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DA SEPULVEDA A
RATZINGER, CINQUE SECOLI DI EVANGELIZZAZIONE COATTA
di Carlo Troilo
In vista delle elezioni del 13 aprile, vorrei fare qualche riflessione
sul tema, molto attuale, dei rapporti tra Vaticano e non credenti in Italia, scusandomi
se la prendo alla lontana. Nel 1550 si
svolse a Valladolid – per volere dell’imperatore e Re di Spagna Carlo V - la
famosa “disputa” tra il giurista-umanista Juan Ginés de Sepulveda ed il
domenicano Bartolomeo de Las Casas. In estrema sintesi, il primo sosteneva che
i nativi americani erano “omuncoli” privi di anima, il secondo li riteneva
uomini come tutti gli altri. La disputa finì inopinatamente, visti i tempi, con
la vittoria di de Las Casas.
Uno studioso della vicenda ha formulato una tesi solo apparentemente
paradossale, e cioè che agli indios sarebbe convenuta la vittoria di Sepulveda.
Infatti, una volta acclarata la mancanza di anima, i conquistatori spagnoli
avrebbero usato i nativi come schiavi, ma non avrebbero avuto alcun interesse a
torturarli e tanto meno ad ucciderli.
Invece, avendo essi un’anima, diventava necessario convertirli al
Cattolicesimo per evitare la loro eterna dannazione. Così, i poveri indios non
solo venivano comunque trattati come schiavi ma, dopo 12 ore di lavoro, erano
anche costretti ad alcune ore supplementari, affidate alle centinaia di preti
affluiti nel Sud America al seguito dei conquistatori per compiere opera di
evangelizzazione: ore di torture psicologiche e fisiche – la moral suasion degli integralisti cattolici
dell’epoca – che finivano spesso con la condanna a morte per i più
renitenti. Con un altro paradosso,
penso di poter dire che in Italia la situazione di noi non credenti é per certi
aspetti simile a quella dei malcapitati indios. Non penso, naturalmente, che il
Vaticano, potendo, ricorrerebbe contro di noi alla tortura, anche se qualche
brivido lo provo quando guardo il sorriso ghiacciato del Cardinale Ruini o il
volto arcigno di Monsignor Sgreccia.
E’ però un fatto che con la sua azione – e con il sostegno dei tanti
“politici di complemento” – la Chiesa ottiene l’emanazione di leggi gradite
(vedi la legge 40) e soprattutto il blocco di quelle sgradite (eutanasia e
testamento biologico in testa), segnando per molti malcapitati un destino non
molto diverso dalla tortura. Penso a coloro che hanno la disgrazia di nascere
di 22 settimane e vengono ostinatamente rianimati, pur essendo noto che solo il
5% dei “grandi prematuri” potrà alla fine sopravvivere e che il 95% di quel
“fortunato” 5% avrà gravissime malformazioni fisiche o infermità mentali.
Oppure penso agli sventurati ridotti alla stato vegetativo da un
incidente o da una malattia, i quali sono costretti, in mancanza del testamento
biologico, a “vivere” per anni in condizioni sub umane: è il caso (noto,
contrariamente a migliaia di altri) di Eluana Englaro, che da 16 anni attende
invano di poter morire.
Infine penso – summum jus, summa
iniuria – ai malati terminali ai quali, benché lo chiedano nel pieno delle loro
facoltà mentali, si vieta di essere aiutati a morire, costringendo molti di
loro a cercare nel suicidio “l’uscita di sicurezza”. Vi ricorrono, secondo i
dati più recenti dell’ISTAT, 1.800 malati terminali ogni anno: 5 al giorno; il
doppio delle circa 1.000 morti bianche che ogni anno funestano il nostro mondo
del lavoro. Se ho dato l’impressione di
non nutrire una particolare simpatia per Ruini e Sgreccia, rimedio subito
dichiarando che ne ho una vivissima per Papa Ratzinger, per due buoni motivi.
Il primo è che egli mi ricorda, soprattutto per il modo di parlare, il
mitico – e simpaticissimo - personaggio dello scienziato tedesco interpretato
da Peter Sellers ne “Il dottor Stranamore”.
Il secondo è che Ratzinger sta
facendo del suo meglio per rendere la Chiesa invisa anche ai credenti. Qualche
esempio. A livello mondiale, egli è riuscito a fare imbestialire prima gli
islamici e poi gli ebrei. A livello nazionale, si è esibito in alcune uscite
davvero fuori misura. L’elenco sarebbe troppo lungo, ma bastano un paio di
esempi. Affermare che i morti “per aborto ed eutanasia” (nessuno gli ha detto
che in Italia essa non è consentita?) sono uguali ai morti provocati dalle
guerre e dal terrorismo, o accusare le coppie gay di costituire una minaccia
per la pace, significa dare dell’assassino o del terrorista a milioni di
persone che vorrebbero solo vivere (o morire, quando viene il momento) in santa
pace.
Noi non credenti pensiamo che la
Chiesa – questa Chiesa, ricca, arrogante e priva di pietà - sia un male per
l’Italia. E quindi simpatizziamo con Ratzinger, visto che egli “lavora
autorevolmente per noi”.
Certo, il terzo millennio, nel nostro paese, non si è aperto con grandi
successi per i sostenitori dei diritti civili. Ma la storia dell’Italia
repubblicana ci insegna che le battaglie per questi diritti, prima o poi,
arrivano in porto. Chi avrebbe detto negli anni cinquanta (quelli di Andreotti
e dell’Azione Cattolica) che nel decennio successivo sarebbero stati aboliti
uno dopo l’altro quattro reati che per la Chiesa erano tra le perle del codice
penale: il delitto d’onore, l’adulterio, il concubinato e il matrimonio
riparatore?
E che nei successivi anni
settanta sarebbero entrati a pieno titolo nel nostro ordinamento giuridico i
nemici pubblici numero uno del Vaticano, il divorzio e l’aborto?
Per secoli la Chiesa, per tener buone le masse dei diseredati, le ha
invitate alla rassegnazione. Penso che anch’essa dovrà rassegnarsi a vedere,
speriamo presto, delle leggi – sul testamento biologico, sull’eutanasia, sulla
ricerca medica, sulle unioni di fatto – capaci di riavvicinare l’Italia
all’Europa.