NON È
L’EPOCA DELLE PASSIONI TRISTI
di p. Raffaele Nogaro
Nel nostro tempo, le sofferenze personali riflettono la tristezza diffusa, che caratterizza la società contemporanea, percorsa da un sentimento permanente di insicurezza e di precarietà. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie, esplosioni di violenza, forme di intolleranza, legittimazione di egoismi sempre più esasperati, pratica abituale della guerra, lacerazioni del creato, danno la sensazione dolorosa che l’energia vitale sia in decadenza.
I cupi scenari di oggi fanno sì che uomini di scienza e di
pensiero stiano valutando la possibile estinzione della specie umana. È l’epoca
delle “passioni tristi”, che ricavano la desolazione più acuta dalla
disgregazione e dalla mancanza di senso delle cose. Ma è possibile che l’“homo
sapiens” di tutta una tradizione illuminata si sia oggi cambiato nell’ “homo
demens”, che non comprende più nulla?
Non penso, perché l’uomo rimane il governatore della sua storia, non ne è la vittima.
L’uomo ha il gusto del negativo, ma ha la vocazione al bene.
E il bene è sempre natale, chiamata alla vita.
Quando il Figlio di Dio si fece uomo, fu minacciato di morte da
Erode. Durante la sua vita fu respinto, incarcerato, torturato e, alla fine,
assassinato sulla croce. Così prende forma la colpa radicale, la colpa
originale, che non è solo un processo storico di negazione della vita, ma è
l’uccisione dell’“Autore della vita” (At 3,15), della fecondità e della
sorgività della vita.
Ma la violenza umana, con l’uccisione dell’“Autore della vita”,
non riesce a costruire la morte, la corruzione della vita.
L’ultima parola non è la morte. È la risurrezione. Non la
rianimazione di un cadavere, ma la piena realizzazione delle potenzialità
dell’essere umano.
La risurrezione non rinvia l’uomo in un aldilà migliore, ma
immediatamente riconduce l’uomo alla sua vita sulla terra, dove egli fa
l’esperienza della redenzione dalle preoccupazioni, dalle pene, dalle paure,
dalle nostalgie, dal peccato e dalla morte. Nietzsche, che aveva il dono delle
intuizioni supreme, afferma: “Dal giorno in cui venne a me il grande
liberatore, la vita non mi ha più deluso. Di anno in anno la trovo sempre più
ricca, più desiderabile e più misteriosa” (“La gaia scienza”, §
324).
Ecco, la vita c’è, perché c’è il Liberatore, Gesù.
Forse l’umanità non ha mai saputo usare il Vangelo in modo diretto
e genuino.
Il Vangelo è la “notizia felice” della bontà e della salvezza
dell’uomo.
Il Vangelo è superamento di ogni forma di decadenza e di
smarrimento umani. È il registro infinito che sinfonizza tutte le ragioni della
speranza. È il gusto di una vita che diventa sempre più libera e vera. È la
vita stessa che assume tutte le esultanze della immortalità.
Noi abbiamo interpretato il Vangelo come racconto morale, anche se
esemplare.
Il Vangelo invece è permanente esplosione di grazia. È l’amore del
Padre che parla in diretta a tutti gli uomini. In particolare, è passione di
vita per i “prodighi”, per gli insensati della storia, per i malcapitati, per i
rifiutati, per tutti i “Lazzaro” che vengono calpestati dagli “Epuloni”. (cf.
Lc 16, 19-31).
Il Vangelo è la risurrezione che dimostra il destino felice della
vicenda umana. L’invocazione fondante il Vangelo è l’“unità”.
Gesù è “Dio che si incarna” in ogni uomo e in ogni donna della
terra. E ogni uomo è unito all’altro, e ogni uomo è uguale all’altro, nella
“incarnazione” di Dio. Perciò, “nessun uomo è profano o immondo” (At
10,28).
La Chiesa di Cristo nel tempo non è tutto, ma è per tutti, perché “Dio
non fa preferenze di persone” (At 10,34). Deve tenere sempre “le sue
porte spalancate” (Ap 4,25), per l’ingresso di ogni essere umano, perché
ogni essere umano “a qualsiasi popolo appartenga è bene accetto a Dio”
(At 10, 34).
Lo scandalo della Chiesa è pensare che essa debba accogliere i privilegiati, coloro che hanno un battesimo.
E non si considera che il battesimo è uguaglianza: Gesù,
l’innocenza di Dio, vuole riceverlo, per rendersi uguale all’uomo, per mettersi
in condizione di peccato come l’uomo. Non certo per approvare il peccato, ma
per estirparlo. L’umiltà di Dio è la salvezza dell’uomo. La sua Chiesa è vera
quando è “pace”, operazione di totale servizio all’uomo, quando è il “buon
Samaritano” di ogni essere umano (cf. Lc 10, 25-37). L’uomo d’oggi sembra non
avere più ripari. È smarrito. Ha assoluto bisogno di Vangelo. La Chiesa
dovrebbe comunque pronunciarlo, perché “senza di me non potete fare nulla”
(Gv 15,5).
L’affossamento della speranza viene procurato da una Chiesa che si
dissocia dal Vangelo, per ricomporsi come “societas perfecta”
sacralizzando il potere, il prestigio, la ricchezza.
E il potere, il prestigio, la ricchezza fanno sempre vittime, non
fanno la risurrezione della vita.
Il Vangelo è: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,
5).
“L’incarnazione” di Dio apre continuamente gli orizzonti dei “cieli nuovi e delle terre nuove”, e assicura ogni progresso della storia. Noi siamo sempre lì, a fianco dell’aurora di una nuova era della realtà umana. In questa prospettiva, la condizione attuale non è di tragedia, ma di crisi.
La crisi è purificazione e maturazione. È rottura da un passato di
fallimenti e sforzo di creazione di un avvenire prospero. È il dolore del parto
e non le pene del naufragio dell’avventura umana. La vita umana non può avere
fine, perché è l’incarnazione di Dio. Decadono soltanto quei “nutrimenti
terrestri” (A. Gide), che sono fatti di corruzione e di tristezza. Dobbiamo
inaugurare un mondo umano, che ami la vita fino al rispetto totale di essa, che
desacralizzi la violenza, che assicuri le cure a tutti gli esseri del creato.
Tutto ciò che esiste è amore di Dio. Rendiamolo per sempre la
gioia dell’uomo.
Domenica, 27 gennaio 2008