del
Sacro Palazzo gli nega l’autorizzazione a pubblicare a Firenze e rivuole
l’opera a Roma. Galilei si rifiuta per timore di perdere nella spedizione il
manoscritto e finalmente l’opera esce nel febbraio del 1632 stampata a Firenze
e reca l’imprimatur dell’inquisitore locale ed addirittura di Roma. Appena le
copie giungono a Roma cominciano ad addensarsi nubi tempestose sulla testa di
Galilei. Dà inizio il Maestro del Sacro Palazzo secondo il quale Galileo non ha
seguito tutte le correzioni che erano state imposte. Ma i fulmini pericolosi
sono quelli scagliati dal papa Urbano VIII. Entra in gioco anche una questione
personale. Infatti, Galilei ha l’inavvertenza di mettere in bocca a Simplicio,
che rappresenta, talvolta quasi in maniera comica, la cultura tradizionale, un
argomento caro al papa, l’argomento del fine, tanto da presentarlo in un tono
artificioso che non rende ragione della sua complessità. Galilei, insomma, lo
svalorizza, non gli dà il rilievo che il papa invece ritiene debba
attribuirglisi. L’argomento riguarda l’onnipotenza di Dio. Esso sostiene che
Dio non è vincolato da uno schema rigido nella disposizione del cosmo. Essendo
onnipotente avrebbe potuto e quindi saputo disporre diversamente il moto degli
astri, in maniera tale da salvare comunque le apparenze dei fenomeni che
appaiono. In altre parole, a spiegare i fenomeni celesti si possono fare
infinite ipotesi, giacché Dio ha il potere di disporli in moltissime maniere,
pur restando ferma la loro apparenza. Questo significa che la teoria copernicana,
come la fisica di Galileo, non possono pretendere di possedere una conoscenza certa
della realtà. Di conseguenza trovano legittimità più ipotesi esplicative,
quindi anche quella tolemaica tradizionale. L’argomento non è banale – nella
scienza moderna si è abbandonata l’idea della conoscenza assolutamente certa -
e coglie un pregiudizio nella concezione galileiana, quello della semplicità e
razionalità della natura. Urbano VIII si sente ridicolizzato da Galilei e preme
immediatamente, nell’agosto del 1632, per iniziare una procedura
inquisitoriale. Naturalmente questo elemento personale non fa che accentuare
l’azione repressiva, i cui motivi di fondo restano in realtà quelli, già visti
in precedenza, della negazione di autonomia a sfere di conoscenza indipendenti
dalla disciplina e dal controllo ecclesiastici. L’accusa con cui lo si traduce
davanti al tribunale dell’Inquisizione è quella di eresia, ossia di adesione
alla teoria copernicana esposta nel “Dialogo”. Galilei si difende dicendo di
essersi semplicemente limitato ad illustrare due concezioni in conflitto, senza
adesione a quella di Copernico. Riconosce di non essere stato molto accorto
nell’esposizione tanto da affermare davanti ai giudici che “io havessi a
scrivere adesso le medesime ragioni, non è dubbio che io le snerverei in
maniera, ch’elle non potrebbero fare apparente mostra di quella forza, della
quale essenzialmente e realmente sono prive. E’ stato dunque l’error mio, e lo
confesso, di una vana ambizione e di una pura ignoranza et inavvertenza”.
