Intervista a Filippo Gentiloni a cura
di Silvia Petitti
in “Oreundici” n. 5
del maggio 2008
------
"Ci sono cose che non posso più
fare, come viaggiare, andare lontano per una conferenza però in casa posso
ancora lavorare. Prego, penso, scrivo. La mattina esco a prendere i giornali,
vado a fare un po' di spesa...". Filippo Gentiloni, 84 anni, qualche
acciacco fisico e una mente lucidissima, è un amico della prima ora della nostra
associazione: "Ore undici, un bellissimo termine: a me piace molto l'idea
che sia una certa ora... un appuntamento, un incontro, un tempo". Ci
accoglie con l'affetto di un'amicizia antica nella sua casa che, forse non è un
caso, si trova a metà strada tra piazza san Giovanni in Laterano, simbolo
universale della chiesa istituzione, e san Gregorio al Celio, dove i monaci
camaldolesi sono segno silenzioso di quella profetica. “Allora... fatemi
qualche domanda”.
Che cosa ha rappresentato la fede nella
tua vita, nelle scelte che hai fatto, nei momenti di passaggio. "È
difficile dirlo naturalmente, posso semplicemente dire che la fede è sempre stata
centralissima nella mia vita, centrale in maniera assoluta. Posso anche dire
che nel corso degli anni questa centralità è diventata meno tranquilla, sempre
più problematica. Mi consolo dicendo che si tratta di un cammino, non di una
stazione di arrivo. Camminare sempre. E in questo ultimo periodo mi piace molto
il discorso sulla interpretazione perché mi pare sempre più chiaro che qualunque
tipo di conoscenza, anche la fede, sia una interpretazione. Non esistono
conoscenze assolute che comprendono tutto ciò che va compreso e escludono tutto
ciò che va escluso. Non è così, si cerca, si cammina."
Che cosa significa per te credere? "Non
è tanto un elenco di oggetti in cui credere, non mi interessa tanto il "Credo",
quello evidentemente è la base, ma mi piace sempre di più accostare la virtù
teologale della fede alle altre due virtù, la speranza e la carità. Non esiste
fede se non insieme alla speranza, ovvero al camminare, domani non è lo stesso
di oggi, e alla carità cioè all'impegno per gli altri, per tutti. Non mi piace
più quello che forse mi piaceva una volta. Il credente che sta lì fermo tranquillo,
assoluto nella sua fede e quasi quasi non si occupa del domani e degli altri.
Mi sembra sempre più importante una fede che guarda agli altri e al domani. A
Gesù che è al centro della fede naturalmente. Gesù che è sempre di più la
persona che mi dice quello che gli altri sono per me."
Chi sono questi altri? "Gli altri
sono un po' tutti, ma credo che dobbiamo sempre ricordare che ci sono altri
ricchi e altri poveri, altri benestanti seduti, tranquilli, arrivati, che non
sono oggetto della fede, della speranza e della carità. Poi ci sono tutti quegli
altri che per un motivo di soldi o di salute o di circostanze hanno più bisogno.
Questi sono gli altri che interessano la fede, e quindi la fede non è tale se
non cerca di occuparsi degli altri: metterli al primo posto, coltivare un'etica
degli ultimi. ... Eh,Leti'?" Letizia è la porta che apre la memoria:
cinquant'anni di amicizia passati attraverso il fermento del Concilio che
pareva annunciare una strada larga e nuova poi divenuta un sentiero tortuoso
dove prestare attenzione soprattutto agli incontri inaspettati.
Da quanto tempo conosci Letizia? "Quanti
anni saranno?" Domanda Filippo interrogandola con gli occhi. Dal '58 – '59.
Risponde lei con noncurante precisione, pronta ad immergersi nell'amarcord. F.
Una cinquantina... Erano belli gli anni che hanno preceduto il Concilio, c'era
un fermento notevole, che abbiamo vissuto in modo scombinato, disarticolato,
non riconducibile a qualcosa di strutturato come i grandi movimenti di oggi. L.
Leggevamo Theilard de Chardin, de Lubac, Congar, Chenu F. Questi autori
francesi erano in primo piano L. E su quelli è stato fatto il Concilio. F.
Proprio...
Che cosa hanno rappresentato quegli
anni? "Abbiamo vissuto intensamente il periodo del Concilio e gli anni
immediatamente post conciliari, con la teologia della liberazione che prendeva
piede soprattutto in America Latina ma anche qui. Noi tutti in quegli anni
abbiamo vissuto il "mondo cattolico di sinistra", detto tra
virgolette perché i rapporti con la politica in realtà erano abbastanza
elastici. C'era una certa simpatia per la politica di sinistra, quella che ha
spaventato il Vaticano e lo ha allontanato da questi fermenti perché ci trovava
dentro un po' di comunismo e quindi di ateismo. Noi cercavamo di sostenere che
non era così. Nel mondo cattolico di sinistra non c'era ateismo, anzi lo
consideravamo più autentico perché più vicino ai poveri."
