Fisichella scrive, Marinetti risponde
di Fausto Marinetti
Marinetti aveva inviato p. c. a Mons. Fisichella la lettera aperta a don Di
Noto e
Monsignore gli risponde:
Caro Marinetti,
ho ricevuto la Sua lettera e La ringrazio. Mi dice che mi riguarda!L’ho letta
con attenzione e per quanto mi riguarda non ho nulla da rimproverarmi. Temo che
il Suo giudizio e la Sua lettura siano parziali e non sempre conformi alla
realtà. Vorrei capire quali elementi possiede per affermare che nelle nostre
strutture si fornisce ai seminaristi una cultura sessuofobica! Non riesco a
seguirLa su questo cammino. Sembra che per Lei sia oro colato quanto provenga
da una denuncia e falsità e tentativo di insabbiare se è fatto dalla Chiesa,
dai Vescovi e dai Sacerdoti.
Mi spiace, ma non è così come le Iene o i reportage a cui fa riferimento. Da
parte mia, non mi ritraggo ma non voglio neppure essere utilizzato
strumentalmente per aggredire la Chiesa e le migliaia di Sacerdoti (e Vescovi)
che ogni giorno con fatica e coerenza vivono la loro vocazione a sevizio di
tutti!
Con la stessa schiettezza che Lei ha usato, ma con tono differente mi sono
sentito di risponderLe.
Suo
† Rino Fisichella
--------------------
La risposta di Marinetti
24.7.2007
Caro Mons. Fisichella,
Le chiedo lo sforzo di non dare per scontato che ogni critica è una
"AGGRESSIONE". Non tutti riescono a battervi le mani, sempre e
comunque, come certi "giornali di corte" e certi movimenti educati al
servilismo e all’adulazione. A volte, quelli che riteniamo "i nostri
nemici" sono assetati di giustizia e ci dicono la verità più degli
ossequienti. "Salutem ex inimicis nostris"?
Lei mi invita a nozze: "Vorrei capire quali elementi possiede per
affermare che nelle nostre strutture si fornisce ai seminaristi una cultura
sessuofobica!".
Ha ragione: non possiedo "elementi" teorici, nozioni astratte,
"sentito dire" e quant’altro, ma l’esperienza sulla mia pelle,
voragini nella mia psiche: sono stato in seminario dal 1953 al 1968. Quindi,
produco fatti, esperienze, comportamenti, situazioni, insegnamenti. Porto in me
le stigmate di quella cultura: l’incapacità di "accogliere" il mondo
femminile "come altro da me"; l’ideologia del sacrificio (come se Dio
fosse un contabile); "fare il bene" agli altri per sentirsi buoni; la
vita è una "valle di lacrime"; ecc.
Entro in seminario nel 1953, anno in cui i religiosi, riuniti in congresso
internazionale, discutono sulla "funzione educativa del pallone nei
seminari", non un cenno all’educazione sessuale. Altri tempi, nei quali
l’unica presenza femminile ammessa in seminario è la Vergine Maria.
Segregazione assoluta, per quattro anni non torno in famiglia. A un undicenne
non resta che votarsi a una beata incoscienza, tra gioco, studio e abbondanti
pratiche di pietà. Il termine più "familiare": peccato! Onnipresente,
più di Dio. Le virtù per eccellenza: obbedienza cieca, rinnegare se stessi,
mortificazione dei sensi. Altro che fuga mundi, cancellazione del mondo! Si
esalta la santa purità, inculcandoci che il corpo è occasione di peccato. Ogni
fine mese il direttore fa il "rendiconto" delle nostre malefatte:
bere fuori pasto, andare al gabinetto senza permesso (sfuggendo al controllo),
troppa passione per il gioco, troppa amicizia sospetta, ecc. La colpa meritevole
dell’inferno: l’amicizia particolare. Non capisco, ma gli effetti sono sotto
gli occhi di tutti. I colpevoli vengono svergognati: "Mele marce,
traditori della vocazione, peggio di Giuda". Un dubbio: un ragazzino della
mia età come può avere tanta forza da colpire il Cristo in persona? Per
prevenire il contagio, l’isolamento del colpevole è immediato, l’espulsione
celebrata come una cacciata dal paradiso.
