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Paolo Ricca*, il teologo evangelico italiano di ispirazione ecumenica più conosciuto anche all’estero.
Siamo anche noi «fin troppo religiosi» (Atti 17, 22)?
Che la creatura umana
abbia un gran bisogno di «religiosità», è un fatto fin troppo evidente perché
qualcuno possa ancora dubitarne. Proprio nei giorni scorsi – ma è solo l’ultimo
episodio, gli esempi sono innumerevoli – è avvenuta, con grande partecipazione
di popolo, la cosiddetta «ostensione» del corpo di Padre Pio da Pietralcina,
riesumato proprio per essere esposto alla vista e contemplazione dei fedeli,
misteriosamente attratti da quel corpo senza vita, più immaginato che realmente
visto (è infatti coperto dal saio), ritenuto ancora esistente sotto il saio e
integro, perché miracolosamente sfuggito, a motivo di una «santità»
riconosciutagli o attribuitagli dal popolo e canonizzata dalla suprema autorità
ecclesiastica romana, all’inesorabile processo di disfacimento che sempre
accompagna la morte di un organismo vivente.
Il prof. Adriano Prosperi, della Normale di Pisa, ha scritto su La
Repubblica del 25 aprile scorso un ottimo articolo suggerito da questa
«ostensione» e intitolato «Il Paese dei miracoli», nel quale analizza da vicino
quello che egli chiama un «fenomeno ricorrente», soprattutto nel nostro paese,
i cui ingredienti sono questi: «fama di santità, accorrere di folle in cerca
dell’emozione del miracolo, sfruttamento economico-politico del corpo santo e
del suo possesso come un ricco deposito aurifero, strategie di poteri divisi
tra profittatori astuti della credulità delle masse e tutori di una fede
spirituale».
In realtà, del corpo di Padre Pio, a 40 anni dalla sua sepoltura, resta
solo lo scheletro: il volto è una maschera di silicone fabbricata a
Londra (dove c’è una ditta specializzata in questo genere di prodotti), che
riproduce perfettamente i lineamenti a tutti familiari del volto del frate;
anche il saio, ovviamente, non è quello che aveva in vita, ma è un altro,
nuovo, confezionato per l’occasione da una comunità di suore cappuccine. Ma
questi interventi esterni non turbano nessuno. La maschera al posto del
volto e il saio che copre un corpo che non c’è più, funzionano. Come ha
detto il cardinale Martins, che presiedeva la cerimonia: «I fedeli hanno
bisogno di vedere il corpo di padre Pio. Il fedele ha bisogno di toccare, di
vedere simboli, che sono più efficaci delle parole».
Si tratta, appunto, di simboli: la maschera, simbolo del volto, fa «vedere»
cioè un volto ormai invisibile; il saio, simbolo del corpo, fa «vedere» cioè un
corpo che non c’è più. Tutto ciò, dice il cardinale, è «più efficace delle
parole»: la gente vuole vedere, non ascoltare. L’antico invito biblico:
«Ascolta, Israele» appare arcaico, superato: dove c’è da vedere, non c’è più
bisogno di ascoltare. La Reliquia che vedi sostituisce la Parola che non vedi.
Tra le due vince la Reliquia: è più convincente perché è più evidente. In
questo quadro in cui il culto delle reliquie viene non solo autorizzato, ma
assecondato e raccomandato, è chiaro che un certo tipo di religiosità non può
che diventare un fenomeno in crescita, che peraltro non resta circoscritto
all’area ecclesiastica e a un certo modo di intendere e vivere la fede. C’è una
sorta di religiosità latente anche nella società civile – una religiosità che
potremmo chiamare laica o secolare, che dopo il crepuscolo delle grandi
ideologie del secolo scorso e le ubriacature che hanno provocato, si manifesta
oggi in forme più blande, anche se non tutte e non sempre esenti da fanatismi e
violenze, a esempio in eventi di carattere sportivo o in concerti di massa
intorno a un cantautore affermato.
Ora, in rapporto al fenomeno multiforme e sempre vivo della religiosità, il nostro lettore si pone due domande. La prima è: «Questo ritorno verso la religiosità ha come obbiettivo la salvezza dell’anima» o non piuttosto «la ricerca di punti fermi», cioè la ricerca di evidenze che danno sicurezza? La seconda è: Se l’obbiettivo è la ricerca di evidenze (che possono essere legate alla vista, come nel caso della «ostensione» del «corpo» di Padre Pio, ma possono anche essere evidenze di carattere emotivo o razionale), allora che «forza» di convinzione può avere «il nostro messaggio di evangelici della salvezza per sola grazia», che non si vede e non si tocca, come la Parola che l’annuncia? E in questo contesto, la critica evangelica al culto dei santi non rischia di lasciare il tempo che trova e anzi di condannare chi la muove alla «impopolarità»?
