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Alla riscoperta di Benedetto
da America Oggi del 20 aprile 2008, pag. 11
di Stefano Vaccara
Limitato
dalle “dead line”, il nostro mini sondaggio su uno spaccato di opinioni che i
newyorkesi, cattolici e non, hanno su
Papa Benedetto XVI, con risposte prese a caso nelle strade e nella subway,
nelle piazzette o nei caffé del Village, probabilmente risente del tempo di
quando certi giudizi sono state raccolti, cioè prima dell’arrivo del Pontefice
in città.
Perché,
affiora il dubbio, se queste stesse domande fossero state poste alla fine della
visita, avremmo avuto qualche risposta favorevole in più nei confronti del
pontefice tedesco?
Non
che non ci siano state quelle benevole, ma leggendo appunto quelle raccolte
dalle valorose giornaliste Michelina Zambella e Eleonora Mazzucchi, risaltano
molto di più quelle opinioni che esprimono diffidenza fino alla piena ostilità
nei confronti di Ratzinger.
Ma quanto “fotografato” a poche ore dalla visita resta sempre valido
e importante, perché registra un umore che, riteniamo, è stato finora diffuso,
almeno nella capitale morale dell’Occidente, nei confronti del successore di
Papa Wojtyla.
Certo
il sospetto che certi spietati giudizi due giorni dopo sarebbero stati già un
po’ diversi, meno duri almeno nei toni se non proprio nella sostanza, lo
vogliamo esprimere perché anche chi scrive queste righe avrebbe espresso,
diciamo almeno fino a mercoledì, una opinione ben diversa su Benedetto XVI.
Già
giovedì, alla notizia degli incontri fuori programma di Washington che il Papa
ha avuto con alcune vittime degli abusi sessuali perpretati da preti spesso
recidivi – perché, per carità, non si dimentichi che la giustizia americana ha
dimostrato che alcune gerarchie ecclesiastiche invece di proteggere quei
bambini vittime di abusi denunciando ed espellendo i sacerdoti criminali,
optarono per un vergognoso “cover up” col risultato di provocare la
perpetuazione del crimine e l’aumento delle vittime– e quindi dopo il discorso
di venerdì ascoltato nella stracolma Assemblea Generale dell’Onu, ecco Benedetto XVI ci appare
diverso.
Quest’uomo
di 81 anni che appariva ancora più vecchio della sua età, che finora era
apparso freddo, intellettualmente congelato nella scontata rigidità di alcune
sue posizioni, ora in questo viaggio in Usa d’un tratto appare come
“ringiovanito”, come se la missione nell’America delle troppe contraddizioni ma
pur sempre terra delle grandi conquiste democratiche dell’umanità, sia riuscita
a far emergere un tratto finora rimasto più nascosto del carattere di
Ratzinger.
Ci sembra più moderno, più flessibile, più
recettivo e in sintonia con i problemi dell’umanità, ma senza per questo far
mancare la coerenza con i precetti etici e morali della Chiesa romana.
Scorrendo
però alcuni giornali stranieri e soprattutto italiani, quando si accenna allo
“scandalo della Chiesa americana”, e alle giuste esortazioni che il Papa ora fa
nei suoi confronti, sembra come se lo scandalo dei preti pedofili sia stato un
malessere “soltanto” americano, attribuibile a certe disfunzioni della società
Usa, che insomma certe crimini sarebbero un problema indigeno di cui dover prendere provvedimenti, ma appunto un
problema “americano”.
Lo avevamo scritto nei terribili anni 2002-03
e lo ribadiamo: la vastità di quello che è emerso nella Chiesa americana non va
attribuita soltanto a certe “debolezze” della società Usa che renderebbe certi
preti “già malati”.
Crediamo
invece che lo scandalo è emerso prima qui e in tale vastità più che altrove nel
mondo, perché qui la giustizia e, altrettanto importante, col supporto della
libera informazione, ha evitato i facili “insabbiamenti” o le rassegnate
omissioni da parte delle vittime.
Insomma,
che la Chiesa di Roma (e infatti vogliamo credere e sperare che il Papa nel
discorso di San Patrick non alludesse alle chiese “soltanto” americane) non si
illuda e non illuda:
quel male va cercato ed estirpato
dappertutto. Anzi, la vigilanza da parte delle gerarchie romane dovrebbe essere
maggiore in società dove certi “cani da guardia” come quelli Usa sono molto più
deboli o semplicemente non esistono.
Infine, applauso convinto al discorso del
Pontefice alle Nazione Unite. L’ho ascoltato dentro un’Assemblea Generale che
ha accolto Ratzinger con una partecipazione mai vista in oltre dieci anni di frequentazioni del Palazzo di Vetro.
“Responsabilité de proteger”, l’ha ripetetuto più
volte questo principio il Papa, in francese, nel discorso pronunciato nell’aula
gremita dell’Assemblea Generale, “Responsability to protect,” in inglese
direttamente al personale dell’Onu.
Una frase
già dell’allora premier britannico Tony Blair (così come accettata anche dal
nostro ministro Massimo D’Alema).
Perché sarebbe vano e ipocrita sostenere il
rispetto dei diritti umani e, come fa il Papa, affermare come la loro
salvaguardia sia il vero antidoto contro ogni degenerazione violenta di
qualsiasi comunità, se poi non si è pronti ad intervenire per difendere il
popolo cui questi fondamentali diritti vengono calpestati proprio da chi
dovrebbe salvaguardarli.
Benedetto XVI ricalca qui il pensiero già di
Giovanni Paolo II, di una dottrina di pacifismo convinto della Chiesa ma che
non si spinge alla cecità di fronte al diritto di ogni popolo ad essere
protetto dalla “famiglia” che può soccorrerlo.
Le Nazioni Unite sono lì per quello, per dare
legittimità a quel diritto per ogni popolo di essere difeso.
Ratzinger lo ha ricordato soprattutto a coloro che
pensano che l’Onu esista per proteggere la non interferenza nelle questioni
nazionali
Sui diritti umani, chi li vorrà veramente difendere, avrà nella Chiesa di Ratzinger un convinto alleato.