Caro Umberto,

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ho letto stamattina le varie posizioni sullo statuto per la vostra associazione. Uno statuto è indispensabile per darsi gli obbiettivi del fine sociale, per essere "riconoscibili" e per passare a un'organizzazione che abbia non solo un conto corrente, che non è cosa di poco conto, ma che sa trovare dei minimi comuni denominatori con i quali partire. Io non so e non voglio neanche sapere quali saranno, perché è giusto che ne discutiate tra di voi, ma non mi fossilizzerei sulle certe posizioni... Una chiesa "altra" visibile esiste in Italia attraverso le varie comunità di base, di solito imperniate intorno a figure di preti per vari motivi sospesi a divinis, io ho altre opinioni, pur condividendo molto di quello che vi viene fatto, soprattutto perché imperniare la comunità intorno alla figura del presbitero pone un problema: dopo, come continuare?! Facile rispondere "essendo seguaci di Gesù", meno facile ripensare carismi comunitari e ministeri se si è stati più o meno sempre abituati a una gestione sì altra, ma formata da una personalità specifica.

 

Però ribadisco che uno statuto con le mète perseguite è necessario: fino ad ora dal sito non si conoscono programmi che abbiano un minimo di concretezza, e capisco l'esitazione ad iscriversi a Populus Dei. Avere uno statuto significa poter disporre di un organismo da un lato legale, quindi serio, che dirima eventuali controversie, e dall'altro dare ai lettori interessati un'idea per la quale spendersi (e spendere) concretamente, se vogliono. Limitare l'accesso a donne che abbiano relazioni con preti, preti sposati ed altro per me sarebbe farne un duplicato di Vocatio ed altre organizzazioni. Aprire al popolo di Dio cercando un comune denominatore per camminarci insieme, con modalità da offrire loro perché scelgano, è un progetto più ambizioso, ma maggiormente evangelico.

 

Meglio pochi ma concordi che una pletora di discussioni che magari non approderanno a nulla.

 

La forza e la debolezza di "noi siamo chiesa" è quella di non avere delle "strutture" e di essere un movimento, per cui è in grado di presentare varie istanze e farne delle sintesi, che poche volte sono propositive. La forza e il limite di un'Associazione come quella che intendete mettere in piedi sta nel darsi degli obbiettivi e dei limiti (ovvi, non si può abbracciare tutto). Chi "fa" ha necessità di una struttura certa, insomma, non di idee più o meno condivisibili, più o meno contestatarie, più o meno dialogiche. Non dimentichiamoci che chi "fa" non è detto che sia obbligato a concordare su tutto, ma deve sapere essere minoranza se gli obbiettivi valgono la pena. Posso, credo, permettermi di dirtelo proprio perché io non ho mai fatto parte di coloro che "sono andati e venuti", ma mi sono ritrovata nel mezzo del guado come trait d'union tra varie opinioni, senza per questo che a me ne venisse qualcosa: né status, né notorietà, né altro.

Auguri!

Ornella.