Comunque, in realtà è ben trasparente nel “Dialogo” qual è la sua effettiva
preferenza. Per di più gli si rinfaccia di avere trasgredito alla “ingiunzione
precetto” del 1616 del Santo Uffizio, che gli faceva divieto di interessarsi
“quovis modo”, in qualsiasi modo, della teoria copernicana. Anche l’argomento
di avere ricevuto l’imprimatur del Maestro del Sacro Palazzo e dell’Inquisitore
di Firenze gli si ritorce contro. Ai due censori ha infatti taciuto
dell’ingiunzione cui era sottoposto. Inoltre sulla stampa del libro ha indicato
l’imprimatur di Roma che gli era stato revocato dato che la pubblicazione
avveniva a Firenze. Presso gli storici si discute se Galilei sia stato
sottoposto o meno a tortura, prevista ed usualmente praticata nelle procedure
dell’Inquisizione. Alcuni indizi lo lasciano supporre, benché non esista
un’unanimità di opinioni in proposito. Come pure c’è chi sostiene che per
giungere alla condanna non si siano rispettate completamente le norme
procedurali previste dal codice inquisitoriale. Comunque, sulla base delle
premesse prima accennate, il processo si chiude con una sentenza di condanna a
motivo del fatto che – recita il testo – “ti sei reso a questo S.Off.o
vehementemente sospetto di heresia, cioè d’haver tenuto e creduto dottrina
falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture…e conseguentemente sei incorso
in tutte le censure e pene dai sacri canoni et altre constitutioni generali e
particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate”. Ma l’Inquisizione
vuole presentarsi benevola verso il reo, pertanto la sentenza prosegue: “Dalle
quali siamo contenti sii assoluto, pur che, prima, con cuore sincero e fede non
finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li suddetti errori et heresie
et qualunque altro errore et heresia contraria alla Cattolica et Apostolica
Chiesa, nel modo e forma che da noi ti sarà data”. A questo punto a Galilei si
aprono due alternative. O quella di non abiurare, con la conseguenza di
rischiare di ripetere l’esperienza di Giordano Bruno o comunque di pene
durissime, come il carcere a vita. O l’abiura. La sua scelta è quest’ultima e
dichiara che “con cuore sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li
suddetti errori et heresie, e generalmente ogni et qualunque altro errore, heresia
e setta contraria alla S.ta Chiesa… e giuro che per l’avvenire non dirò mai più
né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me
simile sospitione; ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d’heresia,
lo denontiarò a questo S. Offitio, o vero all’Inquisitore o ordinario nel luogo
dove mi trovarò”. Come si vede, nella logica dell’Inquisizione il ravvedimento
del reo richiede il suo impegno a diventare un delatore. L’esecuzione della
pena prevede che Galilei non debba più rientrare a Firenze allo scopo di
lasciarlo in stato di isolamento. Inizialmente viene ospitato presso il vescovo
di Siena che gli è amico. Successivamente, temendo che sfruttando questa
amicizia possa evadere l’obbligo, è trasferito ad Arcetri, presso Firenze,
nella villa “Il gioiello” dove soggiorna fino alla morte avvenuta nel 1642. Nonostante
l’abiura Galilei rimane intimamente fedele alle sue idee. Continua a scrivere e
nel 1638 pubblica in Olanda il suo capolavoro scientifico “I discorsi intorno a
due nuove scienze”. In quest’opera è raccolta la sostanza della scienza
galileiana e, quindi, è ribadita quella visione del mondo naturale che l’Inquisizione
considera contraria alla Scrittura. Lo scritto passa tranquillamente perché dato
il raffinato e specialistico linguaggio matematico, il senso vero dell’opera
sfugge ai censori.
5. Conclusione La scienza galileiana non
è solamente un paradigma nuovo che sostituisce quello della filosofia
tradizionale nella descrizione dei fenomeni naturali. Con essa è messo in moto
un processo di revisione profonda, sul piano religioso ma anche a livello
antropologico generale, della rappresentazione che l’uomo ha di sé stesso e
della sua posizione nel cosmo. Infatti, alla concezione ingenua di chi si crede
ancora al centro dell’universo e pretende che tutto sia stato creato per lui,
Galilei sostituisce una visione nella quale la terra è tolta da questa centralità
e proiettata in uno spazio illimitato, piccolo corpo celeste fra infiniti altri
corpi celeste. In tal modo gli esseri umani sembrano trovarsi smarriti in
questo cosmo immenso, abbandonati dalle precedenti certezze per le quali i
cieli recavano segni di significati e di senso per la stessa vita umana. L’essere
umano da fine e scopo del tutto, si rimpiccolisce a dimensioni insignificanti
in scala cosmica. Nella “Vita di Galileo” di Bertolt Brecht, è questo il
rimprovero che Fra Fulgenzio, discepolo di Galilei, rivolge al maestro. Si
tratta di un evento di portata rivoluzionaria nella storia della coscienza
umana, a cui seguono ulteriori passaggi con lo sviluppo della modernità. Alla
perdita del privilegio cosmico, si aggiungerà poi la perdita di quello nei
confronti del mondo animale con Darwin, e di quello spirituale dell’anima con
Freud. E’ in questo contesto storico-culturale che i moderni sono costretti a
ricostruire dalla base l’edificio umano, a ritrovare nuovi sensi e significati
per la loro vita, per il loro stare nel mondo, giacché ormai in nessun passato,
culturale, religioso, sociale che sia, si può andare a cercare apporti
positivi.
---------------
Domenica 13 Gennaio 2008 Gruppo Elena,
Gian Paolo, Giulia, Maria, Roberto, Sergio
-------------
da Italia Laica –
http://www.italialaica.it/cgi-bin/news/view.pl?id=008277