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PARAGUAY IL
VESCOVO ELETTO
di Raniero La Valle
Riceviamo da Enrico Peyretti questo
articolo di Raniero La Valle per la rubrica RESISTENZA E PACE
su Rocca n. 10 (rocca@cittadella.org)
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Non che sia una consolazione, ma mentre
da noi festeggiano i leghisti, in Paraguay festeggiano i lughisti; mentre in
Italia per la prima volta dal 1946 la sinistra esce dal Parlamento, in Paraguay
per la prima volta dal 1947 vi entra, e mentre da noi sprofonda nell’anonimato
e non si fa più vedere alle urne la tradizione del cattolicesimo democratico,
in Paraguay a vincere le elezioni e a diventare Presidente della Repubblica è
un vescovo, mons. Lugo, che più visibilmente e arditamente cattolico non potrebbe
essere, e la cui cultura democratica non potrebbe essere più genuina perché è
la cultura della liberazione.
Non che tutto ciò sia un risarcimento
per noi, o che si possa fare un qualsiasi paragone tra l’Italia e il Paraguay,
ma la singolare contemporaneità tra i due eventi suggerisce che anche in Italia
tutto non finisce qui, che nessun potere è per sempre, che la storia è sempre
ricca di sorprese e che spesso le decisioni di ieri si trasformano in un
rompicapo per oggi.
Un rompicapo è per esempio, come notano
tutti i giornali, quello che ha ora da risolvere la curia romana. Il fatto è
che quando il vescovo Lugo, sulla spinta delle speranze popolari, decise di
presentarsi come candidato alla presidenza, conosceva le incompatibilità
stabilite dal diritto canonico, e perciò chiese la riduzione allo stato
laicale; ma Roma gliela rifiutò, dicendo che un vescovo è per sempre. Tuttavia
qui il problema non era che mons. Lugo volesse mettersi fuori della successione
apostolica, ma che voleva passare dall’esercizio di funzioni ecclesiastiche
all’esercizio di funzioni civili, come era avvenuto in altri celebri casi,
bastando per l’Italia ricordare il nome di don Sturzo, mai uscito dall’ordine
sacro. Il vescovo di San Pedro, certo disobbedendo (ma obbedendo, come la
Chiesa raccomanda, alla sua coscienza), decise di “correre” lo stesso, ragione
per cui fu sospeso a divinis. Il rompicapo consiste adesso nel fatto che, sulla
parola stessa dell’autorità romana, Fernando Lugo è tuttora vescovo, nella
pienezza del suo carisma, ed è quindi un vescovo che ora guida il Paraguay, con
il progetto e l’impegno di riscattare i poveri e gli esclusi, i campesinos
senza terra e gli indigeni diseredati: una sua sconfessione, da parte della
Santa Sede, metterebbe in conflitto il Vangelo con la promozione umana, e il
sacerdozio con l’opzione dei poveri, e inoltre lascerebbe solo e vulnerabile Lugo,
dinanzi a quanti sicuramente lo vorranno uccidere, come fecero con l’arcivescovo
Romero; a rendere poi più difficile la decisione romana c’è anche il fatto che
il Vaticano, se non sempre è in buoni rapporti coi vescovi, sempre cerca di
avere buoni rapporti con i capi di Stato e di governo.
Ma oltre a ciò, l’elezione di Lugo pone
due questioni di carattere generale. La prima è che, come titolava Le Monde
diplomatique nel dicembre scorso, Washington sta perdendo l’America Latina;
mentre prima aveva dittatori e generali Presidenti suoi amici dappertutto,
adesso si trova di fronte, al vertice di questi Stati, donne, operai, indigeni
e perfino un vescovo, e quasi dappertutto governi di sinistra. Vero è che oggi
gli Stati Uniti cercano di legare a sé questi Paesi con forme di potere più
consensuale, imposte con gli strumenti della globalizzazione liberista: come ha
scritto un ricercatore, William J. Robinson, su una rivista newyorchese, “gli
strateghi americani sono diventati buoni gramsciani”, avendo compreso che il
vero potere è nella società civile, ed è attraverso il controllo sociale e
politico su di essa che cercano di aggiudicarsi l’America Latina. Ma se,
nonostante ciò, la perdono, è solo perché si perde ciò che si possiede o si
vuole possedere. Quel continente, al contrario, non vuole essere oggetto di
possesso da parte di nessuno; gli Stati Uniti rinunzino al dominio, sia con le
armi che col capitale, e non perderanno più niente, e avranno buoni rapporti
con tutti.
La seconda questione è quella della
laicità. Se il popolo elegge un vescovo, e il vescovo guida il popolo non
facendo ricorso alle risorse del sacro, ma a quelle della condizione laica e
comune, allora la laicità non può essere più quella che distingue il clero dai
fedeli, quasi due opposti “generi di cristiani”, ma deve essere una qualità
comune a laici, preti e vescovi. Si tratta allora di trovare lo specifico
cristiano della laicità, che non può non riguardare tutti, prima di ogni
distinzione di stato, di ordini e di ruoli. Questa laicità consiste nel
prendersi cura del mondo, come realtà presente e non solo come passaggio alla
realtà futura; nell’occuparsi dei corpi, santi e amati da Dio, già qui, prima
della resurrezione della carne; e nel prendere su di sé, ciascuno per la sua
parte, la responsabilità per la vita, il diritto e la felicità dell’intera
famiglia umana sulla terra. Gli altri, a cui la laicità ci accomuna, lo
facciano pure con le loro motivazioni, alcune del resto assai pregevoli, che
noi stessi condividiamo; noi lo facciamo perché anche Dio ha fatto e fa così.
Raniero La Valle
Sabato, 26 aprile 2008
«Il Dialogo - Periodico di Monteforte
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Giovanni Sarubbi