1. La religiosità è un territorio vastissimo in cui c’è di tutto, il meglio e il peggio, come nella spiritualità. Non sarebbe giusto, credo, fare in questo campo di ogni erba un fascio, ponendo in una luce negativa ogni forma di religiosità. Gesù, a esempio, ha criticato una religiosità esibizionista, interessata più ad apparire che a essere, più alle forme esteriori della pietà che ai movimenti segreti del cuore, e ne ha raccomandata un’altra, situata appunto «nel segreto», dove «è il Padre», che noi non vediamo, ma che «vede nel segreto» (Matteo 6, 6). O ancora, Gesù ha criticato una religiosità chiacchierona e intraprendente, che dice le parole della fede («Signore, Signore!») e fa anche tante opere «nel nome del Signore» (Matteo 7, 22), dove però il nome del Signore non è la vera ragione dell’azione, ma serve solo da copertura, e ha proposto una religiosità senza retorica, sobria, essenziale, che ruota non intorno a se stessa, alla sua fede e alle sue opere, ma intorno alla «volontà del Padre», da compiere (Matteo 7, 21). Che cosa cerca la folla che corre a «vedere» Padre Pio? Cerca una grazia, un miracolo, la vicinanza a un santo sempre ancora vivo pur essendo morto l’emozione del sacro, un’evidenza o almeno un segno del mondo divino, così difficile da discernere nel nostro mondo? Quale religiosità muove quella folla? Difficile dirlo. Certo, non è la religiosità che troviamo nelle pagine della Bibbia in cui l’idea stessa di reliquia è completamente assente, e in particolare non è la religiosità che troviamo nelle pagine del Nuovo Testamento tutto attraversato, da cima a fondo, dalla presenza materiale non di un corpo morto riesumato, ma dalla presenza spirituale del corpo vivente del Signore risorto. La religione cristiana non prevede il tipo di religiosità che ruota intorno alla «ostensione» del corpo di Padre Pio, e non la dovrebbe in alcun modo e per nessun motivo incoraggiare. Chi va a «vedere» Padre Pio, cerca «la salvezza dell’anima»? Può anche darsi che la cerchi, ma sicuramente non è lì che la può trovare.
2. L’evangelo della grazia ha
qualche chance di essere ascoltato e ricevuto da chi è educato in una
religiosità come quella che si manifesta intorno a Padre Pio (ma, ripeto, gli
esempi sono innumerevoli)? La risposta può solo essere affermativa: sì, mille
volte sì, indipendentemente dal giudizio che di quella religiosità si voglia
dare. Il giudizio dei Riformatori è stato categorico. Nel suo Trattato sulle
reliquie, Calvino definisce il loro culto (vere o false che siano le reliquie)
«idolatria esecrabile», e il fatto di «canonizzarle» una «superstizione
pagana», e tutto ciò un «inquinamento e spazzatura che non dovrebbe essere
tollerata nella Chiesa». L’annuncio della grazia è l’unico antidoto evangelico
al culto dei santi e delle loro reliquie. Perché? Perché è l’annuncio della
santità non di un cristiano (che per quanto eccellente possa essere, è pur
sempre un peccatore bisognoso come tutti di salvezza), ma di Cristo, che con la
sua santità copre la nostra vita e ci fa comparire davanti a Dio «santi e
irreprensibili nell’amore» (Efesini 1, 4). La santità di Cristo è infinitamente
maggiore e migliore di quella di qualunque santo, antico o moderno, reale o
presunto. È questo l’unico messaggio che rivolgeremmo alla folla raccolta
intorno al sarcofago di Padre Pio, se potessimo raggiungerla. Anche la santità
di padre Pio, come quella di ciascun cristiano (ogni cristiano è«santo» perché
Dio è santo: I Pietro 1, 15-16) può solo essere un pallido riflesso della
santità vera e piena di Cristo. È dunque alla santità di Cristo, e non a
quella di Padre Pio o di chiunque altro, che la fede deve rivolgersi per
trovare certezza di salvezza, fare una qualche esperienza di Dio e ricevere
guida e ispirazione per la propria santificazione. E se dovesse risultare che
questo messaggio, se lo portiamo fedelmente e non annacquato, ci rende
«impopolari», perché in fin dei conti Padre Pio è più «popolare» di Gesù
stesso, allora Padre Pio dovrebbe veramente fare un miracolo, l’unico che
conta: far capire in qualche modo alla gente (come, non saprei) che la sua
santità non è nulla rispetto a quella di Cristo.
*Nato nel 1936 a Torre Pellice (Torino), è pastore e teologo della Chiesa Valdese. Ha insegnato Storia della Chiesa alla Facoltà Valdese di teologia di Roma. La Facoltà di Teologia di Heidelberg gli ha conferito la laurea honoris causa. E` stato Presidente della Società Biblica in Italia e dirige per l'Editrice Claudiana la collana Opere scelte di Martin Lutero. Nel 2000 ha ricevuto per la sua opera omnia il Premio di letteratura spirituale.