Risale a quegli anni la tua amicizia con
Rossana Rossanda? "Questo è un altro discorso interessante. C'è stato un
contatto notevole tra alcuni di questi ambienti cattolici e alcuni esponenti
della sinistra non cattolica, come la Rossanda o Ingrao, che erano molto
interessati alle questioni di fede e alle questioni cristiane. Ci siamo
incontrati ed è stato un incontro ben lontano dagli schemi politici, né da una
parte né dall'altra si voleva organizzare partiti o associazioni. Il luogo
privilegiato di questi incontri fu l'eremo di Montegiove, ma non l'unico.
Montegiove ci ricorda molti bellissimi incontri, prima di tutto quello con
padre Benedetto Calati. Ho ancora, poi ve la posso mostrare, una bellissima
intervista (mai pubblicata, certo bisognerebbe ripulirla...) che gli
feci."
Che cosa rappresentava padre Calati? "Mi
ha sempre colpito un aspetto di padre Benedetto: il suo amore per la Scrittura.
Questo significava molto perché rappresentava un avvicinamento del cristianesimo
verso la Sacra scrittura. Quel suo modo di ragionare sul cristianesimo
diminuiva l'importanza dei palazzi e accresceva quella del testo, il quale
testo, lui ripeteva sempre, "cresce con chi lo legge" che è un'espressione
molto bella e molto vera. Lui ci insegnava proprio questo: non soltanto a
interpretare una frase del testo sacro, ma a crescere nel nostro essere
cristiani sulla base di esso. Sono stati anni molto belli, esperienze belle che
adesso certamente si riprodurranno altrove perché sappiamo che la Chiesa non è
un organismo rigidamente organizzato e fissato, cresce qua e là."
Parlaci di questa immagine di Chiesa. "lo
non penso alla Chiesa come struttura gerarchica, ma come incontro di credenti
pieni di carità che sono chiesa ma non quella ufficiale che trovi nell'elenco
del telefono. Questa chiesa che incontri qua e là si trova un po' dappertutto.
Nei posti più impensati e meno strutturati. Faccio un esempio di questi giorni.
Sono andato in uno di questi mercatini che si trovano qui a Roma, c'erano due o
tre suore, piccole sorelle di Gesù della congregazione di Charles de Foucauld.
Ho fatto una chiacchierata con loro e ho avuto la sensazione di incontrare
questa chiesa tutt'altro che ufficiale, però chiesa. Sono straordinarie queste
piccole sorelle. In questo senso direi che la chiesa è tante cose. E difficile
dire esattamente dove la incontri, soprattutto dobbiamo rivalutare gli incontri
meno ufficiali. A me spaventano, per esempio, alcune istituzioni così
importanti nel mondo che siedono nei ranghi internazionali. Anch'esse sono
chiesa, ma mi interessano di meno."
Parliamo ancora del rapporto con i non
credenti, attraverso quella categoria del dubbio che tu usi spesso. "Rivaluterei
la categoria del dubbio in senso positivo, contrapposto alle certezze. Le
certezze spesso sono sterili, fermano il cammino, quando addirittura non
diventano strumenti per opprimere, combattere, contrapporre. Il dubbio lascia
le strade aperte. Non parlo del dubbio relativista che giustamente viene
condannato. Il relativismo è mettere tutto sullo stesso piano, rendere il bianco
uguale al nero, alimentare lo scetticismo, mentre il dubbio è 'oggi mi sembra
di capire una cosa, ma cercherò di capirla meglio domani'. Chi dubita cammina,
chi è certo sta fermo. Noi cristiani dobbiamo stare molto attenti a non fare
l'equazione fede uguale certezza. Fede è uguale speranza, carità, amore. Mi piace
molto quell'affermazione ebraica che dice che il punto interrogativo è il segno
più importante nel discorso, mentre spesso il cattolicesimo si è esaltato con i
punti esclamativi. Meno punti esclamativi e più punti interrogativi credo aiuterebbero
la nostra fede."
Hai fiducia nel futuro che ci attende? "Non
molto in quello immediato, ma il futuro ci riserva sempre delle sorprese positive.
Credo sia molto importante una certa capacità di scovare il positivo anche in
mezzo a un mare di negativo. In questo momento se leggiamo i giornali vediamo
corruzione, falsità, violenza... ma in mezzo a tutto questo dobbiamo affinare
la capacità di vedere gli aspetti positivi che certamente ci sono, magari al
portone accanto."
---------
dalla Rassegna stampa di Incontri di
Fine Settimana http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa/080520gentilonipetitti.pdf