Un giorno sparisce anche il sacerdote-assistente, che "dovevamo"
chiamare "padre". Ogni sera, ispezionando la camerata, con gesto
fulmineo ci strappa di dosso le lenzuola per verificare che cosa succede sotto
di esse. Poi arriva l’ordine di dormire con le braccia sopra le coperte.
Prediche e conferenze insistono ossessivamente sulla "bella virtù".
Per essa preghiamo forsennatamente. Dall’alto della pala dell’altare una
"donna vestita di luce" è la nostra donna ideale: incorporea,
asessuata, un fantasma. Ogni sera, con la nostalgia, una domanda: "Ma la
mia mamma dove è andata a finire?". Al suo posto il direttore spirituale,
un vecchietto di 70 anni, buono come il pane, ma incompetente per aiutarci a
gestire l’insorgere delle prime pulsioni. Ogni mattina, al suo confessionale,
una fila di clienti-bambini per saldare, con un Dio-giustiziere, il conto di una
notte inquieta. Il buon padre non sa dire altro che: "Prega, prega! Con la
preghiera tutto va a posto". Mi sembra di non essere preso sul serio. Ma,
sotto l’imperversare della minaccia dei castighi divini per il delitto di
masturbazione, comincio ad avere paura del mio corpo: "Dio me lo avrà dato
per punirmi? Cosa gli ho fatto di male?".
Gli zelanti sono quelli che fanno la doccia più in fretta, non indugiano nei
gabinetti, spiano i compagni che si appartano e li denunciano. Ci viene
insegnato, che la purezza consiste nel fingere di non avere un corpo, ignorare
la sua crescita, finalità, movimenti. Non sono in grado di capire, ma, con il
tempo, mi renderò conto che questo clima produce turbe e danni psicologici
irreparabili. Sul conto di chi saranno messi? Chi si preoccuperà di ripararli?
Io non so cosa sia lo stupro del corpo, ma quello dell’anima sì.
A forza di parlare di "peccato impuro" non si ingenera la sua
ossessione? Educazione sessuale? Nel paradiso terrestre del seminario il sesso
non deve esistere e, se esiste, è solo in confessionale per chiedere perdono a
Dio di averci dato un corpo, che sarebbe meglio non avere. I seminaristi più
sfrontati osano bisbigliare: "E’ vero che i bambini nascono dal petto
delle donne?".
Il bambino e la donna sono presenze così insignificanti (o pericolose?) per una
formazione umana integrale? Potrà mai Dio vergognarsi di quello che ha fatto?
Se un ragazzo fa indigestione di spiritualità disincarnata, come si fa a farne
un cristiano senza prima farne un uomo? Può essere condannato ad una specie di
anoressia del cuore? A furia di "fare" il cristiano, abbiamo perso di
vista l’uomo o abbiamo preteso di fare il cristiano alle spese dell’uomo? Se
per 15-20 anni un giovane è tagliato fuori dal suo habitat naturale, la famiglia,
è come una pianta coltivata in serra. Appena la si espone è soggetta a tutte le
intemperie. Se un uomo passa dalla cassaforte del seminario a quella della
canonica; se gli si impone una cintura di castità con il terrore dell’inferno e
l’ossessione del peccato mortale, potrà mai venirne fuori un uomo capace di
condividere la sorte dei fratelli, che pur si dibattono con la "lussuria
degli occhi, della carne, del mondo"? Può il seminario sostituire la
famiglia? O forse solo una comunità di padri e madri di famiglia sarebbe in
grado di educare dei giovani candidati al ministero, come avveniva all’inizio
del cristianesimo ?
Ci imbottiscono di vite di santi, che non hanno fatto altro che castigare il
loro corpo con digiuni e cilici. Ignoranza, paura, sacro terrore faranno il
resto. Un collega mi confiderà: "A furia di parlare contro il sesso mi
hanno talmente condizionato, che, quando vedevo stesi al sole degli indumenti
intimi femminili, li rubavo e li indossavo per eccitarmi. Eppure m’hanno
convinto che quelle "cose" erano sfoghi di gioventù e m’hanno fatto
prete lo stesso. Giro da una diocesi all’altra fin che trovo un vescovo, il
quale mi manda dal suo medico di fiducia, che mi prescrive un farmaco. Il
farmacista, mio conoscente, mi chiede: "Per chi è?". "Per
me". "Sai che serve per la sterilizzazione chimica?".
