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INTEGRALISMO E OTTUSITÀ DEL PONTIFICATO RATZINGERIANO
di Fr. Pu.
Benedetto XVI non perde
occasione per caratterizzare il suo magistero. Ieri a Ground zero ha esortato i
cattolici americani a “respingere la falsa dicotomia tra fede e vita
politica”, poiché, citando ad usum delphini il Concilio Vaticano II,
“nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta
al dominio di Dio”.
Affermazione grave che,
come il famoso bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, può essere soggetta a
contrastanti interpretazioni. E’ inconfutabile, però, che unire fede e politica
significhi avallare, nei fatti, l’integralismo. Ed è altrettanto chiaro che
questo pontificato, ben al di là di quanto faticosamente lo stesso Vaticano
cerchi di accreditare, esprime il volto militare, combattivo e settario della
Chiesa.
Un volto che, come in una
sorta di Giano, non è nient’altro che il corrispettivo del fondamentalismo
islamico.
C’è differenza tra la
religione politica dei talebani afghani o degli imam iraniani e la visione
annunciata Oltretevere?
Non a caso, come i
talebani rasero al suolo gli imponenti Buddha di Bamiyan allo stesso modo la
via imposta e percorsa da papa Ratzinger è volta a sottolineare, rimarcare le
differenze con altre espressioni spirituali, in particolare con quelle
orientali, anziché esaltare possibili convergenze.
Emblematico è, in questo senso, quanto affermato da mons. Gianfranco
Ravasi in un articolo pubblicato sabato scorso da “La Repubblica”.
Ravasi, che proprio da Benedetto XVI è stato nominato presidente del
Pontificio Consiglio della Cultura,
presidente della Pontificia
Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, presidente della Pontificia
Commissione di Archeologia Sacra ed eletto arcivescovo
della sede titolare di Villamagna di
Proconsolare,
ha scritto qualcosa che
proprio da uno studioso come lui non ci saremmo mai aspettati: “Tutta
l’iconografia cristiana rappresenta i santi con gli occhi aperti sul mondo,
mentre l’iconografia buddhista rappresenta ogni essere con gli occhi chiusi.
Con acutezza lo scrittore cattolico inglese Gilbert K.
Chesterton segnalava, attraverso questa sua battuta, una componente radicale e
decisiva della visione ebraico-cristiana: essa si affaccia sulla piazza e non
si autoreclude nel bozzolo dorato della contemplazione o nel recinto sacrale
del tempio, avvolto nelle degli incensi, squarciato dal baluginare dei ceri,
percorso da voci solenni e animato da riti ieratici.
La religione biblica è storica, il suo Dio s’impolvera per
le strade del mondo, la voce dei suoi messaggi s’infiltra nel groviglio oscuro
delle ingiustizie, la città è uno spazio aperto ove far risuonare la parola
della trascendenza accanto al riso e alle lacrime dell’umanità, senza temere il
confronto con la bestemmia e la negazione”.
Viene spontaneo chiedersi di cosa stia parlando il tanto onorificato
prelato. Probabilmente della storia della Chiesa non tanto e non sicuramente
del buddhismo.
Se così fosse le sue conoscenze sarebbero senz’altro superficiali e
banali. Evidentemente ignora, o, peggio, finge di ignorare, tanto per fare un
esempio, le stupende raffigurazioni buddhismo tibetano.
Basti pensare al modo con cui si rappresenta Avalokiteshvara
(Chenresig), con le sue innumerevoli mani e i molteplici occhi, dimostrazione
di (fattiva) predisposizione compassionevole nei confronti di tutti gli esseri
senzienti.
Chi è il bodhisattva se non colui che facendosi carico del
dolore degli altri esseri torna continuamente tra noi per prodigarsi
nell’indicazione di una via d’uscita dal vincolo samsarico della sofferenza,
dell’attaccamento?
Ma davvero, preso dalla foga di esaltare la presunta superiorità del
cristianesimo (nel solco dell’ebraismo), del Dash che laverebbe più bianco,
mons. Ravasi preferisce chiudersi così miseramente?
Ha mai forse sentito parlare di Thich Nath Hanh, monaco buddhista che
solo per la sua azione svolta nei difficilissimi tempi della guerra meriterebbe
il premio Nobel?
La carità è, per caso, solo appannaggio della Chiesa cattolica,
apostolica, romana e del suo ostinato proselitismo?
E quei monaci che in Tibet, in Birmania, in Vietnam, in Laos aiutano
concretamente la popolazione sino a farsi espressione, in prima persona, di un
esteso malessere pagando il più delle volte con la prigionia, le torture, la
morte che rappresenterebbero?
Ecco, purtroppo, la Chiesa ratzingeriana (di cui Ravasi è voce) non
cerca l’incontro ma lo scontro.
Cambia l’aspetto, la tiara al posto delle lunghe e minacciose barbe,
ma la sostanza purtroppo drammaticamente resta.
(Dalla stampa radicale)