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di Jacques Gaillot
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Jacques Gaillot è nato l'11 settembre 1935 a
Saint-Dizier in Champagne, da una famiglia di negozianti di vini. Molto
giovane, ebbe il desiderio di diventare prete. Dopo i suoi studi
secondari, entrò nel seminario di Langres. |
Non puntiamo troppo velocemente i riflettori sull'uomo della provvidenza
che dovrebbe avere tutte le qualità e farsi portatore di tutte le speranze.
Guardiamo prima la società che ci circonda. Molti di noi fanno esperienza della
fine di un mondo e vivono la difficile nascita di uno nuovo. Le prime parole di
Gesù nel Vangelo di Marco assumono, in questo contesto, un rilievo particolare:
"Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al
Vangelo" (Marco 1,15).
Un cambiamento culturale senza precedenti
Prendiamo
atto di questo cambiamento: l'individuo al centro con tutta la sua libertà, la
sua coscienza, la sua autonomia personale. L'individuo intende determinarsi da
sé: è il diritto di ognuno e di ognuna alla realizzazione di sé, alla luce
della propria esperienza di vita. Si assiste ad uno sviluppo dello spirito
critico, ad un'emancipazione degli individui, ad una privatizzazione del
religioso. È una spinta profonda della nostra epoca.
La libertà di coscienza è un fatto rilevante. La libertà di credere o non
credere è un dato acquisito per tutti e per tutte. Non si tratta di tolleranza,
è un diritto. C'è una equiparazione tra i credenti e coloro che non si
richiamano ad una fede. I cittadini sono innanzitutto uomini e donne prima di
essere credenti. Non si è credenti prima di essere cittadini. La fede viene
dopo. È una scelta personale!
In questo contesto culturale, le verità imposte non si impongono più. Ciò
che è istituito arretra. Non c'è un senso calato dall'alto che sia normativo
per le nostre vite. La concezione di un'autorità dall'alto è messa in
discussione. Ognuno è posto di fronte alla realizzazione di sé e al bisogno di
punti di riferimento. Com'è difficile oggi divenire un uomo, una donna! È un
compito appassionante sempre incompiuto.
La modernità è una realtà storica che fa parte del nostro universo, ma
resta un'opposizione tra il mondo moderno e la Chiesa cattolica. Frédéric
Lenoir, filosofo e storico delle religioni, scriveva recentemente che per
alcuni "il cristianesimo è un'istituzione che opprime l'individuo, si
oppone alla ragione e rigetta i valori della modernità" (Le Christ
philosophe).
Non è sorprendente che oggi il messaggio dell'uomo di Nazareth ritrovi una
risonanza particolare. È un messaggio liberatore di portata universale:
emancipazione dell'indivi-duo, della donna, uguale dignità di tutti: "Voi
siete tutti fratelli". E l'apostolo Paolo commenterà in maniera
magistrale, nella sua lettera ai Galati, la novità radicale del Vangelo:
"Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più
uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù" (Gal. 3, 28).
Come non essere sensibili al modo in cui Gesù incontra, inaspettatamente,
uomini e donne sulle vie di Galilea! Egli raggiunge la loro umanità, li libera
dei loro fardelli, li restituisce a loro stessi, li invita a rinascere. Gesù
crede in loro e lascia che percorrano la loro strada. Non cerca di averli per
sé, né di rivederli. Non impone loro niente. Che fiducia nella vita! Che
gratuità!
Un mondo profondamente segnato dall'ingiustizia
Un giorno in cui mi apprestavo a lasciare la casa degli Spiritani per
andare a Parigi, un giovane africano mi si è avvicinato e mi ha detto: "Mi
piacerebbe parlare con lei. Sarà una cosa breve". Siamo andati a sederci e
ho ascoltato quanto aveva da dirmi: "Ecco, sono appena stato nominato
vescovo in Congo e mi piacerebbe avere un suo consiglio prima di essere
consacrato". Gli ho risposto senza esitare: "Lotta contro l'ingiustizia,
da qualsiasi parte venga. Se lotti contro l'ingiustizia, la tua luce brillerà
come l'aurora, dice il profeta Isaia". Allora egli mi ha risposto:
"Sì, d'accordo, va bene così". E se ne è andato. Non conosco né il
suo nome né quello della sua diocesi in Congo. Senza dubbio non lo rivedrò, ma
se lotta contro l'ingiustizia sarà una benedizione per il suo popolo.
Viviamo in un mondo in cui le disuguaglianze sono palesi e scandalose.
È inaccettabile che i perdenti siano lasciati sempre più ai margini mentre
i vincenti si impadroniscono di tutti i diritti. Gli esseri umani sono divenuti
una merce che si getta via quando non serve più. La loro vita e la loro morte
non contano. Sono di troppo. La società non ha bisogno di loro per costruire il
futuro. La legge del mercato regna sovrana. Lo sviluppo è basato sul profitto e
non sulle persone. I nuovi padroni del mondo impongono la loro ferrea legge,
dilapidano le risorse non rinnovabili e minacciano il futuro del pianeta.
"Vino nuovo in otri nuovi" (Mc 2,22)
Questo potrebbe essere il motto del nuovo vescovo. Non è vietato sognare!
Poiché ci siamo ritrovati in un mondo nuovo, le parole di Gesù invitano al
coraggio del futuro fin da ora, senza attendere giorni migliori. Non si tratta
di lavorare per la sopravvivenza della Chiesa ma alla sua rinascita; e di
aprire spazi di libertà di parola per tutti i cristiani che vogliono la
creatività in seno alla Chiesa.
Scoprire con gioia la maturità del popolo cristiano
Che gioia incontrare persone libere, responsabili, adulte nella fede, che
mettono in pratica la giustizia e l'amore per il prossimo! Quanta vitalità
nelle comunità in cui i cristiani si ritrovano in posizione di uguaglianza,
facendo riferimento al messaggio di Gesù sotto il soffio dello Spirito! Come
non sentir arrivare alle nostre labbra la parola delle beatitudini,
"Beati", vedendo tanta gente vivere e agire!
"Annunciare la buona novella ai poveri"
Per tutta la sua vita, Gesù metterà in pratica il discorso di Nazareth.
Partirà dai poveri che saranno i primi beneficiari della buona novella.
Mons. Oscar Romero, il vescovo di San Salvador assassinato, diceva:
"Non c'è nessun onore per la Chiesa a intrattenere buone relazioni con i
potenti. L'onore della Chiesa è che i poveri la sentano propria".
Penso anche ad alcune parole di dom Hélder Câmara: "Se la mia vita non
è una speranza per i poveri, non sono sacerdote di Gesù Cristo".
Una Chiesa che fa della giustizia sociale la sua priorità, recandosi là
dove il popolo soffre, là dove l'essere umano è in pericolo, diviene profetica
per l'umanità. Non si può annunciare il Vangelo senza passione per la
giustizia.
Una Chiesa che non si incammina sulla via della miseria della gente, non
potrà mai trovare il cammino del cuore in cui può essere accolta la buona novella
del Vangelo.
Benvenuto al vescovo che si lascerà forgiare dal suo popolo per diventare,
con la forza dello Spirito, un pastore secondo il cuore di Dio.
Adista Documenti – nº 36 – 30 aprile 2008