Cose d’altri tempi? Ho degli amici appena usciti dal seminario e mi confermano
che sono cambiate le forme, è rimasta intatta la sostanza. Si dice: "I
seminaristi d’oggi la sanno lunga, hanno già fatto le loro esperienze!".
Ma se sono esperienze negative, come potrà il candidato fare una scelta serena?
A 25/30 anni uno può decidere per tutto il resto della sua vita, quando non sa
niente di "crisi di paternità", di complementarietà uomo/donna, non
ha ancora sentito nella sua carne i morsi della solitudine, non ha fatto
esperienza dell’esigenza di perpetuarsi come specie? Come fa a rinunciare a ciò
che non conosce, a ciò che è stato sublimato, inculcandogli che "il prete
rinuncia ad un amore per amare tutti"? E poi, quando si ritrova in
parrocchia, solo, la sera, s’avvede che "amare tutti con cuore
indiviso", può essere una scusa per non amare nessuno? Se uno viene
abituato fin da piccolo ad amare nell’intenzione, a fare atti di amore spirituale,
non sarà un alienato per sempre? O l’amore è concreto, come quello della mamma,
che è pane e latte, bacio e carezza, o che amore sarà mai? In seminario non
c’è, tutt’oggi, la presunzione di far scalare ai neofiti la cima della
"santa purità" senza fornire loro l’attrezzatura indispensabile per
le alte quote? Che cosa può fare un prete che sui 40-50 anni s’accorge di non
essere in grado di portare il "giogo" della castità? Se il prete
giovane decide di lasciare non può sposarsi in chiesa, non può insegnare
religione, deve allontanarsi dalla parrocchia, ecc. Diritti umani, valore
supremo della persona? Forse il Cristo direbbe alla sua Chiesa che è stata lei
a tradire l’uomo-prete? Dove sono i preti che denunciano i loro superiori di
violenza psicologica, di intimidazione spirituale ed economica? "Se non
stai alle nostre regole ti tagliamo i viveri…". Allora uno che fa? Si
arrangia. Uno se la fa con le suore, con l’amante, oppure, oppure… (che
tragedia!) con dei bambini. E che dire del superiore che invita il "prete
bollente" ad andare a donne di nascosto?
E’ forse cambiata la cultura clericale, che vede la sessualità con gli occhiali
neri dei pagani gnostici e manichei? Lei sa meglio di me che i cristiani della
prima ora considerano il matrimonio un male necessario. Per S. Ambrogio la
donna è tentazione, per S. Gerolamo il marito che ama troppo la moglie commette
adulterio. Quanti coniugi sono stati ammessi alla gloria del Bernini per aver
esercitato in grado eroico le virtù proprie del matrimonio? Ma quali sono? La
rinuncia, il sacrificio, la negazione del piacere? Ha mai meditato sul testo
della teologa e madre C. Jacobelli, Risus Pascalis - Il fondamento teologico
del piacere sessuale?
Basta forse ammettere tra i docenti una zitella, inviare i seminaristi in
vacanza o a fare apostolato domenicale? Un amico seminarista mi racconta:
"Di ritorno dalle vacanze, 2005, corro dal padre spirituale. "Padre,
ho provato simpatia per una ragazza". "E’ una tentazione, il maligno
in persona, fuggi, fuggi da lei. Prometti di non vederla mai più".
Trasformare la donna da sostegno, compagna dell’uomo (per "ordine di
Dio") in un pericolo, in una tentazione, in una rivale di Dio è proprio
secondo il suo cuore? Non è come cancellare metà della nostra stessa umanità? I
preti pedofili avranno la loro responsabilità personale, ma non saranno anche
frutto di questa cultura misogina e manichea? Un’amica, saggia e attempata, mi
racconta: "Il prete in predica ha inveito talmente contro il sesso, che
l’ho aspettato all’uscita e gli ho spiattellato in faccia: "Scusi, padre:
si ricordi che anche lei è nato da un amplesso coniugale, non dagli
angeli!".
Non mancheranno i preti osservanti del celibato (si parla, forse, del 6/10 %).
Ma si tratta di regola o di eccezione? Si è giunti a tale conquista mediante o
nonostante il seminario? Sono stato nei monasteri buddisti in Cambogia, Sri
Lanka, Tailandia e ho studiato la loro iniziazione alla vita celibataria. C’è
da invidiare tanta serenità, che è il risultato di un metodo di auto-dominio
con pratiche ascetiche e il controllo del pensiero attraverso quello della
respirazione.
Apprezzo troppo il celibato volontario per vederlo svilito ad una imposizione.
Può essere mistificante sostenere che il celibato volontario non risolverebbe
il problema, perché la pedofilia è una piaga, di cui non sono immuni nemmeno i
padri di famiglia. Ma questi, almeno, non si dicono "rappresentanti di
Dio"! Eliminiamo le anomalie educative; facciamo uomini concreti, calati
nella realtà e così si potrà dire che non è colpa dell’istituzione. La
pedofilia dei preti non è che un sintomo di un male sotterraneo. La gerarchia
continuerà a colpire gli effetti, ignorando le radici del male? Non si
addomestica il cuore, mettendolo in quarantena.
La Commissione dei vescovi americani non ha riconosciuto che l’educazione del
seminario può inclinare all’omosessualità, quando non la favorisce? Non c’è
terreno migliore di quello esclusivamente maschile per innescare curiosità
morbose, ricercare il "surrogato" in mancanza del "prodotto
originale". L’unico e insostituibile ambiente educativo è quello familiare
e ogni altro rischia di essere contro natura (Cf Carta dellONU, 1989). Di fatto
i seminari minori negli Usa, Canadà, Irlanda, Messico, ecc. sono stati chiusi.
Per caso o proprio perché finalmente si ammette che non funzionano e, spesso,
si innescano varie forme di omosessualità? Un’amica psicologa spiega: "In
quei contesti si "ingenera" una omosessualità
"situazionale", legata cioè non ad una scelta omosessuale di fondo, ma
all’impossibilità di accedere all’oggetto sessuale femminile, per cui lo sfogo
della libido si riversa su un altro oggetto. Non potendo riversarsi su una
donna, la pulsione sessuale viene dirottata su altri uomini, che sono gli unici
oggetti sessuali disponibili. Per coloro che hanno un’inclinazione alla
omosessualità, il seminario diventa l’ambiente "ideale" per
esprimerla, con tutte le ovvie ripercussioni su quanti non hanno questo
orientamento di fondo".
Di fronte all’ "11 settembre della Chiesa americana" si parla di
innominabile tradimento di Cristo. Ma l’unico e solo "colpevole" è il
prete pedofilo? Pedofili si nasce o si diventa? Se si diventa, che cosa vi ha
contribuito? Non sarebbe stato opportuno convocare in Vaticano gli
"indegni", per sentire la loro versione e offrire al mondo le loro
scuse? Prendersela con gli effetti non elimina le cause. Chi più e meglio di
loro ci potrebbe dire che cosa ha fatto difetto nella loro educazione
psico-affettiva, a che cosa attribuire i buchi neri della formazione? E cosa è
successo nei primi anni del ministero? Che cosa i cristiani avrebbero potuto e
dovuto fare per dare al prete non solo offerte ma anche sostegno umano?
Forse il papa potrebbe convocare anche le vittime in piazza San Pietro e
chiedere loro perdono insieme ai cardinali? Non creda che ce l’abbia con Tizio
o Caio, che passano, ma con il sistema, che non passa e continua a immolare le
sue/nostre vittime. Imparassimo ad ascoltarle, almeno!
Distinti saluti,
Fausto Marinetti
PS. Perché non ripassiamo il n° 3 di Concilium del 2004? Non sono degli
"anticlericali", ma teologi/ghe, ricercatori seri che parlano, non a
caso, di pedofilia clericale come di tradimento strutturale della fiducia.
Mercoledì, 25 luglio 2007